Andrea Zorzi: «Troppo business, lo sport ritrovi i sui valori»

L'ex campione e l'attrice Barbara Visibelli in scena a Firenze ripercorrono la storia della pallavolo nello spettacolo "La magnifica imperfezione. Giro del mondo su una palla in volo"
January 17, 2026
Andrea Zorzi: «Troppo business, lo sport ritrovi i sui valori»
L'attrice Barbara Visibelli e l'ex campione di pallavolo Andrea Zorzi in scena
Da ieri sino al 18 gennaio il Teatro delle Spiagge di Firenze ospita la prima nazionale de La magnifica imperfezione. Giro del mondo su una palla in volo, nuova produzione di Teatri d’Imbarco, scritta e diretta da Nicola Zavagli. Sul palco, il fuoriclasse della pallavolo mondiale Andrea Zorzi e l’attrice Beatrice Visibelli accompagnano il pubblico in un viaggio funambolico e ironico attraverso il tempo e lo spazio, inseguendo una palla in volo capace di collegare epoche, culture e continenti, intrecciando la storia della pallavolo alle grandi trasformazioni politiche, sociali ed economiche del mondo contemporaneo. Ce lo racconta Andrea Zorzi, 60 anni, il mitico “Zorro” campione della nazionale italiana di Velasco definita “Generazione di fenomeni” che dominò il panorama mondiale dal 1989 al 1998, oggi giornalista sportivo.
Andrea, il suo incontro con il teatro come nasce?
«Era il 2012, Firenze era Città Europea dello Sport e, insieme a Beatrice Visibelli e a Nicola Zavagli, abbiamo iniziato quasi per gioco a lavorare a uno spettacolo che raccontasse la mia carriera. Ne è nata La leggenda del pallavolista volante, un racconto del ragazzino veneto troppo alto, che vince e perde, che arriva dove non avrebbe mai immaginato. È stato un successo insperato ma bellissimo: oltre trecento repliche. Da lì è nato un dialogo vero, profondo, tra la mia esperienza di atleta e il loro sguardo autoriale e teatrale».
“La magnifica imperfezione” sembra un progetto ancora più ambizioso. Quali sono i suoi pilastri?
«Lo spettacolo si regge su tre pilastri fondamentali. Il primo è storico: raccontiamo la nascita della pallavolo alla fine dell’Ottocento negli Stati Uniti e il suo attraversamento del Novecento, incrociando guerre mondiali, comunismo e capitalismo, fino all’abbraccio sempre più stretto tra sport e business. Guardiamo cosa è successo nel mondo osservandolo da un campo di pallavolo. Il secondo pilastro è autobiografico: i miei viaggi, le mie esperienze sportive, da Tokyo all’Unione Sovietica, dal Brasile all’Europa. Il terzo è forse il più ironico e spiazzante: una sorta di seduta psicanalitica in cui l’ex atleta riflette sui rischi di uno sport diventato modello universale applicato a tutto».
Che cosa intende per “rischi”?
«Viviamo in una società che ha trasformato la logica sportiva in una metafora assoluta della vita: o vinci o sei un fallito. Ma la vita non è una partita, non è divisa in vincitori e perdenti. Questa polarizzazione, spinta dal business, è devastante. Amo profondamente lo sport, ma mi rendo conto che ha imboccato una continua esasperazione: salire, salire, salire, senza mai fermarsi».
Nel racconto storico emerge anche il legame tra pallavolo e missione culturale.
«Sì, la pallavolo nasce grazie alla YMCA, la Young Men’s Christian Association, e si diffonde nel mondo attraverso i missionari americani. In Italia, durante il fascismo, la pallavolo era considerata uno sport poco maschile, marginale. Per fortuna gli oratori hanno avuto un ruolo fondamentale: hanno dato spazio allo sport di squadra, facendo giocare insieme maschi e femmine, aprendo a una dimensione di genere più inclusiva. Da lì nascono anche i successi che conosciamo, fino all’epopea di Velasco».
Lo sguardo si sposta poi all’Unione Sovietica.
«Dopo la Seconda guerra mondiale, la pallavolo diventa uno sport di Stato. L’educazione fisica è obbligatoria, il passaggio ai compagni è un valore politico. Gli atleti sono militari, poliziotti, membri delle grandi società sportive legate al governo. È un sistema che domina il mondo per trent’anni, dal 1960 al 1990».
Arriviamo ai valori. È la parte che le sta più a cuore?
«Assolutamente sì. Viviamo in un mondo iperpolarizzato, pieno di slogan. Negli anni Ottanta le grandi aziende hanno scoperto nello sport una miniera d’oro: “Just do it”, “La sconfitta non è un’opzione”. Ma non è vero che puoi ottenere tutto quello che vuoi. Nello sport le medaglie sono pochissime. Per me, da ex atleta, è importante relativizzare l’importanza dello sport: è un’occasione di confronto con le persone, con il corpo, con i propri limiti, non una misura del valore umano. Mi ha aiutato il confronto con mia moglie, Giulia Staccioli: lei ha fatto due olimpiadi per la ginnastica ritmica, ci siamo conosciuti a Seul. La sua è una disciplina individuale sottoposto al giudizio. Mi ha fatto capire molte cose e mi ha anche avvicinato al teatro da quando lei ha fondato 30 anni fa il gruppo di danza acrobatica Kataklò».
Questo discorso pesa molto sulle nuove generazioni.
«I giovani oggi sono esposti a aspettative folli. Se non sei Sinner o Alcaraz sei un cretino, se perdi sei subito un fallito. Io sono cresciuto in un piccolo paese di campagna: mio padre muratore e autista, mia madre infermiera. Una vita normale. Oggi sembra che se non sei un influencer di successo tu abbia sbagliato tutto. Noi adulti siamo ipocriti: diciamo che conta impegnarsi, poi premiamo solo chi vince».
La pallavolo, però, offre un modello diverso.
«È uno sport di squadra con una peculiarità unica: il regolamento ti obbliga a passare la palla. Il livello di interdipendenza è altissimo. Da solo sei solo un pezzo. Devi fare al meglio quello che ti tocca, dentro un ambiente credibile. È un messaggio potentissimo anche per la società: non basta il talento individuale, serve un contesto che funzioni».
Come era la vostra “generazione di fenomeni”?
«Il nostro allenatore Julio Velasco, straordinario e intelligente, ha saputo trovare una generazione di giovani provenienti da piccoli paesi, ragazzi per i quali nessuno avrebbe immaginato che la pallavolo potesse diventare una vita: motivati, disponibili a mettersi al servizio. La vera specificità di quella squadra è stata la capacità di stare insieme per tantissimo tempo. Dal 1989 al 1998, per dieci anni, siamo rimasti ai massimi livelli: premiata come la miglior squadra del XX secolo, capace di dare sempre il massimo con giocatori e allenatori diversi, rinnovandosi continuamente. Oggi, con la barba bianca, posso dire che questo è il premio più importante perché è ancora più grande di me stesso».
Che momento sta attraversando la pallavolo oggi in Italia?
«È un momento straordinario. È uno sport equilibrato nei generi, con squadre maschili e femminili fenomenali. Tecnicamente è cambiato moltissimo, è moderno, contemporaneo, meraviglioso. Tanti campioni di oggi siano cresciuti guardando il cartone Mila e Shiro.Per questo nel capitolo finale in cui raccontiamo gli ori olimpici del 2024 e i titoli mondiali del 2025 si chiuderà sulle note della sigla del cartoon».

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