Opinioni

Valore delle parole con cui preghiamo e coraggiosa fatica di rispettarle

Marco Tarquinio sabato 12 giugno 2021

Gentile direttore,
mi conceda tre minuti d’attenzione. Doveva arrivare papa Francesco perché dopo tanti decenni ci si accorgesse (in realtà, anch’io in precedenza avevo segnalato il problema in diverse sedi, compreso questo giornale), di quanto fosse, a dir poco, illogica la versione italiana del Padre Nostro, laddove si invoca dal Padre che non fosse (proprio) Lui a indurci nella tentazione verso il male! Per associazioni di idee può essere anche dato di riflettere su quanto sia inappropriato, inelegante e superfluo, nella preghiera dell’Ave Maria, invocare il nome di Gesù quale frutto del seno della Vergine Maria (nella versione latineggiante si metteva di mezzo – quale esprit de finesse! – addirittura il ventre...). Mi si conceda un sorriso: il Gloria Patri lo lasciamo tranquillo... Con la viva cordialità di un primissimo collaboratore di 'Avvenire', e con i migliori saluti.

Mario Pisani giurista, emerito nell’Università di Milano

La riflessione sul possibile cambiamento nel testo italiano del Padre Nostro è stata, gentile e caro professor Pisani, una questione seria. Tra gli specialisti (e non solo) si è sviluppata per anni, con profondità, passione e solo intermittenti clamori, che sulle nostre pagine hanno via via trovato sobria eco. Ogni singola parola della preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato e consegnato ha in sé immenso valore, accresciuto dalla millenaria fedeltà di quanti in diverse lingue da quel momento, ininterrottamente, l’hanno rivolta e la rivolgono a Dio. Toccare anche solo una vocale o una virgola pesa... Per questo c’è voluto tempo, e coraggio, per arrivare a rivederne il testo in quel passaggio conclusivo che dice del male a cui dobbiamo resistere e dal quale dobbiamo essere liberati. La sua sorridente polemica e la sua lunga e affettuosa consuetudine con le pagine di 'Avvenire' la portano, poi, a sfiorare l’Ave Maria, preghiera preziosa e amatissima con cui invochiamo l’intercessione della Madre di Dio. Anche lei, e non sarà l’ultimo, si concentra sulle parole 'seno' (in italiano) e 'ventre' (in latino) che trova imprecise, dunque improprie e forse inadeguate per esprimere proprio quella maternità. Me la cavo così, la parola più propria è 'utero': ma seno, ventre, grembo ne sono a pieno titolo sinonimi. E nessuno, pronunciando uno di quei sinonimi, può aver dubbi sulla realtà dell’incarnazione della Parola che è Cristo attraverso Maria. Colei che Dante cantò, in modo altrettanto indimenticabile: «Vergine madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura...».