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YouTube e la rivolta «anti-censura»

Gigio Rancilio venerdì 12 maggio 2017
«YouTube come lo conoscete è finito», dice l'esperto della rete Matteo Flora. «Sta accadendo la catastrofe su YouTube», gli fa eco Favij. Lui, con i suoi 3,6 milioni di seguaci sulla piattaforma video di Google, è una delle web-star italiane.
Cos'è successo? Quella che gli americani hanno già battezzato «Adpocalypse», che è la crasi tra le parole «advertising» (pubblicità) e «apocalypse» (apocalisse). In pratica, i grandi investitori pubblicitari hanno chiesto a YouTube di non far apparire più i loro spot prima, dopo o in mezzo a video considerati discutibili. Una mossa strategica più che etica. Nata anche sulla scorta del fatto che, poche settimane fa, la piattaforma tv Netflix si è vista associare a un video di YouTube accusato di promuovere il terrorismo, solo perché un suo spot appariva accanto al filmato.
Dopo uno «sciopero» dimostrativo degli investitori, Google ha così deciso di ritoccare l'algoritmo matematico che governa la diffusione dei video sulla piattaforma che vanta oltre un miliardo di utenti.
Sintetizzando: su YouTube è ora attivo un filtro per i video che trattano «argomenti adatti solo a un pubblico adulto, come droghe e alcool, sesso, violenza, terrorismo, guerra, crimini, conflitti politici e per tutti quelli con parolacce o espressioni volgari».
A prima vista è un'ottima notizia. Ma c'è un "ma". Anzi, ci sono diversi "ma". Qualunque algoritmo, anche il più sofisticato, infatti non è al momento in grado di contestualizzare ciò che «vede». Così, per non sbagliare, «punisce» tutti.
YouTube ha spiegato che le sue nuove regole «sono "liquide" e soggette a valutazioni di vario genere», ma nel frattempo la maggior parte dei creatori di contenuti della piattaforma ha visto calare vistosamente il pubblico e gli incassi pubblicitari. Che si tratti di video palesemente satirici o di informazione, poco cambia.
Se si mostrano scene di violenza o si parla di droga, scatta la penalizzazione. Se si parla di nazismo o di «temi controversi» (non è chiaro a nessuno quali siano) scatta la punizione. Che significa: meno visibilità e meno (o nessuna) pubblicità. Una scelta che paradossalmente sta finendo con lo scontentare tutti: investitori e creatori di contenuti. I primi, infatti, hanno sì paura di esser associati a video che potrebbero scatenare polemiche infangando l'immagine delle loro aziende, ma hanno altresì bisogno del pubblico giovane che frequenta YouTube. I secondi, invece, i cosiddetti «youtuber», senza incassi pubblicitari non possono andare avanti.
Mentre dilaga la protesta, alcune web-star hanno iniziato a testare piattaforme video alternative, ma il pubblico che troveranno non è certo numericamente paragonabile a quello di YouTube. Difficile dire come finirà. Perché tutti noi abbiamo bisogno di un ecosistema digitale più pulito, ma non possiamo certo delegarne il controllo a un algoritmo che falcia tutto e tutti.
Particolare non da poco: nel frattempo il solito onnipresente e onnivoro Facebook sta scaldando i motori. Come? Ha in preparazione un progetto di monetizzazione dei contenuti video che vengono e verranno postati sul suo social.