Agorà

STORIE. Viola, la moda sfata la superstizione

di Riccardo Maccioni domenica 10 maggio 2009
Premetto che non sono superstizioso né scaramantico. Al liceo ho accettato senza batter ciglio per cinque anni il numero 17 di registro e i gatti che preferisco sono di gran lunga quelli neri. Non ho problemi a passare sotto una scala aperta, non mi spaventano lo specchio rotto e il sale rovesciato. Forse proprio per questo sono turbato dalla moda di quest’anno. L’idea che un richiamo commerciale riesca là dove la ragione sembra fallire, un tantino mi inquieta. Oggi paesi e città sono vittime di un’autentica invasione. Viola. Il colore rifuggito dagli artisti, circondato da tanti «non ci credo ma non si sa mai» ha fatto breccia nelle vetrine delle boutique e subito dopo nei nostri armadi. Ovunque ti giri è un proliferare di camicie, giacche, pantaloni, gonne viola. Per tacere di scarpe, calze, foulard, persino occhiali. Tutti rigorosamente viola. Anche se qualche negozio, per indorare la pillola, parla di color lilla, malva e vinaccia. Segnali analoghi ce n’erano stati anche in passato ma mai con quest’intensità. Che dire di Keira Knightley l’attrice inglese che si presenta alle serata di gala con un vestito color melanzana? E Carla Bruni? A giudicare dalle apparizioni pubbliche la première dame di Francia ha proprio nel viola il suo colore preferito. Ma anche Michelle Obama, nuova entrata nello star system mondiale indossa sempre volentieri l’amata tinta ciclamino. Niente di nuovo sotto il sole direbbe lo storico, ricordando che nell’antica Roma il viola era il colore del potere imperiale e che ancora oggi la «purple heart», introdotta da George Washington nel 1782, rimane la più importante medaglia al valore statunitense. A resistere nel loro «no» al colore, peraltro con alcune defezioni come abbiamo visto, sono gli uomini e le donne dello spettacolo. La ragione di quest’assurdo rigetto, figlio della superstizione, che è sempre sciocca e nelle forme più severe incompatibile con la fede, risale al Medioevo. Allora durante la Quaresima, il tempo liturgico in cui i sacerdoti indossano i paramenti viola, era proibita ogni forma di teatro, compresi gli spettacoli di strada e di piazza. Tutto qui? Tutto qui. Insomma tante celebrate star, molte anche iperprogressiste di casa nostra, alzano le braccia di fronte a una zavorra «culturale» tanto ridicola quanto svincolata dalla realtà di oggi in cui si brinda e si festeggia, purtroppo, anche di venerdì santo. Oltrettutto per la Chiesa il viola non è solo il colore della Quaresima ma anche dell’Avvento, non significa solo penitenza ma è segno pure di lieta attesa, che prepara la festa del Natale e la gioia definitiva della parùsia, la venuta gloriosa di Cristo. Ci piace pensare che anche il regista di formazione ebraica Steven Spielberg ne abbia tenuto conto quando ha girato «Il colore viola» con la superba Whoopi Goldberg nei panni di una donna vittima della prepotenza maschile e razzista. Quanto alla musica, gli amanti del rhythm and blues definiscono «Purple rain» uno dei migliori album di Prince, mentre un po’ meno bene è andata ad Adriano Celentano. La sua canzone vagamente ecologista «Viola», datata estate 1970, si è fermata al quarto posto dell’hit parade. Poco male se è vero che anche di recente il molleggiato si è presentato in tv sfoggiando una pochette, un fazzolettino, completamente viola. Accanto a lui cresce il numero di stelle e stelline che combattono la superstizione. Tra le attrici immortalate con abiti in varie gradazioni, Charlize Theron, Ashley Judd e Catherine Deneuve. Coraggio, lotta all’ignoranza? Forse conta di più la voglia di stupire e in qualche caso la cura quasi maniacale del corpo. Secondo la cromoterapia, infatti, le tinte «purple» aiuterebbero a combattere l’insonnia e aumenterebbero la produzione di globuli rossi. Tra le sostenitrici di questa disciplina che studia gli effetti dei colori sulla nostra salute, c’è Liz Taylor che di suo, di viola, ha i meravigliosi occhi. Ma soprattutto, e torniamo al ragionamento iniziale, contano i diktat commerciali, in nome dei quali si combattono anche fobie, paure irrazionali altrimenti dure a morire. Non tutto è male quel che è shopping dunque, almeno quello morigerato e che aiuta a star meglio contribuendo a combattere la tristezza, che è nera, e l’invidia, che è rossa. E pazienza se la rabbia è viola. Quella promettiamo di non farcela venire neppure se gli stilisti non lanceranno prossimamente una campagna per lo sdoganamento del verde in Francia e del bianco in Giappone. I colori che secondo uomini e donne dello spettacolo di quei Paesi porterebbero male. E a quanti ricordano la battuta di Eduardo De Filippo «essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male» si potrebbe rispondere citando Shug Avery, tra le protagoniste della storia da cui Spielberg ha tratto il suo film del 1985: «Penso che Dio s’arrabbi quando in un campo passiamo vicino a qualcosa di viola e non ce ne accorgiamo».