Opinioni

La ritirata in Afghanistan. Una sconfitta militare e una disfatta umana

Riccardo Redaelli domenica 25 luglio 2021

E così la realtà si rivela sempre più evidente, nonostante tutte le bugie e i tentativi di presentare come una saggia soluzione politica la sconfitta militare e la ritirata che rischia di trasformarsi in una vergognosa disfatta. La scelta del presidente Usa Joe Biden di confermare le decisioni prese dal suo predecessore Trump e di fare partire i soldati statunitensi dall’Afghanistan, spingendo inevitabilmente tutti i Paesi Nato a fare lo stesso, ha disarticolato i fragili equilibri. La vittoria militare dei taleban non sembra più evitabile e, anzi, appare sempre più rapida.

Da settimane le truppe del governo nazionale di Kabul cedono terreno, mentre aumentano le diserzioni; dal canto loro, i taleban, dopo aver professato moderazione nei colloqui diplomatici, cercando di convincerci che in fondo non erano gli stessi miliziani tribali ferocemente radicalizzati, hanno mostrato il loro vero e ben noto volto: esecuzioni di massa e brutalità esibita contro chiunque osi opporsi alla loro distorta ideologia o sia stato vicino agli occidentali.

La situazione sul campo in Afghanistan è così preoccupante e in tale deterioramento che Washington ha introdotto in questi giorni misure di emergenza per cercare di garantire la sopravvivenza degli afghani che in questi anni hanno collaborato con la Nato e con le Forze armate statunitensi. Oltre allo stanziamento di un nuovo e più corposo fondo di 100 milioni di dollari, il Senato ha approvato un percorso speciale per l’ottenimento di visti di entrata in America. Dopo gli attentati dell’11 settembre di venti anni fa, la concessione di tale visto a un cittadino mediorientale è divenuto un percorso sfibrante che può durare anni, concludendosi il più delle volte con un rifiuto.

Ma Biden ha compreso che abbandonare migliaia di afghani con le loro famiglie alle feroci rappresaglie dei brutali guerriglieri islamisti sarebbe una viltà cinica e vergognosa. Una scelta lodevole, sempre che venga effettivamente implementata – gli Stati Uniti hanno l’abitudine di dimenticare troppo spesso le promesse fatte, specie in Medio Oriente – ma che allo stesso tempo dimostra come neppure a Washington si creda più alla possibilità di un accordo politico fra il governo di Kabul e i taleban. Se gli americani per primi dicono di essere pronti a salvare chi ha collaborato con loro, facendoli fuggire dal Paese, non si può chiedere ai soldati, ai funzionari, ai tanti che hanno davvero creduto che la Nato non li avrebbe lasciati soli di continuare a sperare nel futuro.

Come sorprendersi se in tanti cercano di abbandonare illegalmente l’Afghanistan, mentre anche gli altri Paesi Nato – e quindi anche noi italiani – si muovono per garantire chi si è maggiormente esposto collaborando con noi. Non a caso tanti militari occidentali erano scettici (per usare un eufemismo) sulla decisione di ritirarsi senza aver raggiunto prima un saldo accordo politico che fermasse le violenze.

Solo degli sprovveduti, o dei bugiardi, potevano davvero credere che i miliziani islamisti non avrebbero tentato di prendersi tutto il piatto. Tanto più che il Pakistan, Paese che ha 'creato' i taleban trent’anni fa e che non ha mai smesso di sostenerli, è tornato sfacciatamente a interferire. Sembra anche mancare la volontà di mandare messaggi chiari alle forze in avanzata dei nemici della democrazia e dei diritti umani: per quanto gli attacchi aerei o con i droni siano spesso criticabili e talora moralmente discutibili, è un fatto che Usa e Nato hanno le capacità di colpire duramente dal cielo.

Non lo si sta facendo; una inazione che viene notata e recepita tanto a Kabul quanto fra i vertici di questi autoproclamati 'studenti del Corano'. Il timore diffuso Oltreoceano è che si tornino a vedere le famose, drammatiche immagini della fuga da Saigon, con i vietnamiti appesi agli elicotteri che si alzavano dai tetti dell’ambasciata americana. Sarebbe una nuova umiliazione per noi, dicono a Washington. Francamente, dell’orgoglio ferito d’America poco ci importa. Dovremmo preoccuparci molto di più del cupo futuro di milioni di afghani. Uomini e soprattutto donne. Avevamo promesso loro, senza che mai ci riuscissimo, una vita più decorosa e sicura. E ora li stiamo abbandonando al loro destino.