Shirin Nashat: «Il mio Orfeo pensando all’Iran»
L'artista e regista iraniana inaugura la stagione al Teatro Regio di Parma mentre il suo Paese lotta per la libertà: «Porto in scena un mito e tutta l’umanità»

Il suo Iran è in piazza per la libertà. Shirin Neshat lotta, come ha sempre fatto, attraverso l’arte. «Che non offre né conforto né soluzioni. Ritrae situazioni in cui colpa, impotenza o perdita diventano visibili, senza ridurle o semplificarle» dice l’artista iraniana, classe 1957, fotografa, regista che ha scelto, dopo aver visto gli effetti della rivoluzione sulla sua Persia, di lottare per la libertà attraverso l’arte. Shirin Neshat è in Italia, a Parma. Inaugura la stagione d’opera del Teatro Regio con Orfeo ed Euridice di Christoph Willibald Gluck – versione di Vienna del 1762, in italiano, senza danze, sul podio della Filarmonica Toscanini Fabio Biondi, protagonisti Carlo Vistoli, Francesca Pia Vitale e Theodora Raftis. «Un Orfeo in bianco e nero per sottolineare i paradossi, i contrasti che contiene, ma anche per rimanere fedele alla mia cifra di artista visiva – dice la regista –. Un Orfeo nostro contemporaneo».
Perché, Shirin Neshat, parlare del nostro presente raccontando ancora una volta il mito di Orfeo?
«Proprio perché il mito non è legato a un tempo specifico, ma può essere raccontato all’infinito. Orfeo, e in generale il mito, non racconta un evento storico, piuttosto evoca un’esperienza umana ricorrente. E ogni volta che si rinnova questo racconto si pone la stessa domanda fondamentale: come affrontano gli esseri umani l’irrecuperabile, il momento in cui una perdita non può più essere riparata? Da una prospettiva psicologica il mito si rivolge all’interiorità dell’uomo. Gli inferi non sono un regno lontano, ma uno stato interiore in cui memoria, colpa e desiderio esercitano la loro influenza. Così il viaggio di Orfeo negli inferi rappresenta il tentativo di riordinare il passato nella propria coscienza, per renderlo controllabile. Guardare indietro non è un atto di disobbedienza, ma un punto in cui il dubbio e la paura superano la fiducia. Per noi il mito modella un processo interiore non di redenzione, ma di graduale risveglio della coscienza».
«Proprio perché il mito non è legato a un tempo specifico, ma può essere raccontato all’infinito. Orfeo, e in generale il mito, non racconta un evento storico, piuttosto evoca un’esperienza umana ricorrente. E ogni volta che si rinnova questo racconto si pone la stessa domanda fondamentale: come affrontano gli esseri umani l’irrecuperabile, il momento in cui una perdita non può più essere riparata? Da una prospettiva psicologica il mito si rivolge all’interiorità dell’uomo. Gli inferi non sono un regno lontano, ma uno stato interiore in cui memoria, colpa e desiderio esercitano la loro influenza. Così il viaggio di Orfeo negli inferi rappresenta il tentativo di riordinare il passato nella propria coscienza, per renderlo controllabile. Guardare indietro non è un atto di disobbedienza, ma un punto in cui il dubbio e la paura superano la fiducia. Per noi il mito modella un processo interiore non di redenzione, ma di graduale risveglio della coscienza».
Se la mitologia lascia il posto alla quotidianità, chi è Orfeo? E chi è Euridice?
