Robert Carsen: «Il segreto
della musica di Poulenc è la fede»

Il regista porta a Torino la sua versione dei “Dialoghi delle Carmelitane”, del 1997: «Nessun'altra è così longeva, il merito sta in una partitura che non finisce di dire»
March 31, 2026
Robert Carsen: «Il segreto
della musica di Poulenc è la fede»
Una scena dei "Dialoghi delle Carmelitane" di Francis Poulenc nella regia di Robert Carsen, al Teatro Regio di Torino
Un muro. Ma niente mattoni. Uomini e donne. Ci guardando dritti in faccia. Noi in platea. Loro sul palco. Specchio gli uni degli altri. In mezzo la Storia, si fa strada come uno squarcio in quel muro, una fenditura aperta dalla musica di Francis Poulenc. Ha la forza degli incipit più potenti di sempre… Quel ramo del lago di Como, le crome della Quinta di Beethoven… ha una forza dirompente la prima immagine dei Dialogues des Carmelites secondo Robert Cartsen. Ti resta impresso quel muro umano che inghiotte tonache e scapolari delle religiose, stesi a terra, quando le luci in sala sono ancora accese, a disegnare tante croci, le braccia aperte, accoglienza e dono. «Sedici, come le Martiri di Compiègne che a Parigi nel 1794, in pieno Terrore, vennero giustiziate per essersi rifiutate di rinunciare ai loro voti religiosi» precisa il regista canadese, che a Torino rimonta il suo storico allestimento dell’opera che Poulenc scrisse nel 1957 per il Teatro alla Scala di Milano. Nati nel 1997 ad Amsterdam questi Dialogues. «Pierre Audi, che allora dirigeva la Dutch National opera mi chiese un titolo francese e io pensai subito alle Carmelitane per la grande forza che la partitura ha» racconta Carsen, pendolare tra Torino e Roma, perché dopo i Dialogues torinesi, al Teatro dell’Opera della Capitale dal 7 aprile arriva la sua versione del Trionfo del tempo e del disinganno di Georg Friederich Häendel. Pagine che raccontano lo spirito. Proposta sul tempo quaresimale quella del Regio di Torino. Dialogues des Carlmelites debutta stasera (repliche sino al 12 aprile). Sul podio Yves Abel. Ekaterina Bakanova è Blanche.
Uno spettacolo nato nel 1997, da allora ripreso in molti teatri, in diverse parti del mondo. Che effetto le fa, Robert Carsen, rimontarlo dopo quasi trent’anni a Torino?
«Vivo insieme a questo spettacolo da quando l’ho pensato per la prima volta per Amsterdam. Nel 2027 saranno trent’anni di vita. Dunque questa di Torino è una nuova tappa di un cammino che continua. E ogni volta che torno a lavorare sui Dialogues non mi limito a riprendere lo spettacolo di Amsterdam, ma ogni volta è un ricreare qualcosa di nuovo, perché la scena è praticamente vuota e ci sono solo i corpi degli interpreti per raccontare la storia. Interpreti che cambiano ogni volta, cosa che mi impone di rimodellare sempre il mio lavoro. Certo quando ci ho lavorato nel 1997 non immaginavo potessero durare così tanto. Un caso unico, questo dei Dialogues, una longevità che non ha nessun mio altro allestimento».
E come se lo spiega?
«Sicuramente la partitura è una di quelle che ha ancora molto da dire. Intrisa com’è di fede e sofferenza. Certo, non è la classica opera dove si racconta di amore e morte, di eros e thanatos, di un soprano che ama un tenore, ma questo amore è ostacolato dal baritono. Nelle Carmelitane c’è la morte, certo, e in modo molto forte, con la ghigliottina che si sente nella msuica. L’amore è quello che le Carmelitane hanno per Dio. Perché è un’opera che parla di fede. E penso che i Dialogues abbiamo lo stesso impatto per un cattolico, per un ebreo, per un musulmano o per un buddhista. Perché parlano di fede. Sono Dialoghi, confronti, anche serrati, tra le religiose sui grandi temi della vita. E sulla paura della morte».
Quale la forza e l’attualità dei Dialogues?
«L’opera nasce da un testo, quello di Georges Bernanos, pensato per il cinema e per la prosa e solo dopo messo in musica. C’è la forza della parola e della musica nel racconto delle Carmelitane che non scelgono volontariamente la morte, sono condannate dal Terrore, ma vanno incontro al patibolo con una serenità che sconvolge, a braccia aperte. Un gesto che mi ricorda la croce. Nel mio spettacolo, però, non ho voluto nessuna croce, evocata dalle tonache delle religiose stese sul palco prima che inizia la musica – i costumi di Falk Bauer sono filologici, identici all’abito che indossano le religiose. Il palco è vuoto. Come la cella del monastero. Uno spazio, disegnato da Michael Levine, che si dilata e si contrae, uno spazio nel quale il pubblico deve proiettare la sua fede. Come ha fatto Poulenc nella musica, tanto che il compositore si identificava con il personaggio di Blanche. I Dialogues hanno un’onda emotiva che straripa oltre il teatro, provocano un impatto che dura e rimane oltre la fine della serata, anche quando il sipario è calato».
E oggi, in tempo di guerre e conflitti, cosa ci dice la storia, realmente accaduta, delle martiri di Compiègne?
«Nonostante tutto, nonostante la condanna a morte i Dialogues trasmettono una sensazione positiva, perché le Carmelitane hanno un’umanità profonda, attraverso la fede cercano di costruire qualcosa di buono e soprattutto raccontano e ci raccontano la necessità di cercare una ragione per la vita».
Come porta questo in scena?
«Non metto in scena qualcosa che rispecchia il mio gusto personale, ma faccio ciò che ritengo fondamentale sul testo e sulla musica. Mettendomi in ascolto. E quello che propongo sul palco lo sento nella musica. Penso al finale dei Dialogiues, costruito da Bernanos e da Poulenc sulle cronache del tempo, con le Carmelitane che salgono al patibolo cantando il Salve Regina mentre le loro voci progressivamente si spengono. Mettendomi in ascolto di questa musica ho avvertito un movimento verso la luce. Niente ghigliottina in scena, ma un’azione coreografica, immaginata con Philippe Giraudeau, che vede le suore impegnate in un movimento che è una meditazione e un’imitazione dell’anima che sale in cielo».
Cos’è per lei l’opera?
«È quella cosa che mi ha affascinato da bambino quando, in vacanza a Cape Cod, i miei genitori mi portarono sotto un tendone a vedere Hansel e Gretel. Ho avuto la fortuna di avere dei genitori che amavano l’opera e che mi hanno portato ad ascoltarla. Anche se andare a teatro per me era un modo per andare a letto tardi. Ho iniziato come attore, non volevo essere un regista di opera, ma di prosa. Ma poi la lirica ha avuto la meglio. E mi piace, perché opera è il plurale di opus, è un lavoro collettivo, è una combinazione di diverse arti, ma anche un continuo scambio tra intelletto, sollecitato dal libretto, ed emotività, che nasce dalla musica. E tutto questo fa nascere domande nello spettatore. Nel mio lavoro non mi interessa fare un teatro didattico e didascalico, vorrei piuttosto che il pubblico che è seduto in sala si lasciasse interrogare da ciò che vede. In una dimensione di rito collettivo che solo in teatro avviene, dove siamo seduti vicino a qualcuno che non conosciamo, ma che condivide la nostra stessa scelta di andare a teatro. Vorrei che i miei spettacoli suscitassero domande piuttosto che risposte».

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