Opinioni

Il direttore risponde. Lo «sconosciuto cacciatore»

lunedì 31 ottobre 2011
​Caro direttore,
ho appreso con molto interesse che Benedetto XVI, ad Assisi, assieme alla vasta rappresentanza dei testimoni delle diverse religioni, abbia chiamato a confrontarsi sulla pace nel mondo anche coloro che non hanno trovato Dio. Io sono da molto tempo laico e non credente anche se non mi sono mai definito ateo. Mi sembra che nella cultura filosofica del nostro Occidente l’ateismo sia stato un sogno fragilmente positivistico. Sarei tentato di dire che ho sempre cercato Dio, a volte con l’impegno che il cacciatore mette nel raggiungere il suo scopo. Ma che ho avuto sempre il sospetto, la sensazione, che qualcuno desse la caccia a me. Di essere io in fondo la preda. E che questo sconosciuto cacciatore, di cui non ho mai avuto paura, mi aspettasse al varco nel momento cruciale, che data la mia età, non è molto lontano. Le parole del Papa che più mi hanno emozionato sono tuttavia quelle che ha usato per denunciare che anche i cristiani, nella loro storia, hanno fatto ricorso alla violenza. E ha detto: lo riconosciamo pieni di vergogna. Mai un Papa ha usato tanta forza nel toccare questo tasto così doloroso. Credo che sia una pietra miliare su cui tentare di costruire un futuro di pace tra le genti.
Alessandro Tessari, FreiburgLo «sconosciuto cacciatore» che la incalza senza farle paura, gentile professor Tessari, è Colui che Papa Benedetto, nel suo dialogo con il mondo di oggi e con i giovani (che sono il mondo di domani), ha più volte chiamato il «grande Sconosciuto», incalzando a sua volta a cercare, a riscoprire e ad approfondire – appunto senza generare e nutrire timori – per dare senso alla vita. E perché, come sottolineò al parigino Collège des Bernardins incontrando gli intellettuali francesi, «una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell’umanesimo».Ho imparato che lei, caro amico, per indole e per mestiere, usa le parole con appassionato rigore e mai trova e propone echi senza motivo. So, dunque, che l’evocazione di quel certo «sogno fragilmente positivistico» d’Occidente è la traccia di una riflessione che continua. E so che nel definirsi «non credente» eppure «non ateo» – anche qui in bella e libera sintonia con l’invito di Papa Ratzinger a stare tutti al mondo "etsi Deus daretur", come se Dio ci fosse – lei punta a rammentarci che si può e si deve vivere (e fare filosofia, dettare leggi, governare i rapporti tra le persone, le culture e i popoli) senza paura, ma non programmaticamente senza Dio. Per questo capaci di fare i conti con gli errori e i drammi della storia che abbiamo alle spalle così come con le vertigini e i rischi del tempo che viviamo.Trovo anch’io che la forza di Benedetto XVI sia speciale. Ma trovo anche che le davvero emozionanti parole che ha usato per denunciare la violenza storicamente compiuta nel nome della fede e della fede cristiana – con un «utilizzo abusivo», ha rimarcato, che è causa di «vergogna» – siano la continuazione della grande opera dei suoi predecessori e in particolare, in modo altrettanto emozionante, di Giovanni Paolo II. È vero: si tratta di parole e gesti che continuano a porre «pietre miliari» nel percorso per cancellare dalla faccia della Terra la ruga profonda della guerra, della violenza, del rifiuto della verità dell’uomo e di Dio. Lei definisce il tratto che sta seguendo un sentiero di caccia. Le auguro con rispetto e amicizia di farlo fino in fondo, e di scoprirlo – sin dal principio – splendida via maestra.