«Orfeo non è un cantore o un eroe mitico, ma un essere umano contemporaneo. Vive una relazione romantica, una quotidianità segnata da abbandono, richieste eccessive e conflitti inespressi. Orfeo ed Euridice, condividono una profonda perdita, quella della morte del figlio, solo accennata visivamente nel nostro spettacolo. Questa svolta crea un abisso nero nella loro relazione, un dolore che non è stato elaborato, ma represso. Euridice non riesce più a trovare stabilità al suo interno, mentre Orfeo reagisce ritirandosi ed evitando l’azione. La perdita diventa così il punto di partenza per una graduale alienazione in cui entrambi sono intrappolati. In questa lettura, allora, la morte di Euridice non è un destino esterno, ma l’esito di un trauma irrisolto. Per Orfeo il viaggio negli inferi rappresenta la necessità di confrontarsi con il dolore represso, così come con la propria colpa e responsabilità. Un viaggio che diventa un’autoanalisi. Orfeo non agisce spinto dalla forza, ma dal desiderio di fare ammenda. Il suo movimento interiore non promette redenzione, ma porta piuttosto alla consapevolezza che alcune perdite non possono essere riparate».
«Orfeo non è un cantore o un eroe mitico, ma un essere umano contemporaneo. Vive una relazione romantica, una quotidianità segnata da abbandono, richieste eccessive e conflitti inespressi. Orfeo ed Euridice, condividono una profonda perdita, quella della morte del figlio, solo accennata visivamente nel nostro spettacolo. Questa svolta crea un abisso nero nella loro relazione, un dolore che non è stato elaborato, ma represso. Euridice non riesce più a trovare stabilità al suo interno, mentre Orfeo reagisce ritirandosi ed evitando l’azione. La perdita diventa così il punto di partenza per una graduale alienazione in cui entrambi sono intrappolati. In questa lettura, allora, la morte di Euridice non è un destino esterno, ma l’esito di un trauma irrisolto. Per Orfeo il viaggio negli inferi rappresenta la necessità di confrontarsi con il dolore represso, così come con la propria colpa e responsabilità. Un viaggio che diventa un’autoanalisi. Orfeo non agisce spinto dalla forza, ma dal desiderio di fare ammenda. Il suo movimento interiore non promette redenzione, ma porta piuttosto alla consapevolezza che alcune perdite non possono essere riparate».
Ci sarà un lieto fine?
«Non presentiamo un lieto fine classico, non per pessimismo, ma per fedeltà alla storia. Una conclusione conciliante, che ripristini ciò che è andato perduto, dissolverebbe la complessità intrinseca della narrazione e non renderebbe onore all’esperienza che ritrae. Un lieto fine attenuerebbe le tensioni in corso e minerebbe il tema centrale della produzione. Ciò che intendiamo rappresentare è lo stato che segue l’illusione di un lieto fine. La conclusione non offre redenzione, ma piuttosto una cruda chiarezza: il riconoscimento di ciò che non può essere annullato. Un finale non senza speranza. Apre la porta alla responsabilità e alla consapevolezza, non alla consolazione, ma a un atteggiamento consapevole verso la vita».
«Non presentiamo un lieto fine classico, non per pessimismo, ma per fedeltà alla storia. Una conclusione conciliante, che ripristini ciò che è andato perduto, dissolverebbe la complessità intrinseca della narrazione e non renderebbe onore all’esperienza che ritrae. Un lieto fine attenuerebbe le tensioni in corso e minerebbe il tema centrale della produzione. Ciò che intendiamo rappresentare è lo stato che segue l’illusione di un lieto fine. La conclusione non offre redenzione, ma piuttosto una cruda chiarezza: il riconoscimento di ciò che non può essere annullato. Un finale non senza speranza. Apre la porta alla responsabilità e alla consapevolezza, non alla consolazione, ma a un atteggiamento consapevole verso la vita».
Come affronta l’opera con il suo sguardo di artista visiva che lavora con il cinema e la fotografia?
