Mondo

Medio Oriente. Iran, un altro colpo alla gerarchia

Federica Zoja martedì 1 dicembre 2020

Il feretro dello scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh

A soli quattro giorni dall’uccisione in Iran dello scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh, lunedì un altro alto esponente della gerarchia iraniana, il comandante dei Guardiani della Rivoluzione – i Pasdaran – Moslem Shahedan, è morto per l’attacco di un drone militare. Secondo quanto riferito da al-Arabiya, che ha citato fonti irachene, il drone ha preso di mira l’auto sulla quale viaggiava l’ufficiale, sul confine fra Siria e Iraq, a Qaim, scagliandovi contro dei missili. Tutto questo mentre la tensione nel Vicino e Medio Oriente era già alle stelle dopo l’omicidio di Fakhrizadeh.

Da venerdì scorso, i vertici della Repubblica islamica – in testa il presidente Hassan Rohani e l’ayatollah Ruhollah Khamenei – promettono vendetta «al momento opportuno», puntando il dito apertamente contro Israele, e ribadiscono che il programma nucleare iraniano andrà avanti. La morte dello scienziato complica non poco la vita degli apparati di sicurezza, colpendoli nella loro credibilità. Incapaci di proteggere personaggi chiave del regime, al momento essi non riescono neanche a ricostruire la dinamica delle loro uccisioni: secondo i Pasdaran, a sparare contro Fakhrizadeh sarebbe stata una mitragliatrice montata su un Suv e comandata da remoto, ma tale versione sarebbe contraddetta dall’esplosione che si vede nel video dell’attacco; tramontata anche l’ipotesi di un commando di dodici uomini, sostenuto da una cellula di almeno cinquanta, lasciata filtrare in principio dall’agenzia Fars. Secondo Ali Shamkani, capo del Consiglio supremo per la Difesa iraniano, quella contro l’ingegnere nucleare è stata «un’operazione complessa, con uno stile e un metodo completamente nuovo », in cui sono «coinvolti i Mujaheddin del popolo – il movimento politico militare di opposizione, da anni in conflitto con gli ayatollah – il regime sionista e il Mossad». Ma i Mujaheddin, gruppo basato all’estero, negano qualsiasi coinvolgimento. Quanto alla responsabilità israeliana, le armi recuperate dopo l’agguato porterebbero il timbro di Israele «perché hanno il logo e le caratteristiche dell’industria militare israeliana», rilanciano le autorità iraniane. Il governo di Benjamin Netanyahu respinge ogni accusa, ma definisce la morte dello scienziato «utile all’intera regione e al mondo». Nel frattempo, gli ultraconservatori iraniani colgono al balzo l’occasione per regolare i conti con il pragmatico Rohani, accusato di «tradimento» per non aver protetto il programma nucleare e i suoi responsabili dagli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’atomica, definiti «spie».

Al di là della consueta retorica bellicosa dei vertici iraniani, tuttavia, fino a ieri Teheran non sembrava voler prendere decisioni affrettate prima dell’insediamento alla Casa Bianca di Joe Biden, «coinvolto nella politica estera Usa dagli anni Settanta e su questo più informato di Donald Trump», come dichiarato dal ministro degli Esteri Javad Zarif in un evidente tentativo di distendere le relazioni con gli Stati Uniti. Ora, però, il nuovo affronto potrebbe far precipitare la situazione. Sulla stampa regionale, un blitz americano sulla centrale nucleare di Natanz, fortemente voluto dall’uscente Donald Trump, è evocato con insistenza. Secondo una fonte emiratina di alto livello raggiunta da Middle East Eye, testata Web di politica internazionale, durante il fine settimana Teheran avrebbe contattato il principe della corona di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed, minacciando di colpire gli Emirati nel caso di un attacco statunitense. «I nemici devono aspettarsi la nostra risposta», ha dichiarato ieri mattina, in modo generico, il comandante dei Padaran, generale Hossein Salami, a margine dei funerali dello scienziato nucleare, salutato come un martire. «Decideremo noi il momento, il luogo e l’entità della risposta».