Stefano Massini: «Porto in tv l'ossessione del potere di Putin»
“Io, Vladimir”, serata evento l’11 marzo sul Nove: racconto in prima persona dell’ascesa del presidente russo dall’infanzia poverissima alla conquista del Cremlino

Putin e Trump come due facce della stessa medaglia. Dopo il monologo teatrale Donald, portato con successo in scena, Stefano Massini torna a raccontare un leader globale con un nuovo affondo teatrale: l’ascesa al potere di Vladimir Putin. Il progetto arriverà anche a teatro la prossima stagione in una forma rivisitata al Teatro della Pergola di Firenze. Nel frattempo è uscito il testo Lo zar (Einaudi, 126 pagine, 13 euro).
A vent’anni dall’uccisione della giornalista russa Anna Politkovskaja arriva in televisione Io, Vladimir – Stefano Massini racconta Putin, evento speciale con protagonista il drammaturgo e narratore fiorentino. Lo spettacolo andrà in onda in prima tv domani 11 marzo in prima serata su Nove e in streaming su discovery+. Diretto da Fabio Calvi e accompagnato dalle musiche originali di Luca Baldini eseguite dal vivo, il monologo propone un racconto in prima persona della vita di Vladimir Putin: un’autobiografia immaginaria costruita su eventi reali che ripercorre il cammino del leader russo dall’infanzia poverissima nella Leningrado del dopoguerra fino alla scalata nel Kgb e alla conquista del potere al Cremlino.
Il format inaugura il ciclo di Nove dedicato alla storia contemporanea raccontata dalle firme della cultura italiana, che proseguirà con gli anni 60 raccontati da Walter Veltroni, gli Anni 70 di e con Mario Calabresi, Benedetta Tobagi, Sara Poma e Gli ultimi giorni dell’umanità con Massimo Cacciari..
Stefano Massini, il suo lavoro su Trump era stato quasi profetico. Lo sarà anche quello su Putin?
«Spero vivamente di no. Però è impressionante che quello che avevo scritto su Trump si sia avverato. Quel libro era stato scritto prima del suo secondo mandato e purtroppo si è realizzato molto di ciò che raccontavo. L’idea che il mondo sia un grande supermercato dove qualunque cosa me la afferro e me la prendo. Voglio il Venezuela? Me lo prendo perché ci sono le pozze di petrolio. Voglio l’Iran? Me lo prendo. Voglio la Groenlandia? Forse me la prendo. Oggi, a un anno dal suo insediamento per il secondo mandato presidenziale, la cosa che mi colpisce è che la sua ossessione di centralità narcisistica si è sviluppata al punto da diventare quasi una farsa. Il potere ha sempre cercato di spacciarsi come qualcosa di divino. Trump arriva addirittura a raccontare che sarebbe stato salvato dall’alto dei cieli durante l’attentato perché doveva compiere una missione per l’umanità».
E Putin?
«Putin si presenta come colui che deve svolgere una missione per il popolo russo: restituire un’identità sottratta, un’identità imperiale, di comando. Un’identità che stabilisce una regola nei confronti del resto dell’umanità. In questo senso è molto shakespeariano. La sua ossessione per il potere ricorda quella di Riccardo III».
Lei racconta Putin in prima persona. Che metodo è?
«Viviamo un momento storico in cui i punti di riferimento non sono più i politici italiani ma quelli mondiali. Le nostre sorti vengono decise a livello internazionale: l’Europa è aggredita da più parti e non possiamo più permetterci di ripiegarci su noi stessi. Trump, Putin e Xi Jinping hanno per noi un’importanza vitale. Conoscere la vita di questi personaggi aiuta a capire qualcosa che riguarda anche noi».
Ad esempio?
