Agorà

Anniversario. Per Dostoevskij una ricerca infinita

Alessandro Zaccuri giovedì 11 novembre 2021

Fëdor Dostoevskij ritratto nel 1872 da Vasilij Perov

Dal rapporto con Nietzsche alle intuizioni sulla natura dei totalitarismi Ma il libro della sua vita fu sempre il Vangelo e Cristo è il vero protagonista della sua opera Non importa da dove si comincia, se dal massiccio scosceso dei Fratelli Karamazov o dal paesaggio in apparenza meno accidentato delle Notti bianche: con Fëdor Dostoevskij non si finisce mai. È una sensazione familiare ai suoi lettori, anche i più assidui, ai quali capita spesso di essere sorpresi da un dettaglio precedentemente trascurato. Ma anche con la critica non si scherza. Ci sono gli interpreti classici (Bachtin e Pareyson, per limitarsi a un paio di nomi) e c’è un laboratorio sempre in attività, un po’ come le case descritte da Dostoevskij, nelle quali, a qualsiasi ora del giorno e della notte, c’è sempre qualcuno che banchetta o disquisisce, che si dispera o proclama il suo amore impossibile. In quest’anno segnato dalla duplice ricorrenza del bicentenario della nascita (a Mosca, l’11 novembre 1821) e del centoquarantesimo della morte (a San Pietroburgo, il 9 febbraio 1881), anche in Italia la bibliografia si è fatta ancora più folta. Se ad aprire la strada era stata l’edizione delle Lettere curata da Alice Farina per il Saggiatore, era poi toccato a Paolo Nori dare corpo al singolare racconto biografico di Sanguina ancora, il romanzo edito da Mondadori che è stato finalista al Campiello. Ma è negli ultimi mesi che le uscite dei libri su Dostoevskij si sono intensificate, in un moltiplicarsi di suggestioni e di prospettive. Un’acquisizione importante è senza dubbio quella del polifonico Un certo Dostoevskij, curato dallo specialista Pavel Fokin e presentato dallo stesso Nori per Utet (traduzione di Giada Bertoli, Francesca Giordano, Verdiana Neglia e Irene Verzeletti, pagine 492, euro 24). Non una vita in senso stretto, ma un intelligente mosaico di documenti che permettono di seguire con piena partecipazione le varie fasi della vita del romanziere. Fondamentali risultano hanno l’epistolario e le memorie della seconda moglie, Anna Snitkina, ma il ventaglio delle fonti è molto più ampio, così da garantire numerose scoperte. In un certo senso, è il libro ideale da tenere sottomano se ne leggono altri.

La seconda moglie Anna Snitkina - archivio

Una combinazione particolarmente felice potrebbe essere quella con Fëdor Dostoevskij. Nostro fratello (Ares, pagine 144, euro 14), nel quale Armando Torno ha riordinato i contributi relativi alla sia lunga fedeltà nei confronti dell’autore. A fianco dei reportage dettati dai principali luoghi dostoevskiani, Torno recupera le sue introduzioni per l’edizione delle sue opere all’interno del “Pensiero occidentale”, la collana di classici della filosofia fondata da Giovanni Reale per Bompiani. Non che per questo il suo Dostoevskij si presenti solamente come pensatore impetuoso e trascinante anche nella sue contraddizioni. Anche altri saggi che analizzano il versante filosofico non possono in alcun modo prescindere dalla potenza espressiva dei capolavori narrativi. In Dostoevskij profeta del Novecento (Armando, pagine 152, euro 16) Francesco Forlenza si sofferma con particolare efficacia sul significato di predizione che molte intuizioni dello scrittore hanno assunto durante il “secolo breve”, specie per quanto riguarda lo sviluppo dei totalitarismi. Il pendolarismo tra nichilismo e redenzione, tra esaltazione rivoluzionaria e abbandono alla provvidenza caratterizza anche Dostoevskij. La salvezza in scena di Vincenzo Rizzo ( Jaca Book, pagine 206, euro 25). Studioso della tradizione ortodossa tra Solov’ëv e Florenskij, Rizzo porta alla luce una serie di elementi solitamente poco valoriz- zati, primo fra tutti il ripetersi di allucinazioni e apparizioni di fantasmi: irruzioni dell’inspiegabile attraverso il quale il terrore metafisico irrompe nelle vicende dei personaggi di Dostoevskij. I quali, non casualmente, sono spesso assaliti da un tremore che non può essere ridotto al mero dato biografico dell’epilessia da cui lo scrittore era affetto. Al contrario, l’epilessia stessa è come il sintomo tangibile di un disagio più radicato, destinato a trovare soluzione solo in quella che, in altre circostanze, Michel de Certeau avrebbe qualificato come “la presa della parola”. Ancora sul filo tra letteratura e filosofia si muove Bianca Gaviglio nel sorprendente Dostoevskij e il cavallo di Nietzsche (Lindau, pagine 140, euro 14,50), dove la catastrofe del pensatore tedesco viene a costituire una sorta di inveramento dell’immaginazione romanzesca. La resa di Nietzsche alla follia avviene, com’è noto, nel 1889 a Torino, quando il pensatore abbraccia un cavallo di piazza. Si tratta di un gesto coerente con l’orizzonte morale di Dostoevskij, nei cui scritti il cavallo maltrattato è spesso destinatario di una compassione che ne fa quasi una figura di Cristo. Un esito paradossale, questo che porta l’irriducibile Nietzsche a praticare una forma di carità preconizzata da Dostoevskij, le cui opere erano conosciuto dall’autore dell’Anticristo. Per quanto tentato dal superomismo, invece, Dostoevskij non ha mai rinunciato al confronto con il cristianesimo, sia pure nella declinazione specifica del suo “Cristo russo”. Più che opportuna è dunque l’indagine svolta da Simonetta Salvestroni in Cristo nei romanzi di Dostoevskij (Qiqajon, pagine 100, euro 10,00), un libro che si pone in dichiarata continuità con un altro titolo della stessa autrice, Dostoevskij e la Bibbia, risalente al 2000. Anche qui c’è di che stupirsi, dato che il narratore assegna in effetti uno spazio relativamente limitato a quello che può essere ritenuto il protagonista implicito di tutta la sua opera. Ma del Vangelo, in fondo, Dostoevskij è stato più lettore che commentatore, come suggerisce Lucio Coco nell’introduzione al suo La biblioteca di Dostoevskij( Olschki, pagine XXXIV+124, euro 20). Un regesto erudito? Non solo, perché l’architrave della collezione è costituita dalla copia dei Vangeli ricevuta in dono dallo scrittore nel 1850, al momento della deportazione in Siberia. Fitto di sottolineature e di graffi, è il libro della sua vita. Ed è, ancora una volta, un libro inesauribile.