Opinioni

Lavoro. Salario minimo e contratti. Le parti tornino protagoniste

Francesco Riccardi giovedì 17 settembre 2020

Non c’è solo la transizione verde nelle strategie europee per la ripresa e la resilienza in Europa. Accanto alla difesa dell’ambiente, infatti, l’ambizione della Commissione è anche quella di promuovere una maggiore equità sociale. E in questa direzione, la presidente Ursula von der Leyen ha annunciato ieri la presentazione di una proposta di legge per sostenere gli Stati membri nella creazione di uno schema per i salari minimi. «Tutti devono avere accesso a un salario minimo, o attraverso accordi collettivi o per legge», ha spiegato la presidente nel suo primo discorso sullo Stato dell’Unione.

L’esigenza di garantire un compenso dignitoso, ed evitare il più possibile l’impoverimento anche di chi un lavoro ce l’ha, riceve così un’ulteriore e decisiva spinta da parte dell’Unione Europea. Il salario minimo è regolato per legge in 21 Paesi sui 27 della Ue. Oltre che da noi, non è previsto solo in Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia e Svezia. E l’ultima nazione ad averlo introdotto è stata proprio la Germania di von der Leyen, nel 2015, affiancandolo alla tutela tradizionale della contrattazione collettiva centrale per i tedeschi. Che il salario minimo fissato dalla legge finisse per inficiare la contrattazione è stato a lungo – ed è ancora – il principale timore dei sindacati italiani. Non solo relativo a una possibile perdita di rappresentanza e forza contrattuale, ma anche a una minore tutela per i dipendenti stessi a cui potrebbe essere semplicemente garantito il salario minimo fissato dalla legge, privandoli però di tutte le altre tutele oggi assicurate dalla contrattazione nazionale e decentrata.

Preoccupazione non infondata, ma da confrontare con la realtà attuale, che già vede il 15-20% dei lavoratori esclusi dalla protezione di un contratto collettivo e 2,9 milioni di persone guadagnare meno di 9 euro l’ora (la soglia a cui punta oggi anche il governo). Occupati poveri non solo della gig economy, la nuova economia dei 'lavoretti', ma presenti in tanti settori tradizionali come la logistica, la lavorazione delle carni, i servizi alle imprese e alle persone, l’artigianato, l’agricoltura. Comparti nei quali i sindacati confederali sono radicati, eppure in difficoltà a contrastare fenomeni come il caporalato, le false cooperative, i contratti 'pirata' (se ne stimano addirittura 800) firmati da associazioni con scarsa rappresentatività ma in grado di produrre un forte e diffuso dumping salariale.

Sull’altro fronte, gli imprenditori temono soprattutto un netto rialzo dei costi – con un minimo di 9 euro l’ora, infatti, l’Istat stima un costo del lavoro superiore di 4,3 miliardi – e una nuova pesante ingerenza dello Stato nei rapporti sociali. Si tratta di obiezioni fondate, rispetto alle quali però le parti sociali hanno mostrato negli ultimi anni limiti e contraddizioni. Se si intende difendere il primato della contrattazione, infatti, non si può poi lasciar scadere e non rinnovare per anni i contratti nazionali; non si può giocare sempre al risparmio sulle fasce più deboli di lavoratori mentre ai top manager vengono assicurate cifre astronomiche. Soprattutto, non si può firmare ambiziosi accordi interconfederali e poi lasciare che i contenuti lì inseriti nero su bianco – potenziamento della formazione, misura della rappresentatività, valorizzazione della partecipazione, ad esempio – giacciano come lettera morta per anni. Affinché il dialogo sociale e la contrattazione rimangano centrali nel nostro Paese, come sarebbe auspicabile, serve allora che i rappresentanti delle imprese e dei lavoratori recuperino velocemente un vero protagonismo, quello che gli è proprio.

Fatto non di interviste sui giornali ma di confronti ai tavoli e nelle fabbriche, di sigle sotto intese innovative sull’organizzazione del lavoro, di tutele moderne per un nuovo sviluppo sostenibile anzitutto sul piano dell’equità sociale. I minimi possono essere anche fissati per legge, ma il confronto tra sindacati e imprese è insostituibile per fare del cambiamento un’occasione di progresso per tutti. Il primo passo da compiere subito dovrebbe essere quello di sbloccare finalmente l’annosa questione della misura della rappresentatività di sindacati e associazioni d’impresa, in forza della quale poter sottoscrivere a maggioranza contratti validi poi erga omnes. La firma, sempre ieri, del «primo contratto per i rider» tra Assodelivery e la sola Ugl, di cui non si sa quanti ciclofattorini rappresenti effettivamente, lo conferma con la forza dell’evidenza, prima e al di là del giudizio sui singoli contenuti dell’intesa. C’è però una ragione ben più profonda per auspicare un maggiore e specifico protagonismo delle parti sociali. Ed è quella di continuare a stimare il valore del lavoro come esperienza fondamentale e fondante dell’umano che – spiace per Beppe Grillo – nessun sussidio potrà mai sostituire e che, nella sua essenza, non può essere ridotto a «ricatto».