«Trump, millantando un problema a un piede, riuscì a non partire per il Vietnam e poi si vantò di aver inventato una scusa per non essere stato “così idiota da andare a farsi ammazzare in guerra”. E oggi lo vediamo omaggiare i soldati caduti. La vita di Putin, ripeto, è Shakespeare. Pensi a come riesce a tessere una tela diabolica per distruggere dall’interno un suo ex professore universitario. Ed è tutto vero».
In cosa si somigliano Trump e Putin?
«Arrivano da storie completamente diverse ma oggi parlano la stessa lingua. Putin è la personificazione della violenza molto più di Trump, che però quella violenza la ostenta. Trump viene da una famiglia molto alto borghese, frequenta le migliori scuole, rappresenta un immaginario di ricchezza. Putin cresce in una casa popolare sovietica in una situazione di povertà e violenza. Eppure diventano entrambi potentissimi. In comune hanno una lingua simile: la violenza».
Qual è il periodo storico più sottovalutato per capire Putin?
«Quello dopo la caduta del Muro di Berlino. Dal 1989 al 2000 in Russia succede di tutto: fame, sangue, morti, un gigantesco collasso. C’è il tentato colpo di stato del Kgb e l’umiliazione russa di avere un presidente come Eltsin che si presentava ubriaco. I russi erano privi di guida e nel crollo Putin si presenta come uno che vuole mantenere l’ordine. È un uomo dei servizi segreti ossessionato dal controllo e dall’idea della forza come strumento di governo. Lo dice lui stesso: in Russia la libertà è pericolosa».
Il suo Putin parla con parole autentiche?
«Putin non si è mai raccontato davvero: non ha autobiografie, non usa i social, parla solo attraverso portavoce. In questo spettacolo circa il 35% delle parole sono sue, il resto viene dalle biografie scritte da giornalisti russi scappati all’estero».
Lei dice che oggi al potere ci sono i “Franti” del libro Cuore.
«Franti era il teppista della classe, destinato ben che vada alla galera. Putin racconta a un giornalista: “Io da bambino non ero un teppista a scuola, ero il peggior teppista della scuola”. E Trump dice che tirava la scemata dietro agli insegnanti. Così sdoganano i Franti di tutto il mondo. Se loro riescono a dettare legge con un modo teppista — io voglio l’Ucraina e me la prendo, io voglio il Venezuela e me lo prendo — questo diventa un modello. E avviene in una società in cui cresce la violenza insieme alla diffusione dei social».
I social hanno cambiato anche la politica?
«Hanno dato la stura a un livello di violenza verbale enorme. Gente priva di interlocutore accumula aggressività e poi la sfoga su qualcuno: il barbone, il ragazzino a scuola. Lo dico da persona che ha subito bullismo. Il meccanismo è prendere di mira chi è esposto. La differenza è che adesso queste persone comandano il mondo».
Il monologo arriva nel ventesimo anniversario dell’assassinio della giornalista Anna Politkovskaja.
«La Politkovskaja venne uccisa a Mosca nel 2006 dopo anni di inchieste sulla guerra in Cecenia. Il mio monologo Donna non rieducabile, interpretato da Ottavia Piccolo, è il mio testo più rappresentato nel mondo. Ma in Russia questa storia non si può raccontare».
Questo lavoro è anche un omaggio al giornalismo?
«Sì. Fare informazione di serie A è diventato difficilissimo in un mondo dominato da quella di serie C. In Italia abbiamo fatto di tutto per assolvere Putin, fingendo di non vedere molte cose, con Berlusconi che faceva le sue battutine. Questo spettacolo è un omaggio ai troppi giornalisti che hanno pagato con la vita la ricerca della verità».
Perché portare un monologo così in prima serata?
«Fare una prima serata in cui un essere umano racconta senza immagini è qualcosa di profondamente umano. Il teatro ha sempre raccontato il potere. Raccontare significa chiedere allo spettatore di immaginare. E l’immaginazione è potenza, il presidio dell’umano in un’epoca minacciata dalla tecnologia è fondamentale».
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