Ernesto Olivero: «Il primo passo per la pace è riconciliarsi con sé stessi»
Il fondatore del Sermig: nel mio percorso di pacificazione la scuola più importante sono le persone che mi hanno corretto. Da mia moglie Maria ho imparato a dare radici solide alle mie intuizioni con la preghiera e l'attenzione alla fraternità

Sventola una bandiera della pace. Sventola per le strade di Torino insieme ad altre centinaia. Sulla sua stoffa sono disegnate tutte le nazioni del mondo, unite. È la bandiera del Sermig – Arsenale della Pace di Torino. A cavallo tra anno vecchio e nuovo, il Sermig organizza una marcia che raduna giovani da tutta Italia per dire che la pace è possibile, e che può partire dal metro quadrato di ciascuno. «La pace ha le nostre mani» diceva quest’anno un cartellone portato dai bambini. Uno slogan che potrebbe apparire vuoto. Ma all’Arsenale si tramuta ogni giorno in azioni concrete. Un’accoglienza per chi è solo, per chi non ha cure o per chi fatica a procurarsi un pasto caldo. Uno spazio sicuro per centinaia di bambini del quartiere torinese di Porta Palazzo, di 22 nazionalità diverse. Una scuola di musica, una di restauro, un asilo nido. Una porta sempre aperta per i giovani che a centinaia partecipano a campi di formazione, preghiera e servizio. Altri arsenali, uno in Brasile e uno in Giordania. Al cuore di tutte le attività c’è la Fraternità della Speranza: consacrate, consacrati e famiglie che rendono l’Arsenale un monastero metropolitano dove il lavoro si impasta sempre con la preghiera. Il Sermig nasce nel 1964 su intuizione di Ernesto Olivero, di sua moglie Maria Cerrato e di un gruppo di amici. Negli anni Ottanta arriva la sede che poi diverrà definitiva: un vecchio arsenale militare nel cuore di Torino, da ristrutturare e rimettere del tutto a nuovo. Un’impresa possibile solo grazie a migliaia di persone che sin dall’inizio donano parte del proprio tempo, dei propri soldi e delle proprie competenze per ricostruire, mattone dopo mattone. Da quel momento, la storia dell’Arsenale è cresciuta e l’impegno per la Pace è divenuto una costante. Pace che, oggi, sembra un’utopia.
Ernesto Olivero, a livello mondiale le guerre oggi sembrano prevalere. Perché?
Sì, gli interessi economici continuano a prevaricare il desiderio di pace che è nel cuore della gente. Mi sconvolge che sempre più civili siano coinvolti nei conflitti e che non sia più rispettato il diritto internazionale. Sa dove trovo una lettura del nostro oggi? Nella Bibbia. La leggo e rileggo da cima a fondo. E la sapienza biblica ci mette in guardia dalla prevaricazione dell’uomo sull’uomo. Ci dice che, se togliamo Dio dal cuore, Caino non smetterà mai di fare il male ad Abele, Giacobbe continuerà a tradire suo fratello e ne temerà la vendetta, e così via. Nella Bibbia risuona però anche la profezia di Isaia: ci sarà un tempo in cui le armi non saranno più costruite e i popoli non si eserciteranno più nell’arte della guerra. Questo sogno oggi è nelle nostre mani. Il cristianesimo ha in sé il comandamento dell’amore, anche verso i nemici. Se vogliamo cambiare dobbiamo partire da qui.
«La pace si costruisce a partire da chi abbiamo accanto»: è una frase che si sente spesso all’Arsenale della Pace. Nella vostra storia avete incontrato tante situazioni apparentemente senza via di uscita, che poi sono cambiate. Come è possibile?
Sì, ho visto con i miei occhi molte rinascite in persone che erano ormai giudicate perse o che erano considerate scarti. Per noi la chiave è sempre stata una comunità che accoglie, cioè persone che si spendono l’una per l’altra senza voltarsi indietro, senza guardare l’orologio e badare alle energie investite. Le persone cambiano se vedono un amore autentico, se sentono fiducia. Ricordo un uomo che abbiamo accolto. Aveva ucciso suo figlio con gravi patologie psichiatriche per difendere sua moglie da un’aggressione che sarebbe finita male. I giudici non avevano voluto rinchiuderlo in carcere perché temevano un suicidio. Ci avevano chiesto di tenerlo agli arresti domiciliari. Per settimane non lo lasciammo solo, né di giorno né di notte, finché iniziò a fidarsi di noi e cominciò ad aprire il suo cuore. A volte lo incontravo, ci guardavamo negli occhi ed era come se mi ripetesse: «Ti rendi conto di cosa ho fatto? Ho ucciso mio figlio… Non avrò mai più pace». Io lo abbracciavo e restavamo in silenzio. Quando è tornato libero ha continuato a venire all’Arsenale ad aiutarci, a pregare con noi. Qui trovava un po’ di pace. La luce annulla sempre il buio ma quel buio deve essere attraversato. Il cambiamento e la riconciliazione sono cammini faticosi, forse proprio per questo poco frequentati.
