«Migranti, 8 barche travolte e 380 morti». Ma la denuncia dell'Ong cade nel silenzio
Nell'ultima settimana Sos Mediterranée ha contato otto traversate partite dalla Tunisia, finite nel mirino del ciclone Harry. L'unica notizia filtrata riguarda il naufragio di 50, raccontata da un sopravvissuto. L'indignazione della Chiesa italiana. Il Centro Astalli: tanti nel nostro Paese ormai se ne lavano le mani

Il primo allarme risale al 18 gennaio e parla di tre barche in pericolo per circa 50 persone a rischio. Ma come spesso accade, gli allarmi lanciati sui social da Alarm Phone cadono nel vuoto. Lo stesso giorno è la Ong Mediterranea a lanciare un avviso di allerta maltempo con venti fino a 100 km/h e onde fino a 8/9 metri d’altezza. Sarà pericoloso mettersi in mare, avvisano dalla Ong che naviga il Mediterraneo in lungo e in largo per salvare migranti, soprattutto quelli che salpano dalla Tunisia e dalla Libia.
Gli allarmi proseguono anche nei giorni successivi. Il 20 gennaio a preoccupare sono quei 51 migranti a rischio nel Mediterraneo centrale. Sono partiti dalla Tunisia ma di loro non si hanno più notizie. «Abbiamo informato Italia e Tunisia che hanno bisogno di un soccorso immediato!» scrivono sui social da Alarm Phone. Il 23 gennaio il numero delle vite a rischio nel Mediterraneo centrale sale a 150: si tratta di almeno tre barche partite dalla Tunisia e di cui si sono perse le tracce. «Le condizioni meteorologiche sono pessime, le loro vite sono a rischio! Italia e Tunisia sono informati» ripete senza sosta il numero di emergenza auto-organizzato per migranti in difficoltà nel Mar Mediterraneo.
Dopo 24 ore la prima drammatica conferma: a darla, è l’unico sopravvissuto di un naufragio che ha provocato la morte di almeno 50 persone. Erano partiti dalla Tunisia 24 ore prima. L’uomo è stato soccorso dalla motonave Star che lo ha sbarcato a Malta. È stato lui a raccontare l’ennesima tragedia in mare. In una settimana il ciclone Harry non ha solo devastato la Sicilia ma si è portato via nel silenzio assordante almeno 400 persone che stavano attraversando il Mediterraneo per raggiungere l’Italia e l’Europa.
«Sarebbero almeno 380 le persone disperse nel Mar Mediterraneo centrale nei giorni del ciclone Harry» lancia l’allarme la Ong Sos Mediterranée. In un post su X ed elenca: si tratta di «8 barche partite dalla Tunisia e mai arrivate. Tra cui quella di venerdì con 51 persone di cui 1 solo sopravvissuto in gravissime condizioni».
Su queste tragedie dimenticate nell'indifferenza generale, ad alzarsi per prima è ancora una volta la voce della Chiesa. «Dobbiamo notare che ancora ieri si è registrato l’ennesimo naufragio nel Mediterraneo: non possiamo rassegnarci alla logica della morte» sottolinea il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, aprendo il Consiglio episcopale permanente.
«Dalla progressiva riduzione delle informazioni sugli spostamenti dei migranti nel Mediterraneo, sempre meno pattugliato, e sulle morti in mare, deriva un atteggiamento di deresponsabilizzazione, assimilabile a un pilatesco “lavarsene le mani” – denuncia dal canto suo padre Camillo Ripamonti presidente del Centro Astalli per i Rifugiati –. Sì, perché questi eventi non possono essere considerati episodi inevitabili o semplici incidenti. Essi si inseriscono in un contesto segnato da politiche migratorie restrittive, da ostacoli alle operazioni di soccorso e da una sistematica esposizione delle persone migranti a rischi mortali, in assenza di alternative sicure per quanti si trovano a dover scappare da conflitti, violenze e violazioni dei diritti. La tutela del diritto alla vita e alla protezione delle persone in movimento devono prevalere su ogni logica securitaria e su ogni confine. Il Mediterraneo non può continuare a essere teatro di tragedie ricorrenti. Le persone migranti sono titolari di diritti fondamentali, incluso il diritto di asilo: il loro soccorso e la loro tutela in mare costituiscono un obbligo giuridico e morale, non un’opzione».
Il presidente della Commissione Cei per i migranti, monsignor Gian Carlo Perego rilancia l’appello per «un’operazione condivisa di tutti i 27 Stati nel soccorso in mare». «Ancora morti nel disinteresse dell’Europa – denuncia monsignor Perego, – Ancora morti nel Mediterraneo: 50 di una imbarcazione partita dalla Tunisia. Dopo l’accordo con il governo di Bengasi le partenze dei migranti scelgono le coste tunisine. Ancora morti nel disinteresse dell’Europa. Ancora donne, uomini e bambini che non avranno mai un nome e un volto». «Quando - scuote le coscienze monsignor Perego - l’Europa risponderà all’appello di Papa Francesco nella sua visita a Lampedusa, “dov’è tuo fratello?”».
Anche l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), di fronte ai numeri dei naufragi e delle persone scomparse sottolinea «l’urgente necessità che la comunità internazionale intensifichi gli sforzi per prevenire ulteriori perdite di vite umane».
© RIPRODUZIONE RISERVATA






