
In tempi di estrema suscettibilità sul dibattito relativo alla pace e ai crescenti impegni bellici, suona decisamente in controtendenza la visione del primo film britannico esplicitamente pacifista. Esperienza che può capitare in questi giorni alle Giornate del cinema muto in corso fino all’11 ottobre a Pordenone. Con 250 titoli provenienti da 19 Paesi e centinaia di ospiti da tutto il mondo, la rassegna friulana è una delle principali a livello internazionale dedicate al cinema muto. Il film in questione, quasi una chicca dato che è l’unico esempio britannico del genere per l’epoca, è “Peace on the western front”. Uscito verso la fine del 1930, quando già si coglievano i primi barlumi di un futuro, sanguinoso conflitto, in esso due veterani della Prima guerra mondiale, uno tedesco e l’altro britannico, si riunirono per girare un pellegrinaggio cinematografico lungo i campi di battaglia del fronte occidentale, nel tentativo di convincere – purtroppo invano, si può dire a posteriori - le nuove generazioni che la guerra “non è un gioco da bambini, né un’avventura gloriosa”, bensì “una cosa orribile e spaventosa”. Significativo è il fatto che i due reduci fossero i registi: il cineasta principale, Hans Nieter, era un tedesco nato negli Stati Uniti che aveva studiato in Germania e in Inghilterra, dove poi cominciò a lavorare; il co-regista Fred Swann veniva da Nottingham, si arruolò nell’esercito nell’ottobre 1915 a 18 anni di età e fu stanziato nel Mediterraneo e a Salonicco. Dopo un avvio “difficoltoso”, il film ebbe una distribuzione crescente, tanto che rimase in circolo per due anni e la rivista The Bioscope lo definì «un film emozionante che merita di essere proiettato in tutto il mondo». Peace on the Western Front (che qui si ammira grazie al restauro dell’Imperial war museum di Londra) fu anche molto apprezzato dal nascente movimento per la pace e divenne il film ufficioso della Società delle Nazioni (l’anticipo dell’Onu di oggi). A riprova che, già allora, un’altra difesa e un altro mondo erano ritenuti possibili.
Ma questo è solo uno dei tanti aspetti che si possono ammirare a Pordenone. E così la retrospettiva principale, che avrà un seguito nel 2027, è “Weimar senza censure: Tabù e trasgressioni nel cinema tedesco, 1919-1920”, dedicata al cinema dei primi anni della Repubblica tedesca, quando si assisté a una vera e propria esplosione di film incentrati su temi quali lussuria, prostituzione e dipendenze. Gli studiosi Anton Kaes e Michael Cowan si sono dedicati in particolare a questo periodo, ritrovando nei pochi film sopravvissuti la testimonianza importante di una fase della Germania particolarmente tumultuosa e contraddittoria. Nella sezione “Riscoperte e restauri” sono stati recuperati due film con la mitica Gloria Swanson: “The humming bird” (L’usignolo; I lupi di Montmartre, 1924) e “Sadie Thompson” (Tristana e la maschera, 1928), uno dei film di Raoul Walsh più importanti dell’epoca, in cui Swanson (che gestiva all’epoca una casa di produzione assieme al suo potente «amico» Joseph Kennedy, il padre di John e Bob) veste i panni di una prostituta che arriva in un’isola dei mari del Sud e qui si scontra con un riformatore puritano, interpretato da Lionel Barrymore. Si rimane in Italia con il viaggio nelle Regioni, che le Giornate propongono per il terzo anno e che, dopo Sicilia e Liguria gli anni scorsi, si sposta al Centro portandoci nel Lazio: sugli schermi panorami mozzafiato, ma anche film di finzione girati nella Città Eterna e in altre località quali il borgo di Ninfa, Rieti e Viterbo. Imperdibile è poi il film di chiusura, sabato e domenica prossimi, il capolavoro muto di John Ford “Iron Horse” (1924), che racconta l’epica della costruzione della ferrovia che collegò Est e Ovest degli Stati Uniti. Un'offerta quanto mai variegata per una rassegna unica nel suo genere.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire




