Il vicepresidente del Csm, Pinelli: «Aiutiamo i ragazzi in carcere a responsabilizzarsi»

Per il numero due del Consiglio superiore della magistratura, che nei giorni scorsi ha visitato il Beccaria di Milano, «c'è un lavoro da fare con ognuno dei minori reclusi, da accompagnare con i percorsi educativi da parte dello Stato. Stop al sovraffollamento, sì a un patto che renda residuale la detenzione e preveda soluzioni alternative per chi sbaglia»
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August 15, 2026
Il vicepresidente del Csm, Pinelli: «Aiutiamo i ragazzi in carcere a responsabilizzarsi»
Una recente protesta al carcere minorile Beccaria di Milano
Impegnati come “comunità” a offrire ai minori che scontano la pena in carcere una prospettiva di riscatto. Insieme: educatori, magistratura, istituzioni, istituti di pena e anche la Chiesa. È la riflessione che il vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli, fa dopo la visita che ha compiuto all'Istituto penale per minorenni Cesare Beccaria di Milano, lo scorso 31 luglio. Con lui c’erano il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, la direttrice dell’istituto Eleonora Cinque, il capo della giustizia minorile, Antonio Sangermano, don Gino Rigoldi e don Claudio Burgio.
Che situazione avete trovato?
Ho trovato un istituto molto attento ai valori della rieducazione e dell’umanità della pena, che valgono per tutti i detenuti, a maggior ragione in un istituto per minori. Ragazzi che si dedicano al giardinaggio, ad attività manutentive, che hanno accesso anche ad attività musicali e ricreative.
Che ragazzi avete incontrato?
Nei loro occhi si legge l’impatto con un’esperienza traumatica, ma anche la voglia di riscatto, di ricostruirsi una vita. È però un lavoro da fare con ciascuno di loro, che passa per un’assunzione di responsabilità individuale, unito a un accompagnamento da parte dello Stato in percorsi educativi sul valore del rispetto della legalità e opportunità lavorative.
Una proposta di legge intende imporre un giro di vite sulla non imputabilità dei minori. Non si rischia di scaricare su istituti di pena già sovraffollati il peso di fenomeni sociali, come quello dei “maranza”?
Non entro in quelle che potranno essere le scelte del legislatore. I punti cardinali, quando parliamo di pena (questione ben diversa dalla imputabilità) sono quelli indicati dalla Costituzione. Mi permetto di aggiungere che il nodo cruciale, in termini di sicurezza e anche di sovraffollamento, è quello delle recidive. Chi sconta la propria pena interamente in carcere e non viene messo in condizione di accedere a una pena alternativa o di lavoro all’esterno, poi cade nella recidiva nel 69% dei casi. I tassi di recidiva per chi sconta la pena all’esterno, sono viceversa assai modesti. Il reinserimento sociale e lavorativo del detenuto è dunque conveniente per l’intera società. Sotto un profilo statistico, guardando la tipologia del crimine, va detto che gli omicidi in Italia sono in diminuzione, circa 300 l’anno, valore più basso rispetto a molti altri Paesi, mentre si continua a finire in carcere anche per reati più lievi. Il rischio concreto è dunque di trasformare il carcere, per chi ha commesso un errore, in un reclutamento di segno opposto, una scuola avanzata di delinquenza contrario al dettato costituzionale, che vuole al centro la rieducazione del condannato. Rischio inaccettabile soprattutto se si parla di ragazzi che hanno una vita davanti per riscattarsi e non per sprecarla.
Che cosa vi hanno chiesto questi ragazzi?
Si sono mostrati molto interessati, nelle domande, ai principi costituzionali, all’elemento educativo e alla prospettiva in cui credere in un destino diverso per la loro vita. Certo, dipende anche da loro, dalla volontà di compiere percorsi di resipiscenza e auto-responsabilizzazione. Ma vanno aiutati: non è solo la Costituzione a imporre un percorso di questo tipo. Identificare un detenuto, specie se minore, con l’errore commesso, imporgli il carcere come camicia di forza, come immobilità per non far del male, è controproducente: come ha detto un importante psichiatra, tolto il gesso c’è voglia di correre e correre contro la legge. Noi dobbiamo impedirlo.
Difficile riuscirci in questo stato di sovraffollamento…
Si tratta di una condizione (come ho potuto vedere anche al carcere di Lucca, con spazi di 9 metri quadrati condivisi fra tre detenuti) contraria all’articolo 27, terzo comma, della Costituzione, ma anche all’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti Umani, come stabilito già nel 2013 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha sanzionato l’Italia con la cosiddetta sentenza Torreggiani.
Da allora la situazione è anche peggiorata, basti pensare al drammatico dato dei suicidi in carcere. Che fare?
La norma appena entrata in vigore, che consente ai detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti con condanna o residuo pena fino a 8 anni, di scontarla ai domiciliari o in una comunità terapeutica, mi sembra vada nella direzione giusta. Resta ancora un gran lavoro da compiere, insieme, che deve coinvolgere attivamente tutte le componenti presenti al Beccaria: dalla politica al Terzo settore, dalle istituzioni carcerarie alla Chiesa, dalla magistratura agli educatori, per una pianificazione strategica e per non farne un’occasione sprecata. Forse sarebbe necessario, più in generale, un cambio di tipo culturale, per arrivare – come ad esempio un progetto del Cnel ha meritoriamente proposto – a una concezione del carcere residuale, prevedendo sin dall’inizio percorsi del tutto diversi in modo ben più significativo rispetto alla situazione attuale, e cioè senza il passaggio dal carcere, per condannati per reati minori o comunque di minore allarme sociale. Andando in controtendenza rispetto al modus operandi degli ultimi decenni, caratterizzato da aumento costante delle fattispecie di reato che sembra aver portato a un risultato diverso rispetto a quello auspicato.

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