Opinioni

Lettere. Quello sguardo buono e presente che morte e tempo non possono toccare

le nostre voci di Marina Corradi martedì 23 gennaio 2018

Caro Avvenire,
avrei voluto rispondere ad altre lettere di lettori di Avvenire che in un certo senso mi avevano fatto sentire quasi un “anormale”, ma non l’avevo mai fatto. Lo faccio ora e cerco di spiegare il perché. Sono cinque anni che Liliana è andata in cielo, ebbene, sembra incredibile, io non sento quel vuoto che anche Montale nella sua famosissima poesia «Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale...» dice di sentire: per me Liliana è sempre presente. Ho letto di stanze vuote, di frigoriferi anche loro metà vuoti, di ricerca nei supermercati di prodotti monouso, ebbene, io da quando Liliana è andata in cielo continuo a prendere nei supermercati ciò che compravo prima. Indubbiamente ora i prodotti mi durano di più, ma voglio dire che ho anche imparato a mangiare prodotti che prima rifiutavo e li ho trovati buonissimi. Io ho la fortuna di andare ancora in giro per l’Italia ed altrove ed è naturale, che avendo noi due in precedenza viaggiato molto, mi ritrovo in luoghi dove eravamo già stati con mia moglie e queste occasioni sono motivo di ricordare e parlarne con maggiore facilità. Certo, quando mi giro nel letto verso il lato destro, non trovo il corpo di Liliana, ma questo che cosa vuol dire? Insomma, non sono un “anormale”, sono una persona che ha avuto la fortuna di costruire assieme a mia moglie quella che erroneamente viene chiamata “solitudine”. Qui desidero aprire una parentesi: c’è una bella differenza nel dire che una persona soffre perché è “sola” e dire che una persona soffre di “solitudine”. La solitudine è un dono! Certo, ripeto, noi abbiamo avuto la fortuna e potrei quasi dire “la grazia”, di riconoscere e costruire assieme la “solitudine”.

Ettore F.

Una solitudine vista come una grazia. Questa parola, solitudine, declinata con un accento del tutto diverso da quello consueto. Solitudine, fra noi, è isolamento, povertà, vuoto. È il fantasma che temiamo, è il destino, paventiamo, che ci aspetta nella vedovanza, da vecchi. Invece il signor Ettore parla di tutta un’altra solitudine. Una solitudine che in realtà è una compagnia: grande, forte, inattaccabile dal tempo che passa. “Lei” c’è sempre, invisibile, accanto. In realtà, non se ne è mai andata. Occorre, credo, che fra due persone sia maturata nei decenni, oltre all’amore, una reciproca profondissima conoscenza, fino a creare fra quei due come una segreta simmetria. Un essere “con” l’altro che diventa un essere in lui, immaginare e conoscere i suoi pensieri, e che cosa dirà in una certa circostanza, e con quale inflessione della voce, e con che sguardo. Allora, in una simile intensità di rapporto, anche dopo la morte forse è possibile non sentirsi abbandonati: giacché lei è ancora qui, accanto, presenza cara e fedele. Posso capire il lettore perché a me qualcosa di simile accade con mio padre, morto da oltre vent’anni. Lo conoscevo ormai bene, da adulta, sapevo come avrebbe commentato il titolo di un giornale, come avrebbe riso a una battuta, come mi avrebbe guardato, vedendomi triste. E allora ancora oggi mi accade, in momenti imprevisti, di percepirlo accanto. Di risentire il suo accento emiliano che allargava dolcemente le vocali, di rivederlo un po’ rosso in viso, arrabbiato, quando, ragazzina, gli illustravo qualche mia nuova trovata e lui esplodeva: “Ma non sarai mica diventata matta?”. C’è poi un incrocio qui a Milano, sempre lo stesso, vicino al Monumentale, dove ogni volta che passo in auto mi pare di avvertire la sua voce: “Stai a destra qui, prendi la curva larga!”. Sorrido, quando avverto questo contatto affettuoso, come se lui fosse ancora qui, seduto con me in auto. E a dire il vero non credo che sia solo una fantasia, ma, come nel caso del signor Ettore con sua moglie, un’ineffabile compagnia come sospesa fra cielo e terra. Uno sguardo buono e presente, che la morte e il tempo non possono toccare.