Il teatro, la musica, lo “sgurz”: chi era (davvero) David Riondino

L'artista toscano s'è spento dopo una malattia affrontata con riserbo. Eclettico e cantastorie capace di unire poesia alta e racconto popolare, lascia un segno originale nel panorama artistico italiano. Ve lo raccontiamo
March 30, 2026
David Riondino
David Riondino
In questo Paese, dove impera imperterrita la mediocrazia, leggasi il potere dei mediocri, chi per mezzo secolo ha nobilitato con merito l’arte e trasmesso cultura alta, in forma popolare, in tutti i luoghi (teatri, strade e piazze comprese), quando se ne va rischia di uscire di scena con poche righe sui giornali, per essere poi dimenticato in fretta e furia. E allora per evitare che ciò accada è necessario chiedere, per far sapere ai più, chi era David Riondino? «Una delle menti più brillanti di sempre», risponde Stefano Bollani alla notizia che il suo amico e sodale televisivo (nella trasmissione Rai Dottor Djembé). Ripetita: chi era David Riondino? «L’amico geniale e più generoso che ho avuto, dai tempi in cui scriveva per me a “Paese Sera”, fino alle nostre ultime dirette su Radio Visionair e le serate di teatro canzone che ho fatto qui a Roma, in cui lo chiamavo come ospite graditissimo e ovunque fosse David si presentava puntuale all’appuntamento», ricorda il cantautore e giornalista radiofonico Ernesto Bassignano che aveva conosciuto Riondino negli anni ’70, quando era il bibliotecario alla Biblioteca Nazionale della sua città, Firenze. Da lì, in riva all’Arno, è cominciata la sua avventura artistica che non si può che definire in altro modo se non votata all’eclettismo. Artista a tutto tondo, capace di passare dalla musica rock della sua band fiorentina i Victor Jara (cantautore cileno assassinato, sostenitore di Allende) al cantautorato impegnato di Fabrizio De Andrè e della Pfm, di cui apriva i concerti in quel lontano inverno del 1978. Erano le stagioni degli amori del giovane Riondino per tutto ciò che era arte varia, dal cabaret al cinema che lo avrebbe condotto ad unirsi a quella banda onirica, quanto lui, di Kamikazen. Ultima notte a Milano. Lo spettacolo teatrale della compagnia dell’Elfo e poi film del pigmalione di quel gruppo di attori e comici emergenti, Gabriele Salvatores. Nelle nebbie milanesi Riondino scoprì il sole della creatività e si legò ai fraterni Paolo Rossi e Bebo Storti che ora dell’amico David dice commosso: «Era una persona speciale. Sensibile e piena di talento. Un amico. Se n'è andato un artista».
Per brevità dunque, Riondino va chiamato artista. Un animale raro da palcoscenico, capace di raccontare fole e storie di miti come Garibaldi, da solo o accompagnato dagli altri sodali di cuore e di mente, Paolo Hendel e Dario Vergassola. Con quest’ultimo, incontrai David che ero ragazzo e nella splendida piazza medioevale di Bevagna lavorai per il Giubileo del 2000 alla promozione de loro Viaggio del pellegrino. C’erano tremila persone in quella piazza umbra e altrettante ne ho viste in quella della vicina Foligno l’estate successiva, quando con il maestro Fabio Battistelli e la sua orchestra di Città di Castello, Riondino rese omaggio al suo amato De Andrè con La buona Novella. Poeta amico dei poeti, quelli aulici e laureati, Dante e Boccaccio, celebrati nelle trasmissioni di Radio 3 in Tipi danteschi e Umana Cosa e socio emerito dell’Accademia dell’Ottava, compagno di poesia rimata di Elino Rossi, Elidio Benelli e Umberto Lozzi. Cantastorie e penna satirica sferzante, quanto le strisce dell’altro fratello Sergio Staino con il quale Riondino ballò sulle colonne di Tango, l’inserto umoristico dell’Unità. Idealista più donchisciottesco del suo Todos Caballeros o del Kowalski per niente commedia da due lire con a fianco e alla scrittura l’altrettanto eclettico Paolino Rossi. Insieme, da sempre alla ricerca dello “sgurz” perduto, quella cosa misteriosa «che ce l’hai o non ce l’hai», ma che cosa sia poi realmente lo “sgurz” nessuno l’ha mai capito, tranne lui. Un ironico pasionario e un civilissimo castigat mores, così in un’Italietta che tollera sempre tutto, marcio compreso, Riondino per arrivare al grande pubblico, anche se quella non era mai stata la sua massima ambizione, ha dovuto accettare le ospitate nel salotto Mediaset del Teatro Parioli, prendendo parte ad esilaranti puntate del Maurizio Costanzo Show. Lì si fece conoscere con il personaggio di João Mesquinho. Con più classe ma soprattutto senza l’uso della volgarità (parola non contemplata nella sua arte), quarant’anni prima di Checco Zalone, Riondino aveva inventato il personaggio del melanconico cantautore brasiliano. Con la chitarra chiosava ogni fine monologo con il refrain «Augegè, augegè» che rimandava al brano cult Maracaibo scritto assieme a Lu Colombo. In una notte di stelle e di vino di tanto tempo fa avevamo cantato quella canzone in omaggio alla giovinezza, immaginando assieme uno spettacolo teatrale su san Francesco, che non si è mai fatto. Ma almeno in parte ora avrebbe potuto realizzarlo, con altri giovani artisti che in occasione degli 800 anni dalla morte del Poverello di Assisi prendono parte al contest musicale Francesco, il nostro Canto Libero organizzato dal CET di Mogol.
Restano tanti progetti in sospeso, perché, nonostante la malattia da cui, con il massimo riserbo, si difendeva da tempo, Riondino non ha mai smesso un giorno di sognare ad occhi aperti. Voleva fondare la “Scuola dei giullari”, un laboratorio permanente dove creare testi, composizioni e canzoni sempre sospese su quel crinale a lui caro tra la tradizione e la poesia orale. Come il suo amico Stefano Benni, non aveva mai smesso un solo istante di inseguire con la fantasia personaggi e storie con cui dilettare quel suo pubblico, che non era mai diventato vasto, ma che gli era rimasto sempre fedele, riconoscendogli quella dote ormai rara: la capacità di valorizzare il pensiero in tutte le sue forme. Un pensiero che non fosse mai fine a sè stesso, ma una voce collettiva in grado di farsi coscienza e canto popolare. Forse ora, caro David, mi sembra quasi di iniziare a capire cos’è lo “sgurz”.
Per chi vorrà rendere l’ultimo doveroso saluto a questo amico geniale, il funerale si terrà a Roma, domani alle ore 11, nella Chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo.

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