Agorà

Il cantautore. Baccini: Faber e Tenco, mi hanno indicato la via

Massimiliano Castellani sabato 26 agosto 2023

Il cantautore Francesco Baccini

«Tanti parlano di me, ma non mi conoscono veramente. Me ne rendo conto quando ai miei concerti qualche spettatore che mi ascolta dal vivo per la prima volta viene a salutarmi in camerino e dice: “Oh Baccini, ma lo sai che non pensavo che fossi così bravo…”».

Sorride Francesco Baccini, classe 1960, nato il 4 ottobre, giorno di san Francesco d’Assisi e «battezzato così per via di un voto fatto dai miei genitori al Santuario di san Francesco di Paola. Sono venuto al mondo dopo la morte di una sorellina. Io francescano? Beh considero Francesco d’Assisi il primo cantautore della storia e anche il primo ecologista. Io, - sorride – comunque qui, tra le colline brianzole di Imbersago, luogo dove Leonardo sperimentava sulle acque dell’Adda, vivo con quattro oche e tre cani».

Scanzonatissimo Baccini, l’ultimo vero cantautore della nobile scuola genovese. «di sicuro sono l’unico cantautore di Genova che sorride». Anomalia di un vero irregolare, come il suo maestro, l’amato “Faber”, Fabrizio De André e come il suo sosia, Luigi Tenco. «C’è stato un momento da ragazzo che mi sembrava di essere lo specchio di Tenco. Fabrizio quando era un po’ giù mi telefonava dicendo: “Pronto, dai belin vieni a trovarmi”. Diceva che lo facevo ridere come Luigi, il quale non era affatto un ombroso cronico come lo hanno falsamente descritto in tutti questi anni.

De André trovava che gli somigliavo anche per il modo di camminare e di giocare con la sigaretta, che era e resta il mio unico vizio. Mai avuto dipendenze, sono già nato storto di mio – sorride –. Astemio dalla nascita, alla faccia di tutte le dicerie che da sempre mi accompagnano io sono effervescente al naturale». Le dicerie degli untori che non sempre hanno compreso a fondo questo talento che, in 34 anni di carriera, può vantarsi di «aver continuamente spiazzato il mio pubblico. Non sono e non sarò mai un impiegato della canzone, perciò a ogni disco ho sempre cambiato rotta» Baccini che sulla carta d’identità stamperebbe “cantautore outsider” viaggia in direzione ostinata e contraria, fin dagli esordi: 1989, l’album Cartoons «per il quale sarò sempre grato a Vincenzo Mollica che convinse la casa discografica (Cgd) che non credeva a un disco basato sull’ironia, perché dicevano, “questa roba qua non venderà mai”».

E invece l’ironia sferzante dell’ex camallo al porto di Genova, scappato a Milano alla fine degli anni ‘80, funzionò, dal primo istante che salì su un palco e si mise al pianoforte, che al contrario della sua canzone è sempre stato il suo forte. «Un amico mi segnalò a due signori, erano Gino e Michele e questi mi fecero un provino, così mi ritrovai a inaugurare lo “Zelig” di viale Monza. Lì, dentro a quel locale magico, mi esibivo ogni sera assieme all’allegra brigata composta da Paolo Rossi, Claudio Bisio, Aldo Giovanni e Giacomo… Io e Elio di Elio e le storie tese eravamo gli unici cantanti prestati al cabaret» Dal palco di “Zelig” a quello di Lucio Dalla. «Mi invitano in Irpinia per una serata, ma piove, annullano il concerto e l’organizzatore rilancia: “Se resti fino a sabato ti faccio cantare con Dalla”. Accetto, arriva sabato sera e Lucio si presenta con un chitarrista e canta cinque canzoni. Poi tocca a me e con la sua solita aria di sfida Dalla mi fa: “Bac, adesso sono c… tuoi”. Salgo, faccio un brano, due, il pubblico si scalda e alla fine lo conquisto con nove canzoni tutte d’un fiato. Un trionfo, ma il massimo è quando Dalla mi viene a salutare, mi abbraccia e dice: “Oh Bac, martedì sera che fai? Perché io e Gianni Morandi chiudiamo il nostro tour a Urbino e mi piacerebbe che aprissi il concerto”. Vado di corsa e apro il loro spettacolo “Dalla-Morandi” davanti a 10mila persone. Mi viene ancora la pelle d’oca a ripensarci».

Il suo primo bagno di folla, che preannuncia l’abbraccio nazionalpopolare dell’Arena di Verona dove, con i Ladri di biciclette di Paolo Belli, canta Sotto questo sole, il tormentone dell’estate 1990, con cui trionfa al Festivalbar. Ingranata la quarta, Baccini incide Genova Blues con De Andrè, «di cui mi fregio di aver messo alcuni versi nella sua Ottocento, la canzone meno coverizzata di Fabrizio». Poi nel ’92, con il concept album Nomi e cognomi involontariamente apre la lunga e infausta stagione di Tangentopoli.

