Il Papa: «Se i cristiani sono divisi la testimonianza è opaca»
di Agnese Palmucci, Roma
Ieri sera Leone XIV ha presieduto la celebrazione dei Secondi Vespri nella solennità della conversione di san Paolo, insieme ad alcuni leader di altre Chiese e comunioni cristiane del mondo, nella Basilica dedicata all'"apostolo delle genti". Dopo l'Angelus il Pontefice aveva sottolineato che «la pace si costruisce nel rispetto dei popoli».

Le divisioni fra i cristiani, «se non impediscono certo alla luce di Cristo di brillare», ha affermato ieri sera papa Leone XIV nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, rendono tuttavia «più opaco quel volto che deve rifletterla sul mondo». Le parole “unità” e “missionarietà” hanno risuonato con forza durante la celebrazione dei secondi Vespri nella solennità della conversione di san Paolo, presieduta dal Pontefice. Insieme al Vescovo di Roma, nella Basilica papale dove proprio sabato è stato apposto il mosaico ufficiale con il ritratto di Prevost, accanto a quello di papa Francesco, c’erano i rappresentanti di molte Chiese e comunioni cristiane mondiali, per celebrare la conclusione della 59° Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

All’inizio della celebrazione, il coro della Basilica e della Cappella Sistina hanno intonato l'inno a san Paolo, Excelsam Pauli gloria, che si canta proprio nel giorno della festa per la conversione dell’apostolo. L’esperienza di questi ultimi giorni, «ci chiama ogni anno a rinnovare il nostro comune impegno in questa grande missione», ha sottolineato il Papa, rivolgendosi ai leader religiosi presenti, e «mentre siamo riuniti presso le spoglie mortali dell’Apostolo delle genti, ci viene così ricordato che la sua missione è anche la missione di tutti i cristiani di oggi: annunciare Cristo e invitare tutti ad avere fiducia in Lui». Poi ha citato il Concilio Vaticano II, ricordando come in Lumen gentium i Padri conciliari abbiano «dichiarato l’ardente desiderio di annunciare il Vangelo ad ogni creatura e così “illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa”».

Dalla missionarietà all’urgenza dell’”unità”. Riprendendo le parole della Lettera agli Efesini, brano scelto come tema per la Settimana di preghiera 2026, Leone XIV ha sottolineato sentiamo la presenza continua del «qualificativo “uno”»: «un solo corpo, un solo Spirito, una sola speranza, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio», si legge. «Cari fratelli e sorelle, come potrebbero queste parole ispirate non toccarci profondamente?», ha ribadito citando la sua lettera apostolica per i 1700 anni del Concilio ecumenico di Nicea, In unitate Fidei, «sì, noi condividiamo la stessa fede nell’unico Dio, Padre di tutti gli uomini, confessiamo insieme l’unico Signore e vero Figlio di Dio, Gesù Cristo, e l’unico Spirito Santo, che ci ispira e ci spinge verso la piena unità e la comune testimonianza del Vangelo».

Ancora vivido, per il Pontefice, il ricordo del momento di preghiera ecumenico vissuto ad İznik lo scorso novembre. «Recitare insieme il Credo niceno nel luogo stesso della sua redazione è stata una testimonianza preziosa e indimenticabile della nostra unità in Cristo», ha affermato, pregando perché anche oggi lo Spirito Santo possa «trovare in noi l’intelligenza docile per comunicare a una voce sola la fede agli uomini e alle donne del nostro tempo». Poi ha esortato ad alta voce: «noi siamo uno! Lo siamo già! Riconosciamolo, sperimentiamolo, manifestiamolo!». Anche lo stesso cammino sinodale, come già aveva affermato papa Francesco e ieri ha ribadito anche Prevost, deve continuare ad essere ecumenico. «Credo che questa sia una strada per crescere insieme nella reciproca conoscenza delle rispettive strutture e tradizioni sinodali» ha aggiunto il Papa, proponendo di impegnarsi tutti «a sviluppare ulteriormente le pratiche sinodali ecumeniche e a comunicare reciprocamente ciò che siamo, ciò che facciamo e ciò che insegniamo», guardando al 2000° anniversario della Passione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù nel 2033.

