Agorà

Novecento. De Gasperi, Andreotti e la crisi del '51

Giovanni Tassani giovedì 15 luglio 2021

Alcide De Gasperi (al centro) con Carlo Sforza (a sinistra) e Giulio Andreotti (a destra)

La crisi del luglio 1951 che investì il VI governo De Gasperi costituito poco più di un anno prima, parve riproporre gli stessi nodi che dividevano i politici sui temi economico- finanziari. Il ministro del Bilancio e tesoro, Giuseppe Pella, sulla linea di Luigi Einaudi, ora presidente della Repubblica, manteneva come principi inderogabili, nell’emergenza ricostruzione, stabilizzazione della lira e lotta all’inflazione. La sua fermezza, sommata alle disfunzionalità burocratiche statali e delle banche, rischiava di rallentare piani di riforma come quello di edilizia popolare, dovuta al giovane ministro del Lavoro Amintore Fanfani e al suo sottosegretario Giorgio La Pira, che si erano dimessi rifiutando di rientrare nel gennaio ’50 nel governo. A quel punto il loro gruppo fu invitato a entrare nella segreteria del partito e Giuseppe Dossetti divenne il vice politico di Guido Gonella, ministro dell’Istruzione, con lo scopo di rivitalizzare un partito debole e diviso nonostante l’affermazione del 18 aprile ’48. Sono note le differenti visioni di De Gasperi, responsabile nel governo dei rapporti, non facili, con i partiti minori, e di Dossetti che intendeva invece premere dal partito sul governo, e stabilire rapporti “direttivi” coi gruppi parlamentari Dc. Tra ’50 e ’51 la situazione evolve: Dossetti continua a criticare De Gasperi d’immobilismo in sede di governo, ove permangono uomini per lui superati come Pacciardi alla Difesa e Sforza agli Esteri. E giungerà ad accusarlo di snaturamento del partito nelle amministrative di maggio, per un uso degli apparentamenti esteso ad alleati non qualificati. La Dc perde sì parte del voto del 18 aprile a favore delle destre, ma riconquista grazie agli apparentamenti importanti città: Milano, Torino, Venezia, Genova, Firenze. Dossetti si dimette e fa giungere dimissionaria la segreteria Dc al consiglio nazionale di Grottaferrata di fine giugno, ove però è indotto dall’autorità di De Gasperi a una parziale autocritica e a ritirare le dimissioni per sé e l’intera segreteria. La crisi inizierà di lì a poco. Quando il 12 luglio il direttivo della Camera si esprimerà con 10 voti contro 6 a favore della sostituzione di Pella a Bilancio e tesoro, questi telegrafa le sue dimissioni dal governo. Atto di sicurezza e sfida, che pone De Gasperi in difficoltà di fronte al dilemma: crisi o rimpasto? Una fonte fin qui inedita, gli appunti minutamente raccolti dal sottosegretario Giulio Andreotti a fianco di De Gasperi lungo tutto l’arco della crisi e conservati nel suo archivio in Istituto Luigi Sturzo, permettono di illuminare i passaggi determinanti di quel processo che determinò la scelta di De Gasperi per la riconferma di Pella, il ritiro di Dossetti dalla politica, e un “nuovo inizio” per Fanfani, libero da tempo da incarichi di partito come di governo e ormai pronto a proseguire dal centro, innovandola a suo modo, l’opera degasperiana. Andreotti ha scritto molto su De Gasperi, ed anche un libro: Governare con la crisi, ma pare non abbia mai ripreso quegli appunti. Lo spazio di questa pagina consente solo l’accenno ad alcuni temi. Per De Gasperi non è il governo in crisi, ma i gruppi parlamentari e la segreteria. Pella non può esser al momento sostituito: di qui la decisione delle dimissioni del governo, comunicate la sera del 16 ad Einaudi. Mercoledì 18 De Gasperi riceve, nella sua casa di Castelgandolfo, una prima volta Fanfani. Il giorno dopo si reca da Sturzo, che insiste per togliere Segni dall’Agricoltura e confermare Aldisio ai Lavori pubblici; De Gasperi promette e aggiunge: «Ma in cambio smetterai di attaccare il governo? ». Il presidente è in quei giorni preoccupato: «Se non riusciamo ad essere compatti si va alle elezioni e si sfascia il partito». Aldisio è avversato da Dossetti per le veline a Missiroli, direttore del “Messaggero”, che esalta De Gasperi staccandolo dal partito e lancia strali ai dossettiani. La conferma di Aldisio ai Lavori pubblici, incarico su cui Fanfani ha espresso disponibilità purché Pella sia ridimensionato, complica il quadro: Fanfani e Vanoni, uomini chiave, sono convocati da De Gasperi, che è stato reincaricato da Einaudi, venerdì 20. Socialdemocratici e liberali latitano e indeboliscono il possibile nuovo esecutivo, che avrà solo il rinnovato apporto dei repubblicani. Sabato 21 Andreotti incontra Fanfani: «Disposto ad assumere un ministero economico ma non finanziario, per non sembrare critico di Pella». Dossetti potrebbe per Fanfani andare al Lavoro: «Dobbiamo fare presto ed essere uniti. Il carattere di Dossetti è difficilissimo ma il lavoro lo modificherebbe ». Andreotti crede in un processo di «concentrazione». Domenica 22 subentrano difficoltà e molti incarichi ballano. Pella, a Castelgandolfo con molti futuri ministri, Fanfani compreso, non accetta gli Esteri e neppure una comune «dichiarazione economica» che de Gasperi auspicava. Tutti gli fanno pressione, ma egli resiste come «un macigno». De Gasperi si è già espresso contro Dossetti nel ministero e il giorno dopo scrive una lettera al suo sottosegretario:

L’appunto inviato il 22 luglio 1951 da De Gasperi ad Andreotti - Archivio Andreotti presso l’Istituto Luigi Sturzo di Roma

«Caro Andreotti, hai commesso ieri l’errore d’insistere sulla rappresentatività del gabinetto = concentrazione, parola ominosa. Anche a Fanfani hai dato l’illusione che tale sia il mio desiderio. Ma se via facti tendo a includere ogni tendenza, è pericoloso instaurarlo come programma. Credi tu che introdurre Dossetti non aggravi in modo insopportabile la situazione psicologica di Pella? Ci vuol poco a capirlo». Andreotti gli risponde: «Penso che sia meglio Dossetti dentro il governo che Dossetti fuori, libero di fruire di tutti gli apporti governativi e di criticare senza potere essere criticato. Né vedo che questo possa preoccupare Pella più di quanto lo preoccuperebbe Dossetti non vincolato al governo e lanciante strali contro lo stesso Pella, fosse questo al Bilancio o agli Esteri». Pella sarà solo parzialmente ridimensionato tramite Vanoni, Fanfani accetterà l’Agricoltura per continuare l’azione riformatrice di Segni, spostato alla Pubblica istruzione. De Gasperi, d’accordo con Sforza, assumerà gli Esteri offerti inutilmente a Pella. Dossetti maturerà il suo distacco dal partito che inizierà a spiegare ai suoi al castello di Rossena, nel Reggiano, il 4 agosto.