Cricket e caporalato: le vite invisibili dei bengalesi sfruttati ad Ancona
di Marco Benedettelli, Ancona
A migliaia lavorano nella cantieristica navale tra subappalti e paghe forfettarie. «Ora vogliamo più diritti»

Scendono dagli autobus in una fiumana, col caschetto blu già calzato in testa o la tuta spruzzata di vernice, e oltre i tornelli camminano verso i capannoni disseminati sullo scalo, sotto il cielo albume del primo mattino. I bengalesi sono la stragrande maggioranza degli operai nella cantieristica di Ancona e coprono i lavori più duri, nelle viscere degli scafi in assemblaggio, a coibentare i cunicoli più stretti o a verniciare o a pulire. Il settore, indotto compreso, impiega diecimila persone: di queste si calcola che il 70% sia di origine straniera, soprattutto bengalese. La regola è il subappalto. Attorno alla crocieristica di Fincantieri orbitano un centinaio di ditte, altrettante sul versante delle imbarcazioni di lusso del Gruppo Ferretti. «Le commesse abbondano, in controtendenza con il settore della metalmeccanica nelle Marche. Ce ne saranno per i prossimi quindici anni – spiega Sara Galassi, segretaria generale della Fiom di Ancona –. Ma mancano la sicurezza e la trasparenza contrattuale». Gli operai interni sono ormai una quota sempre più ridotta e svolgono soprattutto funzioni di coordinamento. Nelle ditte esterne, invece, sono diffuse ovunque le cosiddette paghe globali, un forfait che non tiene conto delle ore effettive di lavoro, mentre Tfr, contributi Inps e malattia risultano già inglobati in busta.
Gli operai raccontano di turni durissimi, spesso senza maschere o protezioni adeguate. Chi si fa male preferisce nascondersi piuttosto che dichiararsi infortunato per non perdere lo stipendio. In questo quadro di deregolamentazione si inserisce un altro fenomeno, che colpisce soprattutto i lavoratori di origine bengalese, ma non soltanto loro. Lo conferma Tanvir, nome di fantasia, che tutte le sere torna a casa dalla sua famiglia nel quartiere Piano, un mosaico di oltre cento etnie. «Poso i cavi nelle navi, da elettricista. Sì, per trovare il mio primo impiego in cantiere ho dovuto sborsare a un intermediario ottocento euro. Vedo dei giovani che continuano a farlo, e a volte vengono anche truffati. A gestire il sistema sono lavoratori più anziani che fanno da intermediari con le ditte. Alcuni si sono molto arricchiti». Fino a pochi anni fa la situazione era persino peggiore. I subappalti si moltiplicavano in catene di tre o quattro livelli, con subappalti di subappalti. Ne sono nati episodi che hanno iniziato a macchiare la reputazione dell’intero comparto: aggressioni tra capi squadra e operai delle micro ditte, fallimenti, contenziosi. Galassi, in questi anni, è stata chiamata a testimoniare in un processo per caporalato ancora in corso. «Grazie al lavoro del sindacato, le aziende chiedono committenze di primo livello, affidandosi alle ditte più trasparenti. La situazione sta migliorando», spiega. All’emergere di stipendi e ore non retribuite, la stessa comunità bengalese ha reagito, con un ricorso crescente ai sindacati.
Il tema del lavoro tra i bengalesi è così forte da aver cambiato il volto della città. «Ormai qui è casa mia e sto cercando di costruirmi una famiglia. Ho conosciuto su Facebook una ragazza della mia regione, ora vediamo se riuscirò a sposarla», racconta Salif, altro giovane operaio che vive con cinque colleghi in un piccolo appartamento del rione Archi ed è impiegato nella pulizia dei cantieri per dodici ore al giorno, spesso anche nei fine settimana. Ancona è da poco tornata sopra i centomila abitanti soprattutto grazie alle famiglie e ai figli degli immigrati, che rappresentano il 15% della popolazione cittadina, ben oltre la media marchigiana, al 9%. La maggior parte dei bengalesi arriva da Madaripur, un distretto della divisione di Dacca, tra le aree più povere del Paese. Sono la prima comunità, con oltre 3mila persone, per due terzi uomini e un terzo donne, secondo le rilevazioni Istat 2025. «Ma in tutto siamo circa settemila, se contiamo chi non è registrato o ha la cittadinanza», racconta Shohel Ahmed, ex fornaio ed ex consigliere comunale aggiunto, ora interprete per la Prefettura, che sta aprendo nei pressi della stazione un’agenzia accreditata per le pratiche burocratiche delle persone di origine straniera. L’uomo spiega quanto la sua comunità sia attiva sul piano sociale, ma anche attraversata dalle tensioni politiche che si rifanno ai tre principali partiti del Paese di origine: Bangladesh National Party, Awami League e Jamaat-e-Islami Shibir. Poi c’è lo sport che, almeno fra gli uomini, rappresenta una delle forme più visibili di apertura verso l’esterno. Fiore all’occhiello è l’Ancona Cricket Club, iscritto al campionato di A2, dove hanno già giocato quattro generazioni di bengalesi. «Realtà del genere in Italia ci sono a Venezia e Monfalcone, gli altri due centri cantieristici con una forte presenza di nostri connazionali», spiega Shoeg, altro giovane operaio, tra i coordinatori della società. «Ci abbiamo messo anni a trovare un campo da gioco definitivo. Oggi il difficile è individuare i giorni dell’allenamento. I turni tra le navi sono sempre più massacranti».
© RIPRODUZIONE RISERVATA






