Fiano: «Il 7 ottobre va ricordato, in Italia sventolano ancora bandiere che inneggiano ad Hamas»

L'ex parlamentare del Pd, figlio di Nedo, sopravvissuto alla Shoah: «Chi ha coraggio lavora sempre per la pace. E noi crediamo ancora al progetto "due popoli, due Stati". Netanyahu? Non c'è persona di sinistra che non lo voglia fuori dalla scena politica di Israele»
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October 8, 2026
Fiano: «Il 7 ottobre va ricordato, in Italia sventolano ancora bandiere che inneggiano ad Hamas»
Emanuele Fiano al flash mob della Comunità Ebraica in ricordo delle vittime del 7 Ottobre 2023 in piazza Scala a Milano ieri / Ansa
«Dovremmo ricordare tutti quel giorno» premette Emanuele Fiano. «Sul profilo dell’associazione che io presiedo, “Sinistra per Israele”, lo abbiamo ripetuto chiaramente: mai smettere di ricordare, mai smettere di lavorare per la pace». Per l’ex parlamentare del Pd, figlio di Nedo, sopravvissuto alla Shoah, «non possiamo non partire da ciò che il 7 ottobre ha rappresentato per chi vive in quella terra: il ritorno di un incubo, la percezione di un terrore che poteva portare davvero un popolo alla sua estinzione». Per Fiano è necessario entrare in quel dolore e condividerlo, perché «c’è una parte consistente del mondo ebraico che crede invece che stia prevalendo la logica dell’oblio. Vedo miriadi di commenti che, davanti ai nostri ricordi, continuamente ci rispondono: basta. Ma gli ebrei italiani che colpe hanno?». L’identificazione di un popolo con il massacro perpetrato dopo a Gaza e non solo dal premier d’Israele, Benjamin Netanyahu, sta portando alla cancellazione di un pogrom, di altre immagini drammatiche. «Ogni uccisione di un singolo civile innocente è il male, per me, ma non posso negare che anche allora persone che detestano l’attuale leader israeliano ebbero una reazione istintiva, in cui anch’io mi immedesimavo: occorreva eliminare la testa del serpente, azzerare Hamas. Invece vedo ancora i terroristi celebrare il 7 ottobre come un giorno di lotta, con bandiere fondamentaliste che anche in Italia sventolano davanti alla Camera inneggiando alla morte di Israele».
L’impressione è che, ogni anno che passa, le distanze si allarghino. Lei crede ancora nel progetto “due popoli, due Stati”, evocato dal presidente Mattarella?
Certo, come potrei non crederci. Magari non lo vedrò in vita, ma so che accadrà. Le sembrerà strano, ma penso che il compito dei coraggiosi sia quello di guardare al lato positivo delle cose e fare in modo che accadano. Non può non essere così per chi vuole lavorare per la pace. Sono reduce da un viaggio in Medio Oriente dove ho visto tutto questo: abbiamo incontrato forze di opposizione all’attuale governo israeliano, organizzazioni non governative pacifiste, i leader dell’Autorità nazionale palestinese, i rappresentanti della Chiesa cattolica e del Patriarcato latino di Gerusalemme. Non ha idea di quante persone, pur straziate dal trauma, sono nello stesso tempo consapevoli che la fine del dolore potrà venire soltanto dal riconoscimento dell’altro. Eppure hanno alle spalle tragedie indicibili: sono padri di figli uccisi, sono orfani, sono donne che hanno perso tutto, sono israeliani e sono palestinesi.
Non crede che queste grandi testimonianze finiscano per essere poi una goccia nell’oceano d’odio contemporaneo?
No. Le Ong che chiedono il cessate il fuoco sono centinaia, il Gaza Children Village ha assistito migliaia di minori, l’organizzazione Saving Children di Manuela Dviri si è fatta carico delle cure di tantissimi piccoli palestinesi... Non sono numeri piccoli. Bisogna poi aggiungere che il 25% dell’opinione pubblica, da una parte e dall’altra, si dichiara ancora a favore della soluzione “due popoli, due Stati”, una percentuale non dissimile a quella che si registrava prima degli accordi di Oslo. Dopo un anno senza scontri, quella quota salì al 75%.
Se guardiamo in casa nostra, però, gli atti di antisemitismo in questi anni sono aumentati esponenzialmente, mentre i giovani ebrei raccontano del loro progressivo isolamento.
È vero, come ebrei ci sentiamo giudicati con un metro diverso rispetto agli altri cittadini. La sensazione di essere soli è frequente e le nuove generazioni la avvertono in modo particolare. Eppure sarebbe un errore pensare alla comunità ebraica come a un mondo omogeneo. La verità è che è morta la fiducia, in questi anni, e non è facile ricreare legami.
Ha dichiarato che è pronto a uscire dal Pd, il suo partito, dopo il no al ddl antisemitismo. Conferma?
Confermo. In una fase storica che ha una grande complessità, non mi riconosco più in una sinistra che ha accettato la tendenza a semplificare le cose, seguendo una logica manichea. Il disegno di legge sull’antisemitismo mette in campo azioni preventive e interventi educativi contro la diffusione e l’incitamento all’odio. Attenzione: non vengono introdotte sanzioni penali, perché per questo esiste già la legge Mancino, che ha invece un approccio repressivo. La tutela da possibili discriminazioni peraltro è un problema che riguarda tutte le minoranze e anche altri fenomeni sociali preoccupanti, come ad esempio l’islamofobia. Ha ragione Delrio: chi si oppone e critica il ddl antisemitismo, lo fa solo a partire da pregiudizi.
Resta il giudizio sulle gravi responsabilità storiche e morali di Netanyahu, che tra tre settimane si misurerà con le prime elezioni dai fatti del 7 ottobre.
Non c’è persona di sinistra in Israele che non voglia Netanyahu fuori dalla scena politica e il ricordo delle nefandezze di Hamas e degli errori commessi dal governo conservatore israeliano giocano contro la sua permanenza al potere. Al contrario, fatti come il tentato dirottamento del volo Flydubai e la decisione di Londra di emettere sanzioni contro i coloni, aumentano il consenso del premier in carica. Se guardiamo a quanto accaduto nel 1974, quando la laburista Golda Meir si dimise da prima ministra dopo la guerra nel Kippur, il precedente non gioca a favore di Netanyahu. Dovesse cambiare il vento a Tel Aviv, il 27 ottobre, ci sarebbero i presupposti per un miglioramento del clima internazionale. E anche i nazionalismi religiosi così forti nell’ultimo periodo, avrebbero un peso minore nel dibattito interno e nelle scelte di politica estera di Israele.
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