«Non era mai accaduto prima di ascoltare un disco con canzoni ispirate e intitolate a singoli personaggi della nostra società. Fare satira su Giulio Andreotti e presentare un videoclip con il fondatore delle Brigate Rosse, Renato Curcio, allora mi ha creato seri problemi, anche se con 700mila copie vendute, quello rimane il mio album di maggiore successo». Il successo per Luciano Bianciardi era semplicemente il participio passato di “succedere” e con quello stesso disincanto Baccini si mette a Nudo, titolo dell’autobiografia (edita da Bompiani) e dell’album omonimo che contiene il brano cult Ho voglia d'innamorarmi. «Tutti si aspettavano “Nomi e cognomi 2” e invece da amante del calcio e del Genoa quale sono (è suo l’inno del Grifone inciso nel ’91 e il 7 settembre sarà al concertone per i 130 anni del club più antico d’Italia) li ho presi in contropiede.

Tanti fan mi scrivevano indignati: “Ma Baccini, sei impazzito?” Alla fine ho avuto ragione, Ho voglia di innamorarmi rimane la mia canzone più popolare». Voltare pagine e sperimentare senza fine, il mantra bacciniano che nel ’94 propone addirittura una versione reggae della lentissima Lei sta con te cantata da un altro monumento del cantautorato genovese, Gino Paoli. «Quella cover nasce da una delle mie folgorazioni cinematografiche, Il sorpasso di Dino Risi. L’avevo ascoltata per la prima volta nella scena in cui Gassman con Trintignant fanno sosta in un bar e dal juke box acceso si sente Lei sta con te. Gino Paoli ha apprezzato? Non so, tra di noi non c’è mai stato un grande feeling. Forse gli ricordavo troppo Luigi Tenco…».

Un angelo custode Tenco, che gli ha fatto vincere per due volte il Premio del Club sanremese intitolato alla sua memoria. Il suo sogno giovanile si è realizzato e la cassa di risonanza fu tale che, come per Paolo Conte, gli stava per spalancare le porte di Parigi. «Una giornalista francese al Tenco mi chiese di interpretare un paio di brani di Charles Trenet. Altra sfida: imparo le due canzoni a memoria e le eseguo perfettamente. La giornalista in estasi commentò: “Se un francese ti sentisse cantare direbbe: Baccini, ma cosa ci fai tu in Italia?” Il mio manager di allora invece mi riportò con i piedi per terra e mi convinse a restare a casa». Cattivi consiglieri e una casa discografica da abbandonare, ma con un contratto capestro stracciato solo dopo la partecipazione forzata al Festival di Sanremo del 1997. «La mia prima e unica volta all’Ariston con Senza tu. Lo rifarei il Festival? Perché no, con la canzone giusta tutto si può fare, perché Sanremo è un mezzo come altri per far conoscere la tua musica, a patto che poi su quel palco rimani fedele a te stesso».

Quel lampo sanremese, non memorabile, servì a lanciare Baccini and Best Friends, in cui l’inedito con Enzo Jannacci, Canzone in allegria, rimane una delle perle della sua discografia. «Enzo è stato un faro nel mio percorso artistico. Quando ci siamo conosciuti mi disse stupito: “Oh, ma tu sei un errore temporale, sei uno dei nostri”. Ricordo tante belle serate milanesi trascorse insieme e quelle cene, io e lui soltanto, seduti a un tavolo della trattoria che aveva aperto con Paolo Rossi, la “Bolgia umana”. Stava dietro al Duomo, e quando non sapevamo dove cenare allora Enzo diceva: “Francesco dai, andiamo al mio ristorante, almeno facciamo due coperti”. Che genio, Jannacci!”.

Baccini è il degno erede di quella genialità che, dopo aver provato il vortice delle montagne russe, è ridiscesa a valle con il tour celestiale Archi e Frecce. Ad accompagnarlo il quartetto d'archi Alter Echo e Michele Cusato alla chitarra che ha curato gli arrangiamenti. «Archi e Frecce è un progetto di lunghissimo periodo come piace a me, che non mi piegherò mai alla logica dominante dell’esprimersi alla velocità di un tweet. In questo tour ho ritrovato il gusto di suonare dal vivo. E poi c’è un disco nuovo, perché per un periodo ho preferito dedicarmi al cinema. Ho scritto la colonna sonora del film Credo in un solo padre (Premio Manuel De Sica per le musiche) e ho recitato da attore protagonista in Zoè, regia di Giuseppe Varlotta. A settembre mi vedrete nei panni di Michele Novaro, il compositore dell’Inno di Mameli nel film Goffredo di Angelo Antonucci. E a fine settembre, dopo averlo omaggiato nel disco Baccini canta Tenco finalmente sarà pronto anche il docufilm (regia di Michele Burgay) sul suo “sosia”.

«È il primo vero film dedicato alla figura di quello che è diventato un totem della nostra musica, a cui nessuno però ha avuto il coraggio di avvicinarsi. Tenco è il fantasma del palcoscenico di Sanremo che riappare e scompare prima e dopo ogni Festival. In questo film, che abbiamo fortemente voluto con Armando Corsi e il compianto Bepi Morgia, parlo del vero Tenco, quello che mi ha raccontato Fabrizio De André, il quale mi parlava di un ragazzo vitale, che sicuramente non voleva morire… Fabrizio ricordava che quando Paoli tentò il suicidio, Luigi andò in ospedale a trovarlo, e Paoli, con il quale aveva litigato, non volle farlo entrare nella sua stanza. Allora Tenco da dietro la vetrata si mise a gridare: “Gino, non si fanno queste cose!”… Queste e altre cose vedrete nel mio Tenco. Questo e altro, troverete sempre nella mia musica».