Non è mancato il ringraziamento particolare ai leader religiosi presenti e a coloro i quali lavorano concretamente per le iniziative a favore dell’unità dei cristiani. Tra questi il Papa ha rivolto il suo saluto in particolare al cardinale Kurt Koch, ai membri, ai consultori e allo staff del Dicastero per la promozione dell’Unità dei cristiani. Poi ha ringraziato per la presenza il Metropolita Polykarpos, per il Patriarcato ecumenico, l’arcivescovo Khajag Barsamian, per la Chiesa apostolica armena, e del vescovo Anthony Ball, per la Comunione anglicana.
Alle Chiese di Armenia, infine, che ha collaborato per la realizzazione dei sussidi della Settimana di preghiera, Leone XIV ha indirizzato parole di gratitudine per la «coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso della storia, una storia in cui il martirio è stato una caratteristica costante». Secondo la tradizione l’Armenia sarebbe stata la «prima nazione cristiana», con il battesimo del Re Tiridate nel 301 da parte di San Gregorio l’Illuminatore. «Rendiamo grazie per come, ad opera di intrepidi annunciatori della Parola che salva, i popoli dell’Europa orientale e occidentale accolsero la fede in Gesù Cristo - ha concluso il Pontefice - e preghiamo affinché i semi del Vangelo continuino a produrre in questo Continente frutti di unità, di giustizia e di santità, anche a beneficio della pace fra i popoli e le nazioni del mondo intero».
Le parole all'Angelus
Alla costruzione della pace Prevost ha esortato ancora una volta i leader mondiali dalla finestra del Palazzo apostolico, dopo la preghiera dell’Angelus ieri mattina, nella ricorrenza della Domenica della Parola di Dio, istituita sette anni da Francesco. Una pace, ha detto, che «si costruisce nel rispetto dei popoli». Anche in questi giorni «l’Ucraina è colpita da attacchi continui, che lasciano intere popolazioni esposte al freddo dell’inverno - ha ricordato -. Seguo con dolore quanto accade, sono vicino e prego per chi soffre». Il perdurare del conflitto, ha aggiunto, «con conseguenze sempre più gravi sui civili, allarga la frattura tra i popoli e allontana una pace giusta e duratura». Poi ha invitato tutti «a intensificare ancora gli sforzi per porre fine a questa guerra».

Un invito, quello ad essere «operatori di pace» che riguarda anche i più piccoli, come ha detto il Papa ieri, rivolgendosi ai ragazzi dell’Azione Cattolica di Roma, presenti in piazza San Pietro per la loro Carovana della Pace. «Cari bambini e ragazzi, vi ringrazio perché aiutate noi adulti a guardare il mondo da un’altra prospettiva: quella della collaborazione tra persone e popoli diversi. - ha sottolineato - Grazie! Siate operatori di pace a casa, a scuola, nello sport, dappertutto. Non siate mai violenti, né con le parole né con i gesti. Mai! Il male si vince solo con il bene». Insieme ai tanti educatori, genitori e sacerdoti presenti, ha chiesto loro di pregare per la pace «in Ucraina, in Medio Oriente e in ogni regione dove purtroppo si combatte per interessi che non sono quelli dei popoli».

A partire dal Vangelo proposto dalla liturgia di ieri, con l’inizio della predicazione pubblica di Gesù, il Papa prima dell’Angelus si è soffermato sul rischio di «rimanere bloccati nell’indecisione o prigionieri di una eccessiva prudenza» quando si parla di evangelizzazione, mentre il Vangelo ci chiede il rischio della fiducia». Invece «la Parola ci dice che il Messia viene da Israele, ma supera i confini della propria terra per annunciare il Dio che si fa vicino a tutti, - ha proseguito - che non esclude nessuno, che non è venuto solo per chi è puro ma, anzi, si mescola nelle situazioni e nelle relazioni umane». Occorre, dunque, vincere la tentazione di “chiudersi”: «il Vangelo infatti va annunciato e vissuto in ogni circostanza e in ogni ambiente, perché sia lievito di fraternità e di pace tra le persone, tra le culture, le religioni e i popoli», ha concluso.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Temi






