Il caso di Piacenza «focolaio islamico» e la durissima risposta della Chiesa
di Barbara Sartori, Piacenza
La diocesi respinge la lettura allarmistica e sloganistica del quotidiano “Il Giornale”: in un comunicato congiunto invita a distinguere tra paure e realtà e difende il dialogo interreligioso come unica via evangelica

Piacenza a rischio islamizzazione? «La realtà è molto più complessa e non può essere svilita con slogan ad effetto». Anche la diocesi di Piacenza-Bobbio si inserisce nel dibattito scoppiato dopo il recente servizio del quotidiano Il Giornale che ha definito la città emiliana «focolaio islamico». Lo fa con un comunicato a triplice firma – Claudio Ferrari, direttore Ufficio diocesano Scuola, padre Mario Toffari, direttore Ufficio diocesano Migranti, Emanuele Vendramini, direttore Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso – che prova ad andare oltre una ricostruzione giornalistica che «pare proprio una provocazione volta ad alimentare paure». “Piacenza, focolaio dell’islam rosso” è il titolo dell’articolo in questione: porta come prova della presunta “islamizzazione” in corso i numeri – il 9% circa della popolazione piacentina è di fede musulmana – e la presenza sul territorio di associazioni e centri culturali con stretti legami col mondo sindacale di base e la sinistra radicale (oltre alle origini piacentine del nuovo presidente dell'Ucoii Yassine Baradai). «Esula dalla nostra conoscenza ogni valutazione di schieramento politico di questa comunità – si legge nel comunicato della diocesi - ma quello che registriamo piuttosto sono i segni di questa comunità di voler essere parte del nostro tessuto: partecipazione ai tavoli promossi da varie istituzioni cittadine e disponibilità al dialogo ed all’ascolto. L’annuncio del Vangelo, oggi, ha una sola via: il dialogo, che non è assolutamente concessione a qualsivoglia iniziativa contro le leggi nostro Paese, ma volontà di ricerca di una convivenza pacifica».
Quanto all’allarme lanciato nell’articolo per presunte lezioni di islam in due licei cittadini e per la visita di alcune classi di una Primaria al centro culturale islamico della Caorsana, «sorprende che ci si sorprenda di fronte ad iniziative in ambito scolastico di conoscenza dei loro ambienti e della loro fede», replica il comunicato della diocesi di Piacenza-Bobbio. Nessun proselitismo, insomma, bensì attività che rientrano in percorsi consolidati di dialogo interreligioso. «C’è solo un modo per abbattere i pregiudizi ed è quello di una conoscenza cordiale e rispettosa. Le nuove generazioni vivono giornalmente negli ambienti di vita la compresenza di persone di altra cultura e religione. Una situazione che è data e che deve essere vissuta per le opportunità presenti in essa».
Che Piacenza sia città di immigrazione, infine, è un dato di fatto. La crescita di certi settori produttivi, la logistica in primis, ha attirato e continua ad attirare persone «che contribuiscono al Pil e allo sviluppo economico della nostra provincia» e che «hanno evidentemente una storia, una cultura, una lingua, una religione», proprio come i nostri antenati emigrati in Belgio, Argentina, Svizzera o Francia. Se un problema c’è, da mettere sul tavolo, è che spesso si tratti di un lavoro precario, frammentato, con ricadute sociali non indifferenti per un territorio. «Ma se nell’intenzione degli autori c’è una preoccupazione religiosa, che vede nell’Islam (ammesso che ne esista uno solo) un pericolo per i nostri valori cristiani – chiosa il comunicato della diocesi - non da adesso il pericolo è l’abbandono di tanti battezzati dalla fede cristiana e dalla sua visione della vita. Se la tradizione cristiano-cattolica deve essere trasmessa nel suo valore anche socio-politico più che preoccuparsi di eventuali pericoli esterni, ci si deve interrogare su quelli interni. Non è una consolazione se il fenomeno non interessa solo la nostra città e provincia».
© RIPRODUZIONE RISERVATA