Spesso, anche a livello personale, non ci sentiamo in pace. Lei si sente una persona pacificata?
Non ho mai avuto una vita facile. Fin da bambino ho lottato per le mie idee e crescendo non mi sono fatto sconti. La mia determinazione nel seguire ciò che sentivo come progetto di Dio a volte mi ha reso irruento, ma le persone che mi conoscono bene sanno che ciò che davvero conta per me è sempre stato servire il Vangelo. La pace per me è sempre stata lì. Credo poi che tutti abbiamo bisogno di riconciliarci con noi stessi, con i nostri errori, con il passato più o meno facile. La coscienza ci guida a rivedere che cosa di noi crea ostacolo alla pace: la ricerca del potere, il possedere... In questo percorso di pacificazione la mia scuola più importante sono state le persone che mi hanno corretto, a volte anche con critiche dolorose. Ho accettato che queste persone diventassero i miei maestri ed è stato un allenamento che mi ha cambiato. Oggi la pace in me è Gesù, la sua vita dentro di me, alimentata dalla preghiera.
Parla spesso di Dio. Ma come lo spiegherebbe a chi non è credente?
Puoi vivere senza aria? Dentro e fuori di me, Dio è l’aria che mi fa vivere. Poi è straordinario come questo Dio sia venuto a cercarci, sia sceso al nostro livello, si sia fatto uomo per farci sapere che ci ama come siamo, ci ama così tanto da cercarci nelle nostre fragilità, nel nostro peccato. E viene a prendersi cura di noi. Non è padrone, è Padre e ha verso di noi sentimenti di misericordia. Possiamo chiedergli di più?
Ernesto, contraria alla pace è anche la solitudine. Voi vivete in comunità, ma tante persone sono oggi sole. Giovani, famiglie, anziani. Di che cosa ha bisogno la nostra società?
Sentirsi soli rende i pesi insostenibili. C’è bisogno di sentire di appartenere ad una famiglia, ritrovare spazi di vita comuni e trovare persone con cui condividere la quotidianità. Pur mettendo in conto che una comunità non è perfetta e che tutte le esperienze hanno i loro limiti umani, nessuno può trovare il senso della vita senza sentirsi parte di un’avventura comune. La Chiesa e la società tutta, per rinascere, hanno bisogno di far nascere esperienze di comunità per persone di ogni età.
Il Sermig è nato da una famiglia, da cui poi sono nate molte consacrazioni alla vita religiosa. Quale è il ruolo dei laici, degli sposati, delle famiglie, dentro la Chiesa?
Una delle pagine della Regola del Sì che orienta la vita della Fraternità del Sermig ha per titolo “Semplicemente cristiani”: per noi significa che ognuno, nel proprio stato di vita, secondo la sua età, la sua storia, i suoi doni è a servizio del Vangelo. La Parola è consegnata a tutti e ognuno è responsabile di questa “bella notizia” attraverso il suo comportamento buono, modesto, nascosto. Immagino la Chiesa come una comunità autentica, fresca, nuova. Un piccolo gregge che vive intensamente l’esperienza personale di Gesù Parola e Pane e la rende concreta nell’amore per i fratelli e per i più poveri, in modo privilegiato. Perché solo l’amore per i fratelli e le sorelle e la cura verso i più deboli rende visibile che Dio è amore.
Tra le tante situazioni che vivete all’Arsenale della Pace, che cosa le dà speranza, oggi?
Sono alcuni anni che ho dato le dimissioni da animatore del Sermig e la cosa che mi commuove è vedere i miei amici che portano avanti ogni cosa con passione, responsabilità, attenzione ai segni dei tempi. Tempi obiettivamente molto diversi da quelli che ho vissuto io fino al Covid. Sono persone diverse tra loro ma lavorano insieme, si confrontano, prendono decisioni. Sono l’equipaggio di una grande barca ma sanno che il timone è in mano al Signore che, come ci ha condotti fino ad ora, continuerà a farlo. Tante altre realtà come la nostra operano nel silenzio e sono la grande speranza che la Chiesa e la società civile possano ripartire.
Lei, Ernesto, che cosa ha imparato in tutti questi anni di attività?
Tante cose, non una soltanto! Fin da bambino, grazie a mia mamma e ad alcuni educatori ho imparato a fidarmi e ad affidarmi a Dio. Da adulto ho imparato da mia moglie Maria a dare radici solide alle mie intuizioni con la preghiera e I’attenzione alla fraternità. Ho trovato maestri saggi in ogni tratto di storia della mia vita, sia nella Chiesa che nel mondo laico e per ogni tratto potrei elencarli ad uno ad uno. I poveri con cui condivido la vita negli Arsenali mi hanno insegnato a diventare più umano. Dai giovani ho imparato l’importanza del silenzio e dell’ascolto. Ora sto imparando a dialogare con la fragilità: rallentare il passo, farmi aiutare da chi ho vicino... Sto imparando a guardare Oltre.
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