Opinioni

Il direttore risponde. «Invalido e disoccupato: chi sta peggio di me?»

mercoledì 12 maggio 2010
Caro direttore,chissà perché si parla sempre molto poco di due particolari categorie di persone: degli invalidi civili e dei disoccupati ultracinquantenni. Negli ultimi tempi le domande d’invalidità sono notevolmente calate e così, in proporzione, il riconoscimento di nuovi invalidi. A parte gli abusi, uno non sceglie di essere invalido: lo diventa e basta. Per poter avere una pensione di poco più di otto euro al giorno bisogna superare almeno il 75% d’invalidità permanente. Ma ottenere tale punteggio, anche avendone – purtroppo – il diritto, diventa sempre più difficile. In parallelo, essere un disoccupato ultracinquantenne è una tragedia. Nonostante si sia, spesso, in possesso di un curriculum di tutto rispetto e di notevoli abilità e capacità, e dotati di tanta disponibilità, il solo dato anagrafico rende quasi impossibile di venire anche solo presi in considerazione per un qualsiasi posto di lavoro. Allora ci si arrangia con lavoretti, sempre che si sia ancora in grado di svolgerli. Io mi vanto di appartenere a entrambe le categorie – a cui potrei aggiungere quella dell’essere a pieno diritto membro del grande club della solitudine-emarginazione-isolamento –. Riuscire a trasportare una sempre più magra spesa fino a un terzo piano senza ascensore è diventata un’impresa. Allora non resta che confidare nel Signore e offrirgli l’unica cosa che veramente ci appartiene: la sofferenza.

Alessandro Armaroli

La crisi economica ci tocca un po’ tutti. Ma c’è qualcuno che ne è solo lambito e altri che, invece, ne sono colpiti fino a vedersi franare sotto i piedi anche le basilari sicurezze dello Stato sociale, così come – conquista dopo conquista – siamo arrivati a concepirlo anche in Italia. Lei, gentile signor Armaroli, assomma due titoli – quello di ultracinquantenne disoccupato e quello di invalido – ciascuno dei quali basta per confinarla quasi d’ufficio nella parte più bassa della classifica del benessere. E la sua è una condizione che si sta allargando, senza che si intravvedano azioni significative in grado di invertire la tendenza. Proprio per questo si sente l’urgenza di una sterzata, di un segno forte, perché il disagio sociale è terreno fertile di coltura per ogni sorta di deriva. Il crinale insidioso sul quale l’Italia si trova esposta, assieme ad altri Paesi europei, le impone di salvaguardare sia l’equilibrio dei conti pubblici, sia la coesione sociale dando seguito al proposito più volte dichiarato di «non lasciare nessuno indietro». Un’ultima parola sul "club" della "solitudine-emarginazione-isolamento" al quale, con amarezza, dichiara di appartenere: mentre per quanto detto in precedenza lei dipende, quasi del tutto, da circostanze esterne, qui qualche spazio di manovra ce l’ha... Lo sfrutti, caro amico, per scendere i suoi tre piani di scale e guardarsi attorno: parrocchia, circoli, spazi associativi possono rappresentare opportunità in cui rianimarsi e dove trovare sostegno e aiuto per allentare la morsa del disagio. E sono certo che, con la sua esperienza e la sua umanità, sarà anche lei a dare una mano ad altri. Le auguro l’una e l’altra cosa, davvero di cuore.