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Il censimento mostra campi sani

Andrea Zaghi sabato 14 luglio 2012
L'agricoltura che emerge dai risultati del Censimento 2010 resi noti in questi giorni fa ben sperare in una ripresa. Ovvio, i problemi non mancano, ma pare che la struttura portante del comparto sia di quelle solide e, soprattutto, in miglioramento.Guardando al particolare, gli elementi «positivi» sono molti. Coldiretti, per esempio, guarda alla crescita dei conduttori laureati che in dieci anni sono raddoppiati «a conferma – viene spiegato – di un processo di professionalizzazione che ha riguardato anche la straordinaria crescita degli agricoltori impegnati in attività multifunzionali di trasformazione e vendita di prodotti e nell'offerta di servizi innovativi». Di «un'agricoltura dinamica che esce dall'immobilismo», parla invece la Cia-Confederazione italiana agricoltori che punta sull'evoluzione del comparto indicata da segnali come l'occupazione e la caratterizzazione familiare delle imprese, oltre che di un aumento dei lavoratori stranieri e di una maggiore attenzione alla tutela del territorio. Tutto bene, quindi, anche se la Cia chiede di porre attenzione: non siamo ancora ai livelli europei e per questo serve uno scatto in avanti della politica italiana e non solo.La crescita del comparto, indicata dal Censimento, passa per una diminuzione e una concentrazione delle imprese, crescono in dimensione e sono sempre più proiettate al mercato e all'innovazione. Detto in numeri, le imprese sono passate da 2,4 a 1,6 milioni, mentre la superficie è rimasta pressoché stabile e inferiore a quella Ue (12 ettari contro i 7,9 ettari italiani). «I dati del Censimento – ha poi aggiunto Confagricoltura – dicono che oggi in Italia praticamente i due terzi della Superficie agricola utilizzata (SAU) complessiva sono gestiti da solo il 10% delle aziende. Negli ultimi dieci anni, le aziende con più di 20 ettari sono aumentate del 7% circa; quelle di dimensione inferiore sono diminuite del 35%». Tutto bene, o quasi, quindi, Anche se, come già detto, occorre lavorare ancora molto. Tanto che alcuni – come il mondo della cooperazione – non esitano ad affermare: «Risultati tutto sommato positivi, ma il cambiamento è troppo lento, occorre una azione politica forte per costruire aziende strutturate e per aggregarle». Ma cosa fare per migliorare ancora? Le ricette possono essere molte e diversificate, per la cooperazione, per esempio, «occorre spingere l'acceleratore anche sulle forme di conduzione associata e sulle fusioni tra imprese che consentono al sistema di crescere più rapidamente». Più in generale, serve puntare molto sulla crescita della capacità commerciale, del marketing, della valorizzazione e della difesa dei prodotti agroalimentari più riconoscibili ma senza perdere di vista quelli che, per loro natura, non possono beneficiare di marchi e tutele particolari. Insomma, la strada che l'agricoltura italiana sta percorrendo, sembra quella giusta, ma è ancora lunga e tortuosa.