Giuseppe Zeno: «Fare fiction è responsabilità»

L'attore il 7 gennaio su Rai 1 nel film tv “Tempi supplementari” è un ex allenatore di hockey che allena ragazzi difficili. Presto sarà Giovanni Guareschi per la tv
January 6, 2026
Giuseppe Zeno: «Fare fiction è responsabilità»
L'attore Giuseppe Zeno nel film tv "Tempi supplementari" su Rai 1 il 7 gennaio / Rai
Bello, inquieto e romantico, Giuseppe Zeno, 49 anni, è uno degli attori più amati della fiction italiana. Da Un posto al sole a L’onore e il rispetto, da Il paradiso delle signore a Tutto può succedere, fino al successo più recente di Mina Settembre e Blanca, la sua carriera televisiva è attraversata da personaggi diversi, spesso tormentati, mai banali. Volti che hanno accompagnato il pubblico nel tempo, costruendo un rapporto di fiducia raro.
Ora lo ritroviamo protagonista maschile di Tempi supplementari, TV movie della collana Purché finisca bene, in onda  il 7 gennaio su Rai 1. Diretto da Ago Panini e ambientato nel Veneto montano, il film racconta la storia di Sandro, ex allenatore di hockey caduto in disgrazia a causa del suo carattere irascibile, a cui viene offerta una seconda possibilità: guidare una squadra giovanile composta da ragazzi provenienti da contesti difficili. Sul ghiaccio Sandro ritrova anche la figlia Thea, che non vede da anni, e incontra Julia, ex pattinatrice e allenatrice, con cui nasce un legame inatteso.
Una fiction che parla di cadute e rinascite, di legami familiari da ricucire, di adulti chiamati a prendersi cura. Giuseppe Zeno le dà corpo e credibilità con una prova intensa, sostenuta anche da un accento veneto sorprendentemente autentico. E mentre guarda a questo nuovo ruolo, l’attore si prepara a vestire presto i panni di Giovannino Guareschi, in un film tv per Rai 1 diretto da Andrea Porporati.
Giuseppe Zeno, lei è campano ma in Tempi supplementari parla veneto. Una sfida attoriale non da poco.
«Quando Agostino Saccà mi ha proposto questo film tv, venivo da un periodo di grande stanchezza: avevo appena finito di girare Blanca. Però ho capito subito che era un’occasione per giocare, per cambiare. Se una storia è ambientata in Veneto, usare una lingua neutra non avrebbe avuto senso. Fa parte del mestiere dell’attore saper cambiare, mettersi in discussione. Il rischio di questo lavoro è restare sempre nello stesso registro. Tempi supplementari mi ha permesso di uscire da una comfort zone, di giocare su altre corde. E per un attore è fondamentale».
Chi è Sandro, il suo personaggio?
«È un uomo che ha conosciuto il successo e poi è scivolato. Era un grande giocatore di hockey, poi un allenatore brillante, finché il suo carattere irascibile lo ha portato alla caduta. Da dieci anni vive in una sorta di solitudine scelta, come se si fosse rinchiuso in difesa. Il “tempo supplementare” arriva quando meno se lo aspetta: nella vita, come nello sport, si gioca ad oltranza e vince chi segna per primo. A quel punto devi decidere: andare all’attacco o restare chiuso, aspettando qualche crepa».
Il ghiaccio è una metafora molto potente.
«Assolutamente. Il ghiaccio è la metafora della vita, ma anche del gelo emotivo che separa Sandro dagli altri, soprattutto dalla figlia. È una superficie dura, scivolosa, dove puoi cadere in ogni momento. Ma è anche il luogo dell’incontro, della possibilità. Proprio su quella pista Sandro ricomincia a leggere la passione di sua figlia e, in qualche modo, a sciogliersi».
Il rapporto con i ragazzi è centrale. Che tipo di allenatore è Sandro?
