Agorà

La rassegna. Antonioni, obiettivo sul Po

Fulvio Fulvi venerdì 12 settembre 2014
Dalle sorgenti del Monviso, attraversando la pianura padana, giunge fino al mare Adriatico: il Po è un fiume lungo 652 km, dall’andamento sinuoso e con tante storie da raccontare. Quelle della “Bassa“ nei cinque film della serie di Don Camillo, per esempio, o le credenze popolari di contadini e pescatori del Delta ne Le strelle nel fosso di Pupi Avati, se non l’irriverente parabola del provocatorio Centochiodi di Ermanno Olmi: tutte storie sgorgate da quelle acque miracolose e maledette. E che il “grande fiume” sia un protagonista del cinema italiano lo spiega bene, quest’anno, il Sole Luna Treviso Doc Film Festival (15-21 settembre) che proprio nell’ambito di una sezione dedicata ai fiumi del mondo presenta, nella giornata di apertura, il cortometraggio Gente del Po, opera prima di Michelangelo Antonioni, girato tra il 1943 e il 1947 viaggiando tra la riva emiliana e quella veneta a bordo di un barcone a vapore dove trascorre le sue giornate di fatica e miserie una “fameja polesana” che nel fiume e del fiume vive tra gli stenti, i gorghi, il fango e i pericoli delle piene. Nel corso del festival di Treviso, poi, vengono messe in mostra per la prima volta otto fotografie scattate dal regista di Ferrara nel 1939 (proprietà della nipote Elisabetta, presidente dell’Associazione “Michelangelo Antonioni”), a corredo di un articolo sul Po pubblicato sulla rivista Cinema: una specie di storyboard di quello che, otto anni dopo, sarebbe diventato il documentario. Siamo agli albori del neorealismo, le immagini evocano le stesse atmosfere nebbiose e le allegorie del tempo e della natura che ritroveremo nel film Il mulino del Po, diretto nel 1949 da Alberto Lattuada, tratto dal capolavoro letterario di Riccardo Bacchelli, girato nel mantovano e incentrato sulle battaglie dei lavoratori nell’Italia post-risorgimentale. Ma di produzioni cinematografiche che parlano o prendono spunto dal «fiume che taglia l’Italia in due» se ne contano almeno 530 (compresi “corti” e mediometraggi), come risulta dalla ricerca di Paolo Micalizzi, autore del libro Là dove scende il fiume. Il Po e il cinema. Le paludi, le lagune e le golene che ricamano l’ampia bocca del fiume sembrano il luogo privilegiato dai registi nella scelta dei set: Goro, il Lido di Volano, le Valli di Comacchio e tutta la Bassa ferrarese. A Valle Foce Giuliano Montaldo girò nel 1976 alcune scene di L’Agnese va a morire, un commovente racconto dell’epopea partigiana: la fece prosciugare per costruirvi una piccola caserma dei tedeschi e poi riempire per riprenderla quando si allagava. Anche Pupi Avati ha attinto in abbondanza emozioni, caratteri e chiaroscuri da queste strisce di terra che si insinuano nel mare come le dita di una mano aperta: La casa dalle finestre che ridono è una villa nelle campagne di Comacchio, come il casale della Festa di laurea, mentre in tre abitazioni della Bassa Padana è ambientato il tenero e autobiografico Aiutami a sognare. Persino il romano Roberto Rossellini è rimasto ammaliato dalla foce del Po raccontandoci, nell’ultimo episodio di Paisà, la liberazione dell’Italia.   Abbiamo già detto, inoltre, della saga filmica guareschiana, che mette il Po sempre lì dov’è stato pensato da Dio, addosso a Brescello, come un elemento stabile della scenografia, in mezzo ai filari di pioppi che si perdono nella nebbia, pronto a dare fecondia ai campi ma anche a straripare, come ne Il ritorno di don Camillo, accanendosi con la sua furia trascinatrice contro i poveretti che vivono in questa «fetta di terra grassa e piatta» stretta tra il fiume e l’Appennino. Quello stesso fiume fremente e ricolmo che il pretone va a benedire, nel primo film della serie, per scongiurare l’alluvione, portando sulle spalle il Crocefisso parlante in una processione per le vie deserte del paese, seguito solo da un cane, in una scena quasi da post-apocalisse. Si respira, qui, un’aria crepuscolare, con luci e ombre perfette, come in Italia piccola, gioiello di Mario Soldati andato perduto (ne esiste solo una copia non proiettabile) e girato nel 1957 nell’Oltrepò Pavese, un film in cui la Bassa e l’acqua che l’attraversa fanno da sfondo sublime a un melodramma con Nino Taranto ed Erminio Macario in ruoli che non fanno ridere e un giovanissimo, sorprendente Enzo Tortora non ancora troppo distratto dalla nascente televisione.  Ma il torinese Soldati era un vero innamorato del Po, avendone realizzato in tv nello stesso anno un Viaggio memorabile in dodici puntate tra paesaggi, cibi, tradizioni, persone e curiosità. Il suo racconto cominciava così: «C’è un cartello solennne sotto il Monviso, “Fiume Po”: e invece è un torrentello, ma è già il nostro fiume più grande, più bello, più lungo, più caro».