C'è un po' di Italia alla notte degli oscar: gli anziani musicisti di Casa Verdi

di Angela Calvini, Milano
Tra i candidati alla statuetta c’è “Sweet Dreams of Joy”, brano tratto dal documentario girato nella casa di riposo voluta dal compositore. La gioia degli ospiti: «Felici e onorati. Canzone bella, peccato solo che non sia in italiano»
January 26, 2026
Due anziane musiciste chiacchierano nel salotto di Casa Verdi, a Milano
Due anziane musiciste chiacchierano nel salotto di Casa Verdi, a Milano
C’è un’unica, preziosa eccezione italiana tra i candidati della 98ª edizione degli Academy Awards: è Sweet Dreams of Joy, la canzone originale firmata dal compositore statunitense Nicholas Pike per il documentario Viva Verdi! Un progetto nato a Hollywood ma girato interamente a Milano, che racconta una storia profondamente italiana e insieme universale: quella della Casa di Riposo per Musicisti voluta da Giuseppe Verdi a Milano. L’aria contemporanea, dal respiro dichiaratamente operistico, è interpretata dal soprano Ana Maria Martinez, vincitrice di un Grammy, e accompagna il racconto cinematografico di un luogo unico al mondo, che il 15 marzo sarà simbolicamente sotto i riflettori del Dolby Theatre di Los Angeles. La candidatura all’Oscar per la migliore canzone proietta sulla scena internazionale non solo il nome del grande compositore di Busseto, ma anche il suo cuore filantropico, forse meno noto al grande pubblico. Verdi acquistò un terreno nell’attuale piazzale Buonarroti e affidò all’architetto Camillo Boito la costruzione di una residenza destinata ai musicisti professionisti rimasti senza mezzi una volta abbandonate le scene. Fondata nel 1899, da allora Casa Verdi ha accolto oltre 1.500 musicisti. Oggi ospita circa 75 residenti: cantanti, pianisti, direttori d’orchestra, ballerini che vivono tra stanze affrescate, mobili antichi e saloni dove la musica continua a risuonare ogni giorno. Non solo memoria, ma vita presente e trasmissione: grazie anche alla presenza di una quindicina di giovani studenti del Conservatorio, accolti come ospiti, in un dialogo continuo tra generazioni. Nel documentario Viva Verdi! la regista italoamericana Yvonne Russo si avvicina a questo microcosmo con grande delicatezza, restando quasi invisibile, coadiuvata dal montaggio di Federico Conforti, livornese, premio David di Donatello per Lo chiamavano Jeeg Robot. «Casa Verdi è un luogo magico e un po’ misterioso: molti italiani non sanno nemmeno che esista», ha raccontato la regista all’Ansa. «L’ho scoperta nel 2010, durante un lavoro per National Geographic. Appena sono entrata, ho capito che un giorno avrei voluto raccontarne la storia: la musica può costruire una comunità e rendere dignitosa, completa e leggera la vecchiaia».
Anche per Nicholas Pike, vincitore di un Emmy, l’emozione è forte. «Sono entusiasta», ha confessato. «È successo di rado che un’aria di opera contemporanea arrivi agli Oscar». L’ispirazione del brano è arrivata proprio ascoltando le voci e le storie degli anziani artisti, dopo aver visto le prime immagini del film. «Era un film pieno di vita, positivo, bellissimo». Sweet Dreams of Joy parla di speranza, di desiderio di continuare a creare, di una vitalità che non si spegne. «Le loro carriere non sono finite: continuano, fanno da mentori ai giovani, la musica li accompagna fino alla fine. Quell’energia era inebriante». La stessa gioia, mista a sorpresa, si respira a Casa Verdi. «Della candidatura all’Oscar non ne sapevamo nulla finché non ci ha chiamato lei», racconta sorridendo il presidente Roberto Ruozi. «Ovviamente ne siamo molto felici e onorati. Soprattutto perché sarà un modo per far conoscere al mondo non solo il grande artista Verdi, amatissimo, ma anche la sua generosità e la sua grande opera filantropica. L’uomo Verdi è assai poco conosciuto». Ruozi ricorda anche come Casa Verdi sia oggi in ottima salute qualitativa e finanziaria, grazie ai diritti sulle opere lasciati dal compositore, che riposa insieme alla moglie Giuseppina Strepponi nella cripta sempre aperta al pubblico, e come accanto all’accoglienza ci sia un investimento culturale importante nei cimeli verdiani custoditi nel delizioso rinnovato museo. Un “profumo di Oscar” che anticipa idealmente anche le celebrazioni per il 125° anniversario della morte di Verdi, ricordato con un concerto dei solisti dell’Accademia Verdiana del Teatro Regio di Parma oggi a Casa Verdi.
E poi ci sono loro, gli artisti. Vitalissimi. Riuniti in un gruppo di ascolto attento e rigoroso sul brano candidato all’Oscar. Quando la voce di Ana Maria Martinez si libra, gli occhi delle soprano si illuminano. «Bravissima, come modula bene», dice Silvana Casucelli, 95 anni, tante Aida all’Opera di Roma, dove ha lavorato per 42 anni. «Sapere che il brano va agli Oscar mi ha fatto un bell’effetto. E mi è piaciuto pure il documentario che racconta bene com’è la vita qui da noi». Più articolato il giudizio di Bianca Maria Casoni, 94 anni, mezzosoprano, diva della Scala e del Metropolitan di New York: «Il brano mi è piaciuto moltissimo, il colore è bello, lei è brava anche se questo non è il mio genere musicale. Trasmette sentimenti, c’è qualcosa che si avvicina alla lirica. Peccato però che non sia in italiano». Le fa eco il pianista e direttore d’orchestra Pietro Bonadio, 83 anni: «L’italiano è la lingua più musicale del mondo, la lingua dell’opera amata in tutto il mondo. Forse sarebbe stato più adatto allo spirito di Verdi un brano italiano nelle parole e nella melodia». Più critico Vincenzo Squillante, 74 anni, tenore, compositore, pianista: «Fa piacere qualsiasi cosa positiva per Casa Verdi. La cantante è bravissima, la composizione è ottima ma non in linea: se sentissimo il brano senza il film non coglieremmo la connessione con quello che siamo. Un maestro come Morricone avrebbe ricreato un’epoca». Anche la pianista e musicoterapeuta Patrizia Casole si interroga: «Voce straordinaria, ma perché non l’italiano? Per il pubblico internazionale? Magari due voci, due lingue, sarebbe stato più interessante». Si commuove Marianna Ciraci, 80 anni, soprano, ascoltando la traduzione del testo di Sweet Dreams of Joy. «È bellissimo. Forse l’inglese permetterà a un pubblico più vasto di comprendere i nostri sentimenti». Tutti però concordano su un punto: «Il 15 marzo ci sentiremo tutti un po’ a Hollywood. Saremmo davvero felici se il brano vincesse l’Oscar perché porterebbe i valori di Casa Verdi davanti al mondo, soprattutto il messaggio altamente umano di Verdi, il suo spirito filantropico e di generosità. Se l’avessero un po’ tutti, il mondo andrebbe meglio».

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