«All’inizio è un professionista puro. Lui allena per vincere, non per fare un lavoro sociale. Non accetta subito l’idea di guidare una squadra di ragazzi difficili. Poi capisce che non può alzare l’asticella come farebbe con atleti professionisti. L’incontro avviene a metà strada. Vince quando riesce a trovare il codice giusto per comunicare con loro. Lavorare con i giovani attori è stato molto bello, alcuni erano veri pattinatori. Nella sceneggiatura all’inizio dovevano deridere il mio personaggio. Io ho deciso all’inizio di stargli un po’ sulle scatole anche fuori scena, in modo giocoso. Questo ha creato un’alchimia autentica».
Lei è padre di due bambine. Questo ha influito nel costruire il personaggio?
«Molto. Essere genitore cambia lo sguardo. Ho cercato di portare nel personaggio una dimensione di guida, anche severa, perché credo che i ragazzi abbiano bisogno di adulti credibili. Anche il regista Ago Panini è stato molto attento: ai movimenti di macchina, all’ascolto, alla verità delle relazioni».
Negli ultimi anni ha interpretato molte fiction con una forte valenza sociale. È una scelta?
«In passato ho interpretato il cattivo, l’arrampicatore sociale, il camorrista. Fa parte del percorso. Sicuramente oggi affronto i ruoli con maggiore responsabilità. Ho due bambine piccole, di sei e tre anni, e so che un giorno vedranno questi lavori. Mina Settembre, Blanca: sono storie che parlano di fragilità, di inclusione, di possibilità. Da genitore non puoi essere egoriferito. Questo lavoro resta, lascia tracce. Marisa Laurito sul set di Mina Settembre mi ha detto: “Ricordati che anche l’inquadratura che ti sembra meno importante rimane”. È vero. Non puoi mollare mai, né giocare solo sulla tecnica. Serve l’anima».
E dall’8 gennaio è in teatro con A casa tutti bene di Gabriele Muccino, il tour al via da Catania.
«Il teatro è la mia formazione. Vengo dall’Accademia d’Arte della Calabria, con insegnanti della Silvio d’Amico e della bottega di Gassman. Ho fatto Le Troiane, Brecht, Dario Fo. Tornare in scena per il debutto teatrale di Muccino, interpretando il ruolo che al cinema era di Favino, è una grande gioia».
E presto sarà lo scrittore e umorista Giovanni Guareschi in un film tv per Rai 1.
«Sì, Giovannino Guareschi - Non muoio neanche se mi ammazzano, diretto da Andrea Porporati, con una sceneggiatura di Porporati e Marco Ferrazzoli, liberamente tratto dal libro biografico Chi sogna nuovi gerani? curato da Alberto e Carlotta Guareschi, figli di Giovannino. È stato un lavoro che mi ha coinvolto profondamente. Non si racconta solo la vita di Guareschi, ma ciò che stava alla base del suo pensiero: la sua ironia, la sua libertà intellettuale, la sua ostilità verso ogni dinamica politica che tentasse di ingabbiarlo. Dalla prigionia nei lager nazisti fino al successo straordinario di Don Camillo, proviamo a restituire la valenza emotiva e umana di ciò che ha vissuto. Ammetto che prima sapevo poco di lui, quindi ho letto, studiato, cercato di entrare in quel mondo. Lì ho capito davvero chi fosse Guareschi e quanto fosse un grandissimo anticipatore: e non dimentichiamo che la saga di Don Camillo ha venduto 24 milioni di copie nel mondo. Abbiamo girato nella Bassa emiliana, a Brescello, e io ho rivisto in streaming tutti i film della serie. È stato bellissimo vedere come anche le mie figlie si siano appassionate a Don Camillo e Peppone: quelle storie hanno ancora tanto da dire al nostro Paese. Ho capito come interpretare Guareschi quando ho visto gli occhi di suo figlio mentre parlava del padre nella casa museo piena di lettere e manoscritti: avevano la stessa luce, lo stesso colore degli occhi delle mie figlie quando mi guardano. Una tenerezza infinita. E allora ho capito che, prima di tutto, dovevo raccontare un papà».

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