Patti Smith e i piedi di Cristo

Un incontro in un caffè di New York tra il gesuita Antonio Spadaro e la musicista americana per la quale scrivere o leggere diventa un vero atto di contemplazione
March 25, 2026
Patti Smith e i piedi di Cristo
La cantante Patti Smith / Ansa / Francisco Guasco
La conversazione tra Antonio Spadaro e Patti Smith, della quale anticipiamo ampi stralci in questa pagina, uscirà oggi nella sua versione integrale inglese su “Commonweal”, online (commonwealmagazine.org) e come copertina della rivista cartacea. Patti Smith, dopo il successo del tour mondiale dello scorso anno per celebrare Horses, ritorna nel nostro Paese per un altro evento speciale: festeggiare insieme al pubblico italiano il suo 80° compleanno. L’appuntamento è previsto per il 27 luglio al Circo Massimo di Roma. Accompagnata dal Patti Smith Quartet, la cantautrice sarà affiancata dal tastierista e bassista Tony Shanahan, dal chitarrista Jackson Smith e da Seb Rochford alla batteria.
New York, 7 febbraio 2025
Patti Smith scrive ogni mattina dalle otto alle dieci, seduta nello stesso caffè, in un tavolo d’angolo, sempre lo stesso. Quando arrivo, è china su un quaderno, la penna che si muove con un ritmo paziente e concentrato. Lei nota il mio ingresso deciso e interrompe la scrittura, alza gli occhi, sorride. Poi si reimmerge nel suo quaderno e mi dice: «due parole ancora». Poi mi fissa. «Sei la mia ispirazione», dice con una punta di ironia e di tenerezza. «Un’interruzione ispiratrice».
Dentro il locale c’è un tepore morbido, odore di caffè e pane tostato, e una luce invernale che entra dalle finestre grandi. Patti porta una giacca scura, niente di appariscente. Riesce ad essere elegante perché trasandata. È semplicemente sé stessa. Ha settantanove anni, ma la sua presenza è quella di una persona che ha deciso, con disciplina quasi monastica, di non smettere mai di prestare attenzione al mondo.
Ci siamo incontrati per la prima volta ad Amsterdam. Un’amicizia difficile da spiegare fino in fondo. «Non ricordo un tempo in cui non ti conoscessi», dice lei a un certo punto, e lo dice con quel tono che usa quando qualcosa è al tempo stesso vero e inspiegabile. «Com’è successo?».
Patti ha appena scritto la prefazione a un mio libro sui piedi di Gesù dal titolo A passo d’uomo. Ma le avevo chiesto anche un testo su san Francesco d’Assisi a nome dei frati del Sacro Convento. Sono pagine brevi, dense, nate dopo settimane – anzi mesi – di un lavoro che Patti chiama «contemplazione».
«Sono una scrittrice molto lenta», spiega. «A volte mi servono mesi per scrivere anche una cosa piccolissima. Ho pensato: resta su un solo pensiero, non andare da una parte all’altra, non disperderti. Rimani lì, resta fedele a quello.» È una frase che suona come un’istruzione di preghiera, o come la regola non scritta di una bottega rinascimentale. E infatti i due testi, nati separatamente, hanno finito per dialogare tra loro in modo spontaneo: l’uno parla del camminare di Francesco, l’altro dei piedi di Gesù. «Non c’era alcuna intenzione», dice. «Non l’ho fatto apposta. È semplicemente accaduto.»
Ricordo il momento in cui, durante la lavorazione del libro, Patti mi scrisse un messaggio: «Sto contemplando». Non «sto scrivendo», non «sto pensando». Contemplando. Quella frase mi colpì nel profondo: è un livello completamente diverso di comprensione. Patti annuisce: «Quando ti ho scritto che stavo “contemplando”, non semplicemente pensando o scrivendo, è perché ho capito che c’era qualcosa di completamente diverso».
La genesi del testo sui piedi di Cristo è una storia di pellegrinaggi involontari. Tutto cominciò a Monaco di Baviera, anni prima, davanti a una mostra di sculture religiose di un artista poco conosciuto. Patti aveva con sé una Polaroid. «Fotografai soprattutto i piedi», dice. Poi, poco prima della pandemia, andò a Gand per vedere il Polittico dell’Agnello Mistico. Sapeva che lo avrebbero chiuso per restauro e, senza dirlo a nessuno, nemmeno a sua figlia, prese un volo notturno per Bruxelles, poi un’auto per Gand, e trovò il modo di entrare nella cattedrale con il restauratore e il direttore del museo. «Eravamo soltanto in sei», ricorda. «Dovevano esaminare il polittico per ore.»
Poi venne Colmar, e l’altare di Grünewald. Patti aveva organizzato persino un evento di beneficenza pur di poterlo vedere da vicino. La visita fu lunga, intensa. Eppure, mentre era lì, non provò l’emozione che si aspettava. L’effetto arrivò dopo, come una marea lenta. «Quando sono andata via, non riuscivo a togliermi dalla testa come l’artista aveva reso Gesù, i piedi di Cristo. Era qualcosa di quasi deformato, e mi rimaneva addosso.» Quando le chiesi di scrivere proprio di quello, la coincidenza le parve un segno. «È sempre un segno», dice, con una certezza che non ammette replica. «Sei più mistica di me», le dico un po’ serio un po’ ironico. Lei mi guarda fisso.
Ordiniamo la colazione. Il caffè nero è già stato versato due volte nelle nostre tazze. Io ordino il toast con avocado, come faccio sempre con lei. Lei oatmeal, sempre con l’avocado. C’è un libro sul tavolo, del tutto consunto, con gli scarabocchi del figlio piccolo tra le pagine. È di Herman Hesse, Magister Ludi. Patti lo ha da quando era adolescente, e ne parla come di un compagno di vita. «Come tanti giovani, avevo letto tutti i suoi libri», dice. «Ma per qualche motivo non riuscivo ad arrivare in fondo: mi addormentavo, o mi sembrava troppo lungo.».
Poi, una volta finito il libro, ne fece un esperimento. Lo mise accanto al letto. Ogni sera, prima di dormire, lo apriva a caso e leggeva qualche pagina. Ogni mattina, lo stesso. Lo fece per un mese. «La cronologia del libro ha cominciato a diventare tridimensionale», dice. «Arrivavo quasi a vedere le cose accadere nella mia testa. Ogni volta che leggevo un punto diverso, era come guardare da un’angolazione diversa: non era lineare». Dopo un paio di mesi, l’esperienza divenne «trasformativa». «A volte dicevo a me stessa: “Io ci sono stata. Ho visto quel giardino”».
È un metodo di lettura che somiglia più alla lectio divina che alla critica letteraria, le dico. Un modo di abitare un testo, non di consumarlo. E mi dice qualcosa di profondo sul modo in cui Patti Smith si rapporta alla conoscenza: non attraverso l’analisi, ma attraverso la presenza.

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