Agorà

L'ADDIO IMPROVVISO. Monicelli, tragica fine di un maestro del cinema

Ilario Lombardo martedì 30 novembre 2010
Domani Roma darà l'ultimo saluto a uno dei più grandi registi della storia del cinema, Mario Monicelli. La salma del regista, scomparso tragicamente ieri sera, sarà prima portata al Rione Monti, dove abitava da anni, per l'ultimo saluto. Poi alla Casa del cinema dalle 11 alle 17. Lì la salma di Monicelli resterà fino al giorno successivo. Il corpo verrà poi cremato. LA TRAGICA FINELo si pensava immortale e invece è morto nel modo più tragico possibile. Senza una risata. Mario Monicelli si è buttato dal quinto piano del reparto di urologia dell’ospedale San Giovanni di Roma, dove era ricoverato. Ha aspettato la notte, poco dopo le dieci di sera, ed è saltato portandosi dietro 95 anni della sua vita e la storia di un secolo di cinema italiano. Un gesto che ha radici nella sua biografia e nella sua memoria: nel 1946 il padre Tomaso, drammaturgo e giornalista si sparò un colpo di rivoltella. Mario aveva 31 anni. Nato nel 1915, cresciuto a Viareggio, poi a Milano, vive il cinema sin dagli anni Trenta, anni di censura, anni in cui il fascismo faceva sospirare con melodrammi strappalacrime. Monicelli scrive, come critico, come sceneggiatore, lavora a decine e decine di film, esordisce con l’amico Alberto Mondadori a 17 anni, nel 1932, con il corto Cuore rivelatore e qualche anno dopo dirige I ragazzi della via Paal. Ma è a guerra finita, quando l’Italia pensa a come risollevarsi quando la gente cerca davvero un’evasione dalle macerie, che comincia a fare davvero il cinema, a impastarlo con il suo stile, a creare quella che sarebbe diventata la Commedia all’Italiana. Prima divide la sedia e il ciak con un romano, Stefano Vanzina, in arte Steno, con cui dirigerà il decennio d’oro di Totò. Il principe De Curtis sarà la guest star voluta a tutti i costi quando Monicelli passerà da solo dietro la macchina da presa, nel film della consacrazione, in quel I soliti ignoti, in cui c’è tutta l’Italietta del boom vista dagli occhi pigri circondati dai grandi occhiali del regista toscano. La miseria che aguzza l’ingegno, la borghesia assente, la cialtroneria come forma di solidarietà tra gli sconfitti: Vittorio Gassman in una delle sue prime interpretazioni comiche, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale: un’alchimia perfetta in un macchina della commedia di precisione e ritmo inimitabili. L’anno dopo, nel 1959, si ripete, questa volta trasferenda il suo spirito ferocemente dissacratore durante la prima guerra mondiale: La grande guerra, uno dei punti più alti raggiunti dalla tragicommedia monicelliana. La storia del romano Oreste Jacovacci e del milanese Giovanni Busacca diventa l’epopea di un popolo disperso e in cerca d’identità, e nei caratteri dei due protagonisti, delle due Italie che rappresentano c’è tutta la nostra "nascita di una nazione". È il primo Leone d’oro a Venezia e la prima nomination all’Oscar, bissata con I Compagni, storia di caratteri e caratteracci sullos fondo della lotta operaia. Poi sarà la volta delle rocambolesche avventure di un don Quixotte più popolaresco e burlesco, con il dittico finto medioevale e maccheronico de L’armata Brancaleone e Brancaleone alle Crociate. Un’accozzaglia geniale capeggiata da Gassman che al film fu sempre molto legato: «C’era la bellissima invenzione di quel linguaggio e di quel personaggio, una specie di samurai che ormai tutti conoscono e che è stato credo il personaggio che mi ha dato più popolarità».