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La reputazione digitale vale oro ma è sempre più fragile

Gigio Rancilio venerdì 25 maggio 2018

A furia di inseguire i numeri dei follower, dei click e dei «like» ci siamo dimenticati che nel mondo digitale la cosa più importante non è la popolarità ma la reputazione. Per il vocabolario Treccani «la reputazione è la stima e la considerazione in cui si è tenuti da altri». Molti credono che nel digitale la reputazione sia l'insieme di dati e notizie che si trovano online su una persona o un marchio. Cosa vera solo in parte. Questa semmai è l'identità digitale e si crea con i dati e metadati volontari e involontari generati da ogni utente. Ma allora, cos'è la reputazione digitale? Come spiega l'esperto Matteo Flora in una lezione tenuta al Wired Festival «la reputazione è una percezione che non ha niente a che vedere con la realtà. In un mondo perfetto realtà e reputazione dovrebbero essere coincidenti ma così non è». Solo raramente può capitare che le due cose coincidano in parte.
Quindi, possiamo creare la nostra identità digitale con le nostre azioni su web e social e questa può aiutarci a costruire una parte della nostra reputazione ma non dobbiamo dimenticarci che quest'ultima la subiamo. Basta una leggerezza, basta un tweet o una frase infelice scritta su Facebook, basta una foto o un video che ci ritrae mentre facciamo o diciamo cose eccessive o sbagliate e possiamo venire travolti. Senza pietà. Perché la massa giudica, condanna e distrugge tutto ciò che incontra senza possibilità di appello.
Di casi simili ce ne sono purtroppo tanti, passati e recenti. Molti li ha raccolti lo scrittore John Ronson nel libro «So You've Been Publicly Shamed», raccontando storie di persone che hanno perso il lavoro e hanno visto la loro vita andare a rotoli per un errore digitale, più o meno grave. Perché «Internet non dimentica» e, quindi, anche quando la tempesta perde intensità, la storia rimane «online». E ogni nuovo datore di lavoro o un nuovo potenziale amico e/o fidanzato o fidanzata prima o poi fa una ricerca su Google per capire chi ha di fronte. E molto spesso – anche senza arrivare ai casi limite appena citati – quello che trova non è esattamente quello che il soggetto della ricerca vorrebbe apparisse su di lui.
Per non parlare di chi distrugge deliberatamente col digitale le vite altrui. Tanti ricorderanno la tragedia di Tiziana Cantone, la 31enne napoletana che si è tolta la vita nel settembre del 2016, dopo la diffusione di alcuni video hot messi in rete e rimbalzati sui social, generando anche migliaia di commenti a dir poco vergognosi. La gente urlava e giudicava. E lei per la vergogna si è uccisa. E che dire di Alfredo M. che un anno fa si è svegliato una mattina ricoperto da insulti. Non aveva fatto nulla. Ma un messaggio falso diffuso su Facebook e WhatsApp lo accusava di essere un pedofilo. In poco tempo più di 20mila persone hanno rilanciato quel messaggio falso e Alfredo si è trovato sommerso da insulti sui social e attacchi nella vita reale (dalla macchina vandalizzata alle offese personali). Come ha raccontato lui stesso a Vice: «Trovare la persona che ha fatto partire il tutto è molto difficile e arginare un messaggio diventato virale è una missione praticamente impossibile per una persona qualunque». Ancor più amara e inquietante la conclusione di Alfredo: «Come fai a difenderti da un'accusa che semplicemente non esiste?».
Davvero non si può fare niente per difendersi? A parte rivolgersi alla Polizia postale per denunciare gli abusi, cosa può fare un privato cittadino? Secondo Flora, deve «stare pronto». Cioè deve (dobbiamo) imparare a mettere in atto dei «processi reputazionali». Perché se prima «il problema della reputazione digitale era appannaggio solo delle personalità pubbliche oggi è un problema che può toccare tutti, nessuno escluso». Quindi? «Dobbiamo tenere sotto controllo ciò che si dice di noi e aprire e gestire con sempre più intelligenza e oculatezza la nostra presenza social». Avere una solida reputazione digitale è il primo argine nel caso di attacchi. Perché «la reputazione digitale non si può comprare e quando viene compromessa è molto difficile da ricreare», tanto più che i comuni mortali non hanno i mezzi di colossi come Volkswagen per far dimenticare i loro «dieselgate». Perché Internet non dimentica, la massa da sempre è tutto fuorché animata da pietà e, secondo Flora, la reputazione «è una percezione che non ha niente a che vedere con la realtà». Per Pier Luca Santoro di DataMediaHub invece «la reputazione ha una dimensione sociale. Dipende da come quel che facciamo/diciamo viene percepito dagli altri e da come gli altri parlano di noi [in sintesi]. Dunque è molto concreta anche se “immateriale”». Pensiamoci.