I nuovi rottami, i traffici, l'ultima manovra: s'è riaperto il giallo di Volpe 132
L'elicottero della Guardia di finanza sparì dai radar 32 anni nel sud est della Sardegna: mai ritrovati i due piloti. A fine gennaio vicino a Cagliari sono spuntati frammenti di velivolo: Ris al lavoro per capire se si tratta dell'Agusta scomparso

Quarantuno frammenti metallici trovati sulla spiaggia cagliaritana di Capoterra potrebbero servire a ricostruire il puzzle del Volpe 132, l’elicottero della guardia di finanza scomparso dai radar al largo di Capo Carbonara, punta sud orientale della Sardegna, il 2 marzo 1994.
“Andiamo a sud” fu l’ultima comunicazione dei due piloti Gianfranco Deriu e Fabrizio Sedda. I rottami furono però ritrovati parecchie miglia più Nord, un paio di giorni dopo, al largo di Muravera. Un portellone e poco altro, compreso il casco di Sedda. Sono seguiti tre decenni di misteri e ipotesi, con un’unica certezza: la carcassa del Volpe 132 non è mai stata ritrovata, così come i corpi dei due militari. A fine gennaio il giallo si è però riaperto in maniera inaspettata. Dopo una forte mareggiata, a pochi km da Cagliari e dalla base aerea di Elmas sono spuntati apparenti resti del carrello di un elicottero. Ma il punto di presunto inabissamento del velivolo scomparso dista più di 100 miglia marine. Si tratta davvero del Volpe 132? Il Ris dei carabinieri è al lavoro per scoprirlo. Secondo le scarne informazioni trapelate e pubblicate dall’Unione Sarda, sarebbe già stata rilevata una sigla su un bullone compatibile con quelli avvitati sull’A109 precipitato nel ‘94. Ma è presto per trarre conclusioni.
I frammenti, grandi tra 10 e 30 centimetri, coperti da incrostazioni marine, sono stati trovati da un ristoratore sul bagnasciuga. La polizia locale, subito intervenuta, ha riempito cinque scatoloni e li ha portati in procura, sulla scrivania del pm Andrea Chelo. Gli uomini del Ris si sono recati in forze a Capoterra ai primi di aprile, setacciando la zona anche con l’ausilio di sommozzatori. Ma nessun nuovo reperto è stato trovato. Per capire se si tratta effettivamente dei resti del Volpe 132 sono stati consultati anche gli specialisti di Leonardo, il gruppo industriale di cui fa parte Agusta Westland, costruttrice del velivolo. Secondo quanto ricostruito da Avvenire, però, nessun tecnico di Leonardo si è finora recato in Sardegna per analizzare di persona i frammenti. Intanto l’avvocato Carmelino Fenudi, legale dei familiari dei piloti, si è chiesto come siano arrivati sulla spiaggia della Maddalena. C’è il dubbio che siano stati scaricati in mare da un peschereccio di frodo: potrebbe averli staccati dal fondo marino con le reti a strascico, tecnica proibita per i danni che arreca all’ecosistema. Il fatto che a poca distanza da Capoterra ci siano le banchine del mercato ittico potrebbero far ritenere verosimile questa pista. Rintracciare il peschereccio, a questo punto, sarebbe perciò di fondamentale importanza per individuare il punto del ritrovamento. Potrebbero così scattare nuove ricerche per trovare finalmente l’elicottero perduto. Improbabile, invece, l’ipotesi che sia stata la corrente sottomarina a trascinare i pezzi per così tanti chilometri, anche perché non risulta le acque profonde si muovano verso ovest in quel tratto di mare, ma soltanto verso sud per gran parte dell’anno. Difficile insomma immaginare che i resti siano partiti dalla costa Ovest per scendere e infilarsi nel Golfo di Cagliari.
La vicenda del Volpe 132 presenta innumerevoli punti oscuri, a partire dall’obiettivo della missione di quel 2 marzo. Ufficialmente si tratta di una normale ricognizione. Ma alle 19.15, circa mezz’ora dopo il decollo da Cagliari Elmas, succede qualcosa. La traccia radar scompare, il silenzio inghiotte per sempre il Volpe 132. Anche la motovedetta Colombina, che se lo vede passare sopra la testa poco prima, perde i contatti. Nelle ore successive succedono diverse cose strane, tra testimonianze che si contraddicono e tanti “non ricordo”. Le ricerche vengono sospese “per il maltempo”, anche se altri piloti parlarono poi di assenza di vento e visibilità buona. Il mattino dopo, alcuni escursionisti vedono affiorare un grande oggetto metallico vicino all’isola di Serpentara, davanti a Villasimius. Ma i sub non trovano nulla. I rottami emergeranno qualche ora più tardi poco più a nord. Dalla costa, altri testimoni raccontano di aver visto una palla di fuoco nel cielo al largo di Capo Ferrato. Sulla vicenda indaga da subito l’Aeronautica militare, che produce una relazione su cui viene subito imposto il segreto di Stato. Non si è mai capito perché, visto che quando il segreto sarà tolto – perché immotivato – tra le pagine non si troverà nulla di angosciante. Tranne l’ipotesi del missile, evocata ma subito scartata. Sullo sfondo ci sarebbe anche una vicenda giudiziaria parallela, che coinvolse un alto ufficiale di quel medesimo reparto elicotteri per presunti rapporti “opachi” con alcuni trafficanti di droga. Un pentito, a suo tempo, indicò legami tra i due fatti, ma non furono trovati riscontri.
Anni dopo, la perizia del professor Donato Firrao (che lavorò anche su Ustica) metterà nero su bianco che l’elicottero potrebbe essere esploso in seguito allo scoppio dei serbatoi, innescato forse da proiettili sparati dal basso. Forse da quel mercantile che molti videro alla fonda vicino a Feraxi, sospettato per anni di aver coperto un traffico d’armi. Il Volpe 132 aveva avvistato qualcosa che non avrebbe dovuto? Non si sa. Ma prima di sparire effettuò una manovra singolare sopra Capo Carbonara, abbassandosi sulla stazione meteo della Marina militare “fino quasi a toccare il suolo”. Come se dovesse caricare (o scaricare) in fretta qualcosa o qualcuno. Una manovra rischiosa che, durante un interrogatorio, un collega dei due dispersi definì “anomala e inspiegabile”. L’ultima ombra in una storia oscura che va avanti da 32 anni.
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