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Non voto autolesionista (ma il voto non è tutto)

Stefano De Martis domenica 25 settembre 2022
Se il popolo con un plebiscito elegge un despota sopra di sé, rimane libero perché è stato lui stesso scegliere il dispotismo? Negli anni Ottanta del XIX secolo è stato il filosofo inglese Herbert Spencer a porre questo interrogativo evidentemente provocatorio. Spencer è una figura rilevante nella storia del pensiero politico moderno, ma anche molto controversa (viene considerato il teorico del darwinismo sociale). Resta il fatto che la sua provocazione appare oggi di grande attualità di fronte al fenomeno inquietante delle «democrazie illiberali», delle «autocrazie elettorali», altrimenti dette anche «democrature». Un fenomeno complesso e variegato che però ha un nocciolo comune: l'assolutizzazione del momento elettorale, a cui si attribuisce la capacità di legittimare qualsiasi sistema o decisione. Tutto ciò che è frutto di un voto popolare è di per sé democratico. Come se la democrazia si esaurisse nelle elezioni. Come se la storia del XX secolo e di questo scorcio del XXI non avesse da insegnarci nulla sui dittatori andati al potere con il consenso delle urne.
A parte la necessità di verificare le condizioni effettive del voto (se questo non è realmente libero e se la competizione non è realmente pluralista e paritaria, di che cosa parliamo?), c'è da ricordare senza equivoci che la democrazia, quella vera, richiede un sistema di valori e di garanzie, un'articolazione e un equilibrio di poteri che vanno oltre la mutevolezza dei risultati elettorali. Non a caso anche la nostra Carta fondamentale richiede procedure particolari e rafforzate per essere modificata e, secondo quanto ha più volte chiarito la Corte costituzionale, ci sono dei «princìpi supremi» che non possono comunque essere oggetto di revisione. A meno che non si vogliano forzare i pilastri della nostra convivenza civile.
Non sono problemi nuovi, se già nel 1835 Alexis de Tocqueville metteva in guardia dal rischio della «dittatura della maggioranza». Di (relativamente) nuovo c'è l'approccio rivendicativo e talvolta aggressivo con cui certe tesi pseudo-democratiche vengono sostenute non solo di fatto ma anche in linea teorica, persino affermandone in termini comparativi la superiorità.
Per non prestare il fianco a questa propaganda insidiosa, però, è indispensabile che coloro che hanno a cuore una democrazia autentica si riapproprino con convinzione e consapevolezza del valore del voto. Sì, perché se è vero che la democrazia non è solo elezioni, è almeno altrettanto vero che senza elezioni non c'è democrazia. Partecipare al voto, quindi, significa riaffermare un diritto prezioso, «uno di quei diritti che tendono alla realizzazione di interessi che sorpassano il privato per toccare l'interesse della collettività», come disse Costantino Mortati alla Costituente nel dibattito sull'articolo 48. È anche un modo per dimostrare la vitalità e la forza "civile" della nostra Repubblica, dentro e fuori i confini nazionali. Certo, una legge elettorale imperniata sulla cooptazione dall'alto e una campagna tra le più contraddittorie e irresponsabili che si ricordino non rappresentano il miglior viatico per le urne. Ma nel contesto interno e internazionale in cui si trova il Paese l'astensionismo è un lusso che non ci si può permettere. Più che una sfida ai partiti, non votare sarebbe un atto di autolesionismo.