«Inizialmente mi avvicino all’opera più attraverso la sua struttura visiva e spaziale che attraverso l’analisi musicale. Come artista visiva lavoro disponendo i corpi nello spazio, con linee di vista e distanze, condensate nel tempo. Nel mio universo artistico esploro costantemente tensioni e dicotomie: luce e ombra, interno ed esterno, intimità e vita pubblica. Queste polarità plasmano anche il mio approccio a Orfeo ed Euridice. Il cinema e la fotografia hanno affinato la mia consapevolezza della durata e della ripetizione. E sul palco, questo si traduce in immagini composte, gesti minimi e una rigorosa economia di movimento. Musica, canto e immagini si intersecano e si pongono sullo stesso piano, il canto articola le tensioni interiori, mentre le immagini creano distanza, messa a fuoco e densità visiva. In questo modo i personaggi non vengono spiegati psicologicamente, ma vissuti nell’immediatezza dei loro rispettivi stati d’animo».
«Inizialmente mi avvicino all’opera più attraverso la sua struttura visiva e spaziale che attraverso l’analisi musicale. Come artista visiva lavoro disponendo i corpi nello spazio, con linee di vista e distanze, condensate nel tempo. Nel mio universo artistico esploro costantemente tensioni e dicotomie: luce e ombra, interno ed esterno, intimità e vita pubblica. Queste polarità plasmano anche il mio approccio a Orfeo ed Euridice. Il cinema e la fotografia hanno affinato la mia consapevolezza della durata e della ripetizione. E sul palco, questo si traduce in immagini composte, gesti minimi e una rigorosa economia di movimento. Musica, canto e immagini si intersecano e si pongono sullo stesso piano, il canto articola le tensioni interiori, mentre le immagini creano distanza, messa a fuoco e densità visiva. In questo modo i personaggi non vengono spiegati psicologicamente, ma vissuti nell’immediatezza dei loro rispettivi stati d’animo».
Lei non è una regista che lavora abitualmente nella lirica. Il suo sguardo può essere dunque ancora più lucido. Di cosa ha bisogno oggi l’opera?
«Come artista visiva cerco di portare la mia esperienza nel cinema e nella fotografia all’opera, esplorando diversi modi per tradurre il linguaggio visivo, la logica della macchina da presa e i principi compositivi nello spazio scenico, senza sminuire la materia propria dell’opera. L’opera è un medium altamente condensato: ogni movimento, ogni gesto ha un significato, ogni immagine è pensata e realizzata con cura, non è mai solo decorativa. E i silenzi creano uno spazio per la risonanza interiore della musica, consentendo al pubblico di vivere l’azione. In un mondo caratterizzato da una sovrastimolazione visiva l’opera può fungere da luogo di decelerazione, uno spazio per concentrarci sulla nostra interiorità».
«Come artista visiva cerco di portare la mia esperienza nel cinema e nella fotografia all’opera, esplorando diversi modi per tradurre il linguaggio visivo, la logica della macchina da presa e i principi compositivi nello spazio scenico, senza sminuire la materia propria dell’opera. L’opera è un medium altamente condensato: ogni movimento, ogni gesto ha un significato, ogni immagine è pensata e realizzata con cura, non è mai solo decorativa. E i silenzi creano uno spazio per la risonanza interiore della musica, consentendo al pubblico di vivere l’azione. In un mondo caratterizzato da una sovrastimolazione visiva l’opera può fungere da luogo di decelerazione, uno spazio per concentrarci sulla nostra interiorità».
L’arte come può farci riflettere sulle tragedie che oggi attraversano il mondo?
«Le tragedie contemporanee ci raggiungono solitamente in una forma frammentata e accelerata. L’arte, al contrario, rallenta questa esperienza. L’arte crea una distanza dall’evento immediato, permettendoci di sopportarlo e riflettere su esso. La sua forza sta proprio qui, nell’aprire uno spazio in cui la riflessione diventa possibile, perché l’evento non viene semplicemente consumato, ma vissuto».
«Le tragedie contemporanee ci raggiungono solitamente in una forma frammentata e accelerata. L’arte, al contrario, rallenta questa esperienza. L’arte crea una distanza dall’evento immediato, permettendoci di sopportarlo e riflettere su esso. La sua forza sta proprio qui, nell’aprire uno spazio in cui la riflessione diventa possibile, perché l’evento non viene semplicemente consumato, ma vissuto».
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