L'arte e la protesta alla Biennale. E Buttafuoco “chiama” il Papa
di Alessandro Beltrami, inviato a Venezia
A Venezia ha aperto al pubblico la manifestazione
divenuta il teatro perfetto per polemiche e scontri che hanno oscurato
il dibattito. Eppure resta uno scenario diplomatico unico

L’importante è scegliere il palcoscenico giusto. Poco importa se le questioni siano serie – la libertà e la democrazia – e che non manchino le buone intenzioni. Ma è sempre lo spettacolo (performance, per la precisione, visto il contesto) a vincere, oscurando il contenuto. Biennale di Venezia anno 2026, ma sembrano tornati gli anni d’oro della contestazione – o almeno il loro simulacro. I cancelli dell’Arsenale e dei Giardini hanno aperto oggi al pubblico dopo tre giorni riservati a stampa e addetti ai lavori, molto più turbolenti nel racconto dei media che nell’esperienza di chi c’era, e quasi poco o nulla rispetto al caos politico e istituzionale che li aveva preceduti. Ben scanditi nel calendario, si sono succeduti la manifestazione tra passamontagna rosa e fumogeni di Femen e Pussy Riot davanti al padiglione russo (all’interno del quale il mix kitsch di techno e balalaiche era tutto fuorché politico: un’esca perfetta), e il sit-in davanti al padiglione di Israele (che, invece, ospita la poetica installazione di Belu-Simion Fainaru, fatta di gocce e di vibrazioni). Gran finale ieri con Salvini che arriva sotto un cielo solcato da elicotteri per contestare il collega Giuli, una manifestazione Pro Pal, con tensioni con le forze dell’ordine fuori dai Giardini, e la chiusura, parziale o totale, di una ventina di padiglioni nazionali per l’adesione di artisti, curatori e lavoratori culturali allo sciopero promosso da Art Not Genocide Alliance contro la presenza di Israele. Anche se la cosa più rumorosa è stato il silenzio dentro il padiglione Usa, di norma preso d’assalto dal pubblico e invece quasi deserto per la bassa qualità delle sculture dello sconosciuto Alma Allen, scelto dalla commissaria unica Jenny Parido, voluta da Trump e già proprietaria di un negozio di pet food di lusso in Florida. In ogni caso, davanti all’edificio palladiano, nemmeno un cartello o un fumogeno a beneficio di telecamere e smartphone.
Anche oggi, a beneficio del pubblico pagante in coda per entrare, ci sono stati flash mob di protesta. Ma l’impressione è che, per la gran parte dei visitatori, Russia e Israele siano un problema relativo. Sia perché convinti che anch’essi abbiano un diritto di parola artistica, nonostante la loro politica attuale, sia solo per disinteresse.

Osservate da vicino, ci si chiede l’utilità reale di queste proteste. Non si vuole qui sottovalutare l’importanza delle questioni in gioco, così come – è evidente – il diritto di contestare. Ma è difficile sottrarsi all’impressione che, in nome della difesa di ciò che è giusto, muoia il dibattito. La Biennale nel mondo anglosassone è definita “l’Olimpiade dell’arte”. Come i Giochi, è un dispositivo, unico al mondo, basato sull’idea funesta e tragica di stato nazione. E proprio come le Olimpiadi, la Biennale può essere, e lo è già, altro rispetto alla sua storia. Ma solo se si accetta fino in fondo l’impossibilità di cancellare il vizio di forma originario, la Biennale può continuare a essere una mappa unica dell’arte e insieme della diplomazia. Ossia, essere una possibilità.
Ieri, presenziando all’inaugurazione del padiglione della Santa Sede, radicato nella pratica dell’ascolto ("L'orecchio è l'occhio dell'anima" è il titolo), il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco ha chiesto «a sua Santità, papa Leone XIV, di volgere lo sguardo a questa nostra fatica, di venire e pronunciare una parola. Quella che io che non sono laico, chiamo benedizione. Una benedizione possa accompagnare il lavoro, la fantasia e lo spirito critico». Solo la Santa Sede «con il suo Padiglione, con la sua stessa presenza, può consentirsi quella libertà di verità ad altri negata o – per altri – vilmente impossibile a darsi. Con la novità di questa solitudine, solo la Santa Sede può pronunciare parole altrimenti proibite. La parola tra tutte proibita, la interpreta perfettamente il Santo Padre, e la parola proibita è pace».
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