Crociata: «Nell’Ue sognata dai cristiani la fede è cambiata, ma non è scomparsa»
Il vescovo presidente della Commissione
delle Conferenze episcopali dell’Unione: «I battezzati adulti sono in crescita, ora vanno accompagnati»

Quando Leone XIV ha presieduto la Messa del Corpus Domini a Plaza Cibeles, nel cuore di Madrid, c’erano più di un milione di persone. Il 10 agosto scorso, invece, la diocesi di Parigi ha fatto sapere che in poche ore 200mila fedeli si erano iscritti per partecipare alla celebrazione eucaristica con il Papa sugli Champs-Elysées, il 26 settembre prossimo. Numeri che, da molti, sono stati interpretati come segnali di ripresa, in controtendenza rispetto agli indici che mostrano un lento allontanamento dalla fede cattolica degli abitanti e delle istituzioni dei Paesi dell’Unione europea. «In Europa sono rilevanti gli effetti della secolarizzazione, come mostra il calo della pratica religiosa e del numero dei preti, - sottolinea il presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell'Unione Europea (Comece), Mariano Crociata, vescovo della Diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno - ma nell’insieme la religiosità più che scomparire tende a trasformarsi, ad assumere altre forme, più private e soggettive».
Proprio riguardo a questo fenomeno, negli ultimi tempi si è parlato molto dell’aumento del numero degli adulti che in Europa si avvicinano (o riavvicinano) alla Chiesa e chiedono il battesimo. Cosa attrae di più?
Evidentemente quello dei catecumeni adulti è un fenomeno in crescita. Credo che questo sia vero un po’ in tutte le diocesi italiane, anche se in alcuni casi il numero è ridotto. È un segno da interpretare bene e accompagnare con responsabilità. Il fenomeno tocca poi molti altri Paesi e sta conoscendo una sorta di esplosione in Francia, dove solo quest’anno gli adulti che hanno chiesto di essere battezzati a Pasqua sono stati più di 13.000. Il vescovo Nicolas Brouwet, della Diocesi di Nîmes, che è venuto a parlarci in assemblea Cei, ci ha fatto molto riflettere quando ha detto che quasi nessuno di quelli che chiedono il battesimo viene da percorsi pastorali ed ecclesiali ordinari. In questo c’è un invito a uscire da schemi modellati su una società largamente cristiana, per aprirci ad accogliere forme nuove di ricerca di Dio e di incontro con Cristo. La nostra pastorale, seppur viva e propositiva, non sembra molto attrezzata a intercettare i cercatori che si muovono fuori dalle strutture ecclesiali conosciute.
Qual è il ruolo della Comece oggi?
La Comece è nata nel 1980 come organizzazione della Chiesa cattolica per accompagnare il processo d’integrazione europea e seguire l’attività legislativa e politica delle istituzioni alla luce dell’insegnamento sociale della Chiesa. Essa rappresenta gli episcopati dei Paesi membri dell’Unione Europea e, naturalmente, svolge la sua azione in piena sintonia con il Papa e la Santa Sede, per questo ai nostri incontri partecipa ordinariamente il Nunzio presso l’Ue. C’è un’intensa produzione di documenti e pareri di vario genere, compresi quelli delle sei commissioni, a loro volta presiedute da un vescovo e con esperti di tutte le Conferenze episcopali, che permettono di monitorare ed esprimere pareri qualificati su tutti i temi di rilievo sociale, morale e religioso, e in senso lato anche politico, dell’Unione europea.
In questo momento qual è il vostro punto di vista sulla legislazione europea riguardo alla tutela della vita?
Bisogna precisare che l’Ue non ha competenza diretta su materie come quelle della vita e della famiglia; nondimeno, varie iniziative e decisioni del Parlamento europeo hanno ricadute sulla tutela della vita umana. Non ci nascondiamo che a prevalere, nei nostri Paesi e quindi nelle loro espressioni politiche e istituzionali, è una mentalità non favorevole alla vita. Lo si è visto nel voto del Parlamento europeo a favore dell’introduzione dell’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Ue e nell’indicazione della Commissione europea circa la possibilità di utilizzare risorse del Fondo sociale europeo per il ricorso all’aborto al di fuori dei Paesi che lo limitano. Sono materie che ci vedono molto presenti e attivi per resistere a derive che contraddicono il diritto fondamentale alla vita.
La guerra da cinque anni è tornata nel cuore dell’Europa, e Leone XIV non fa che lanciare appelli alla pace e al disarmo. Che peso ha la voce del Pontefice nella Ue?
Quella del Papa è una voce che risuona con un’autorevolezza senza pari, e non solo in Europa. Facciamo fatica a renderci conto che questa guerra ha cambiato a tal punto lo scenario europeo da oscurare i presupposti della stessa Unione europea, nata come progetto di pace, cioè come volontà di non rendere più possibile di nuovo la guerra in Europa. Il compito che abbiamo davanti non è solo far finire la guerra in Ucraina, ma ricostruire le basi di una convivenza tra popoli e nazioni che sembrano avere perduto l’evidenza dei valori che la fondano.
Sulla crisi migratoria a Ceuta i Paesi europei si stanno dividendo, e in particolare due nazioni molto cattoliche come l’Italia e la Spagna. Come vedete questa situazione?
È un fatto doloroso, questa divisione, ma ancora più doloroso e drammatico è il fenomeno delle migrazioni. Sulla divisione bisogna andare oltre le reazioni a caldo e cogliere dinamiche politiche che purtroppo si innescano facilmente di questi tempi. È la conferma di un movimento di scivolamento verso la rottura della già fragile e parziale unità tra i Paesi europei. E la ragione la vediamo a occhio nudo nel ritorno dei nazionalismi, che trovano spazio in un’opinione pubblica che cerca sicurezza. Ma la risposta a questa domanda di sicurezza va cercata in altro modo. Sui tanti fronti in cui l’Ue si sta giocando la propria credibilità, quello dei migranti è uno dei più insidiosi. Ci rendiamo conto che fare politica a livello europeo in questo momento è molto difficile, da un lato infatti ci sono i problemi reali, come quello dei migranti, e dall’altro lato c’è un elettorato di cui tenere conto. Ci vorrebbe un atto di coraggio per mettere ordine nella materia e cercare di regolarizzare il fenomeno.
Nei Paesi che sperano di entrare nell’Ue, come Albania, Macedonia del Nord, Ucraina, ci sono anche molte comunità cattoliche. Che valore ha oggi far parte di una comunità come quella europea?
Il nostro sguardo si rivolge ai vari popoli in attesa di entrare a far parte dell’Ue con un senso di apprezzamento verso tutti. Il movimento di allargamento in corso va incoraggiato, ma con la consapevolezza che per andare avanti insieme c’è bisogno di una unità maggiore e di una accresciuta capacità di azione e di iniziativa. L’Unione Europea è un sogno che i credenti cristiani hanno saputo cogliere, avviare e in qualche modo realizzare. Ora ci vuole però un passo avanti. Noi credenti, cristiani, cattolici, abbiamo la responsabilità, il dovere di fare senza esitazione la nostra parte.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





