Agli animali "manca la parola". E noi impariamo ad abbaiare
L’uso aggressivo del linguaggio, grazie alla pervasività della competizione mediatica è filtrato anche nella normalità dei rapporti sociali. Pensiamo, invece, alla potenza delle parabole di Gesù, esempio di iniziazione alla parola biblica di Dio come lingua materna: abitudine all'incanto che distilla pacificazione tra gli umani

Gli manca “soltanto la parola”, si dice di una postura particolarmente intelligente o espressiva dei nostri amici a quattro zampe. In compenso, aumentano gli umani che, pur avendo l’uso della parola, imparano ad abbaiare. L’uso aggressivo della parola, grazie alla pervasività della competizione mediatica, che cerca la battuta a effetto a tutti i costi, è filtrato anche nella normalità dei rapporti sociali.
Non importa il significato, importa l’abbaio. È una deriva che porta assuefazione. Il suo rapporto con l’ormai vistoso fenomeno dell’analfabetismo di ritorno, che insidia proprio i Paesi della fioritura dell’umanesimo nelle lettere e nelle arti, che hanno dato entusiasmo e anima anche alle invenzioni e alle scienze (è una favola per giovani marmotte secolarizzate, quella che racconta di un privilegio della cultura umanistica che mortifica la razionalità scientifica), è fuori discussione, ormai. Ma l’assuefazione all’uso della parola come arma e come armatura, che alza una barriera intorno a un ego che si rivela, al tempo stesso, prepotente e codardo, è anche l’anticamera di un’aggressività che passa facilmente all’azione. Una pace disarmata e disarmante, come chiede papa Leone, è decisa dall’abitudine alla parola corrispondente.
Il mondo che deve essere governato, appassionato e insieme pacificato dalla parola – e non dall’urlo e dal ringhio – è diventato più complicato e più rozzo allo stesso tempo. La politica troppo spesso appare totalmente persa, a questo riguardo (ma anche dalle parti della leadership religiosa non si scherza). L’habitat sociale della parola umana, nel frattempo, si è riempito di formule prefabbricate (del genere “cotto e mangiato”, proprio come il cibo spazzatura), ossessivamente orientate a nutrire la competizione per il consumo, che gratifica l’ego. Il balletto dei like e degli hate speech, rozzo costume binario del “mi piace/non mi piace” che riassume una discorsività mancante, è perfettamente omologo con quello del codice informatico (0/1, acceso/spento). Questo codice, da spettatore dei giochi al Colosseo, funziona anche senza parole: come il pollice verso dell’imperatore romano, che segnala alla folla chi deve vivere e chi deve morire. La psiche adolescente è in presa diretta con questa semplificazione apparente della libertà senza intelligenza, che consente una via di fuga pulsionale dalla complessità altrimenti ingovernabile. E il suo impatto con la vita reale è mortale.
Lo dico ruvidamente e direttamente: la trasformazione della cattedra di italiano (e quella della lingua di ogni Paese, ovviamente) nell’esercizio spirituale e multilaterale delle potenze della parola è il luogo decisivo per la prevenzione della fragilità psichica che oggi eccita sistemicamente l’aggressività (e l’autolesionismo) adolescente. La sua versione vagamente estetizzante ha privato i giovani della formazione necessaria a rendere abitabile la comunità e felice la generazione del mondo.
La fede chiede che l’habitat della parola si faccia ospitale per la «parola di Cristo», in modo che essa «dimori tra voi abbondantemente» (Col 3, 16). Pensate soltanto alla potenza nascosta delle parabole, che troppo spesso ci siamo accontentati di risolvere in raccontini della nonna, con la loro morale di buone azioni e di buoni pensieri. La parabola di Gesù è facile da capire, e insieme è facile non capirla, come annuncia Gesù nel suo paradossale commento alla parabola del seminatore («Perché ascoltino, ma non intendano», Mc 4,11). Perché le parabole sono piene di trucchetti, come nei racconti che piacciono ai bambini, ma che solo gli adulti possono realmente comprendere. Perché il seminatore “spreca” così tanto seme su terreni non adatti? Perché non chiede nessuna “penitenza” al figlio prodigo? Perché loda l’amministratore generoso con beni “non suoi”?
Le parabole di Gesù sono un ottimo esempio di iniziazione alla “parola biblica” di Dio come “lingua materna” che ci genera e rigenera incessantemente alla sapienza di Dio. Le parabole non mirano a un’interpretazione che risolve il Vangelo: il Vangelo è un paradosso che sulla terra non si risolve, fino all’ultimo giorno. La lingua materna della relazione di Dio, simile a quella che insieme col latte ci introduce all’umano, non si identifica propriamente con una delle lingue del mondo, nemmeno l’ebraico. Piuttosto, in ciascuna lingua – a cominciare dall’ebraico – rende abitabile, sensibile e intelligibile, in tutto il mondo, la convivenza con Dio. L’abitudine all’incanto di questa lingua materna, per il quale non siamo ancora del tutto preparati, perché chiede un mutamento di prospettiva nell’esecuzione della raccomandazione conciliare sulla centralità delle scritture sacre, distilla pacificazione fra gli umani, attraverso la ricchezza di parole che dilatano l’anima. E sbarra la strada alla pulsione analfabeta della lotta per il godimento esclusivo, aprendo la via alla saggezza che rende godibile l’avventura comune.
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