Agorà

Società. La sottile seduzione del razzismo, oggi

Roberto Righetto martedì 9 luglio 2019

Raduno neofascista al Cimitero Monumentale di Milano nel centenario della fondazione dei Fasci di combattimento (Massimo Alberico/Fotogramma)

Padre Agostino Gemelli fu un tenace avversario di Cesare Lombroso e, quando lo studioso morì, nel 1909, scrisse un articolo dal titolo che suonava come una sentenza: Funerali di un uomo e di una dottrina. Le teorie dell’antropologo sono state ferocemente contrastate dagli scienziati e certe sue affermazioni (sulle «razze colorate», sulle donne, sugli zingari, sugli omosessuali e sugli ebrei) sono chiaramente caratterizzate da pregiudizio e razzismo. Benché i moderni criminologi cerchino di rivalutarlo, la sua concezione delle razze è quanto mai datata: «Al Negro – scriveva nel 1871 – deve somigliarsi l’uomo primitivo; se è vero che le specie zoologiche superiori si formano dal perfezionamento delle inferiori, dal Negro dovette derivare il Giallo e il Bianco». Oggi, come sappiamo (se ne parlò circa un anno fa quando il presidente della Regione Lombardia durante la campagna elettorale parlò espressamente di «razza bianca», ovvero della «nostra etnia » da difendere dinanzi al fenomeno migratorio), il concetto di razza non è sostenibile scientificamente. L’ha spiegato assai bene Giorgio Israel nel saggio Il fascismo e la razza pubblicato dal Mulino nel 2010: «Il vero errore consiste nel credere ingenuamente che il concetto di razza abbia una radice nei fatti biologici e, in quanto tale, abbia una qualche forma di relazione intrinseca con le scienze naturali. Invece si tratta di un concetto fluttuante e che si radica, di volta in volta e in modo arbitrario, praticamente dappertutto. In biologia, in etnografia, in antropologia, nelle teorie evoluzionistiche, nella filologia storica, e via elencando. In conclusione, la nozione di razza non è la rappresentazione, la descrizione o il modello di fatti concreti ben definiti. Essa è piuttosto la proiezione di un’ideologia, al fine di stabilire l’esistenza di differenze ed eventualmente di propugnare la supremazia del- le identità “migliori”».

Su questa scia Isabella Merzagora, docente di Criminologia all’Università Statale di Milano, ha appena scritto un bel volume intitolato La normalità del male (Cortina, pagine 220, euro 19,50), che indaga le derive razziste della società contemporanea allargando il discorso al dilagare del male: perché singoli individui ma anche interi gruppi sociali o addirittura popoli possono commettere atrocità terribili senza sentirne la responsabilità? È accaduto ad Auschwitz (non a caso l’autrice nel titolo del libro ha parafrasato Hannah Arendt) e mille altre volte. A un certo punto del saggio, Merzagora cita ampiamente uno studio realizzato nella seconda metà degli anni Quaranta dal filosofo T.W. Adorno, assieme a Frenkel-Brunswik, Levinson e Sanford, sul rapporto fra violenza e obbedienza all’autorità. Intervistando oltre duemila cittadini americani, il fondatore con Horkheimer della Scuola di Francoforte, costretto a riparare in Usa per sfuggire alle persecuzioni naziste, intendeva capire come fosse stata possibile non solo l’acquiescenza, ma anche la partecipazione della maggioranza del popolo tedesco ai crimini del Terzo Reich. Dalla ricerca risultò come l’antisemitismo e l’etnocentrismo fossero stati la matrice di ogni atteggiamento di esclusione dell’altro, sino ad ammettere forme di violenza e oppressione. «Adorno e colleghi – scrive Merzagora – sottolineano che il fascismo non può limitarsi a una pavida sottomissione, ma deve poter contare su una collaborazione attiva anche di coloro di cui non favorirà gli interessi razionali, puntando piuttosto sui bisogni psicologici di questi ultimi ». Facendo un salto ai nostri giorni, il volume dà conto della relazione finale della Commissione Cox sull’intolleranza, la xenofobia e il razzismo istituita presso la Camera dei deputati nel 2017, da cui è emerso come in Italia si stia diffondendo «un razzismo culturale e “sottile”, che pur non basandosi più apertamente sulla “razza”, fa delle differenze culturali un motivo di pregiudizio, separazione o discriminazione. Si considerano gli altri comunque diversi (e inferiori) non più per il colore della pelle ma per il colore della cultura e dei modi di vivere». Più corretto dunque parlare di etnocentrismo.

Innumerevoli sono i casi citati, come il risorgere dell’antisemitismo un po’ ovunque in Europa, e nei Paesi ex comunisti oggi succubi del nazionalismo in particolare. Ma quello di Merzagora non è un libro sul razzismo e sul nazismo, quanto sul male. E in quanto tale interroga ciascuno di noi: come evitare che il clima di imbarbarimento attuale coinvolga anche la nostra persona? Si ripropone la domanda di Pierre Bayard nel saggio Sarei stato carnefice o ribelle?, edito da Sellerio un anno fa, in cui si legge fra l’altro: «Quando su una popolazione di diversi milioni di persone soltanto qualche migliaio decide di resistere, non ho ragione di pensare che avrei fatto parte di questo gruppo privilegiato». Ed affiora prepotentemente la questione dei Giusti, coloro che dinanzi a sistemi totalitari o a persecuzioni hanno optato per l’umanità e l’aiuto verso le vittime. Perché solo pochi hanno compiuto questa scelta? Soltanto perché mettevano a rischio la propria vita? O per paura, ignavia, interesse? Non c’è una risposta univoca: in realtà, nessuno di noi può pensare, in solitudine, di essere immune dal male dato che, come ha scritto Solženicyn, la linea di demarcazione fra il bene e il male passa attraverso il cuore di ogni uomo.