Rancore: «In un mondo in fiamme cerco l'anima»
Il rapper pubblica il nuovo album "Tarek da colorare", un viaggio tra oscurità e rinascita citando Fosco Maraini e ponendo domande spiazzanti anche su Cristo

C’è una parola che ritorna spesso ascoltando Tarek da colorare, il nuovo album di Rancore (Hermetic/Django Music), appena uscito anche in formato fisico: senso. Dopo il viaggio visionario dello Xenoverso, il rapper romano – all’anagrafe Tarek Iurcich – torna con i piedi nella realtà, ma è una realtà ferita, attraversata da conflitti, smarrimenti e domande profonde. Un disco complesso e stratificato, lontano dalle logiche di mercato, che intreccia critica sociale, ricerca linguistica e tensione spirituale. Figlio di una storia familiare che intreccia radici diverse – con un nonno originario di Fiume e una madre egiziana – Rancore è cresciuto a contatto con culture e religioni differenti, esperienza che ha segnato profondamente il suo sguardo e la sua sensibilità. Molto apprezzato dalla critica, è stato rivelato al grande pubblico al Festival di Sanremo 2019 al fianco di Daniele Silvestri con Argentovivo, brano premiato dalla critica a Sanremo ma anche al Premio Tenco. Il nuovo lavoro sarà portato dal vivo a partire dall’8 maggio dal Fabrique di Milano, prima tappa di un tour atteso.
Questo è un disco in cui lei cerca di ritrovarsi. Da dove riparte Rancore?
«Riparto dalla realtà. Dopo aver destrutturato tutto con lo Xenoverso, avevo bisogno di tornare qui, in un mondo che però mi sembra in fiamme. È un disco più libero, dove il mio nome, Rancore, esce fuori in maniera più diretta. E quello che vedo è un mondo con pochi chiari e molti scuri, che ci lascia senza parole. Per questo a volte ho dovuto inventarle».
Il titolo “Tarek da colorare” è già un programma…
«Sì, è una richiesta d’aiuto. È come dire: aiutatemi a uscire dall’oscurità. Se gli altri mi “colorano”, forse riesco a ritrovare anche me stesso. È un gesto di apertura, in un tempo che invece ci vuole sempre più chiusi e divisi».
In vent’anni di carriera è solo il suo sesto disco. Perché?
«Perché non inseguo il mercato. Questo album è scritto fuori da quelle logiche. Oggi tutto viene incasellato, regolato, reso razionale. Ma così si perde la cosa più importante: lo spirito, l’anima. Io provo a riconnettermi a quella parte più vera, anche quando è arrabbiata o disperata».
La sua ricerca passa molto dal linguaggio, come nel brano “Fanfole” che è tutto un gioco di parole.
«Sì, lì il riferimento è a Fosco Maraini. Le “fanfole” sono testi in una lingua inventata, apparentemente senza senso ma in realtà capaci di evocare immagini, emozioni, suggestioni. Io ho cercato di portare quel principio dentro il rap. Quando leggi il testo magari non capisci, ma quando lo ascolti succede qualcosa. È come se il suono arrivasse prima del significato. Ho svuotato le parole del loro involucro razionale per arrivare direttamente all’emozione, al cuore. Inventare un linguaggio permette di dire più cose, senza fissarle in un unico significato».
Da dove nasce questo amore per la letteratura?
«Dallo studio e dagli incontri. Ho fatto il liceo scientifico, quindi ho avuto sia una base umanistica sia scientifica. Non ho fatto l’università, ma ho sempre studiato molto, anche da autodidatta. La scrittura mi ha portato a leggere sempre di più. Ho approfondito Gadda, i neologismi, e poi grazie anche a Luigi Serafini ho scoperto mondi nuovi. Il suo Codex Serafinianus, a cui dedico un brano nell’album, è una delle opere che amo di più: un’enciclopedia in un linguaggio fantastico, completamente inventato. È un’opera misteriosa, onirica, che ti costringe a entrare in una dimensione diversa. Ma il vero studio è stato quello interiore. Scrivere ti costringe a guardarti dentro, a esplorarti».
Il suo modo di scrivere si discosta da cliché di certo rap o trap e nel suo album critica anche il mondo della musica.
«Non critico la musica in sé, ma il sistema. Il rap racconta anche realtà dure, è giusto. Il problema è quando tutto diventa schema, quando si perde la genuinità. Io cerco di restare libero».
Ha pensato di cambiare nome?
«Sì, volevo liberarmi del rancore. Sarebbe stato un gesto di pace. Ma oggi il mondo mi sembra pieno di rancore: è lo strumento perfetto per manipolare le masse. Quindi ho capito che è ancora il nome giusto».
Nel disco c’è molta attenzione alla spiritualità.
«Sì, perché credo che oggi il vero problema sia la perdita del contatto con il trascendente. Se perdi quello, rimane solo la materia. E quindi consumi, compri. Ma dentro di noi c’è molto di più. Sono sempre stato interessato alle religioni, anche per la mia storia familiare. Mio padre, che purtroppo è morto quando avevo 15 anni, era un grande viaggiatore e mi ha portato in mezzo mondo, mettendomi a confronto con tante culture e religioni. Per me è stato fondamentale».
C’è anche una riflessione provocatoria su Cristo.
«A volte mi sembra che venga raccontato più il Cristo inchiodato che quello risorto. È una provocazione per dire: perché non mettiamo al centro la resurrezione, la vita? Perché sembra che il messaggio che arrivi sia più quello del sacrificio che della rinascita?».
Lo canta ne “L’Italia è l’unico paese che” dove racconta un Paese pieno di contraddizioni in cui “chi ha ancora un po’ di religione qui bestemmia”. Cosa voleva dire?
«Pongo una domanda. Dico che forse la bestemmia è un linguaggio strano, un “hackeraggio” del linguaggio: prende il trascendente e lo porta nella materia. E mi chiedo se a volte non venga usata anche da chi, in realtà, crede, un contatto lo cerca ma non riesce ad averlo. Come se fosse una forma sbagliata, violenta, ma pur sempre una ricerca. Frutto anche della solitudine in cui è lasciato l’uomo in questa società moderna».
L’album ha un filo rosso molto forte dove, cito un suo brano, dice “Basta” a molte cose, dal bombardamento mediatico a quello delle guerre.
«E’ un viaggio iniziatico. Una ricerca del vero io. Parto dalla perdita del linguaggio, passo per la rivolta personale, entro nell’inconscio, attraverso l’amore e arrivo a una rinascita che però porta anche solitudine. La percezione è che il mondo stia finendo. Non so se sia vero, ma è quello che sento. E allora ho scritto questo disco come se fosse urgente, necessario».
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