Il Petruzzelli di Bari riscopre Niccolò Piccinni

Per la prima volta il teatro ospita "La Cecchina" del compositore. Entro il 2028, bicentenario della nascita, previsti altri due titoli
January 20, 2026
Il Petruzzelli di Bari riscopre Niccolò Piccinni
Una scena della “Cecchina”, l’opera riscoperta di Niccolò Piccinni che apre la stagione al teatro Petruzzelli di Bari / Clarissa Lapolla
C’è stato un tempo in cui Roma si vestiva “alla Cecchina”, in cui le acconciature delle donne erano “alla Cecchina”, in cui le osterie avevano sull’insegna “Cecchina” e in cui persino «una casata di rango come quella dei marchesi Lepri volle una villa fuori città che fu chiamata Villa Cecchina proprio in omaggio all’opera di Niccolò Piccinni», racconta il musicologo Francesco Paolo Russo. Aveva conquistato l’Urbe il “dramma giocoso” del compositore barese che vantava un libretto firmato da Carlo Goldoni. La città in cui l’opera aveva debuttato nel 1760 al Teatro delle Dame. Successo strabiliante. E pubblico in delirio per i tre atti che avrebbero lanciato una moda destinata a durare anni: la moda “alla Cecchina”, appunto. Dal nome della protagonista del lavoro di Piccinni che in realtà aveva per titolo La buona figliola. «Cecchina è, sì, una «povera ragazza, padre e madre che non ha», come si definisce all’inizio, che fa la giardiniera ed è adottata dal Marchese della Conchiglia di cui lei si invaghisce – spiega Russo – ma, in realtà, è figlia di un barone e, soltanto quando scoprirà le sue origini illustri, potrà sposare l’amato. Tutto ciò ci fa supporre che il gusto di cui Roma si era innamorata coniugasse la semplicità della trovatella e la ricercatezza e l’eleganza della nobildonna». Una “novità musicale”, come era stato ribattezzato lo spartito del maestro pugliese dai suoi contemporanei, che sarebbe diventato il titolo comico più famoso e rappresentato del Settecento, con oltre trecento riprese in giro per il continente, giungendo fino in Russia e anche in Cina alla corte dell’imperatore.
Poi l’oblio: sia del titolo, sia di chi l’aveva scritto. Un’eclisse che continua ancora oggi se è vero che Piccinni è artista sconosciuto al grande pubblico, che La buona figliola è più che una rarità nei cartelloni lirici e che l’opera considerata il suo capolavoro non è mai andata in scena nel maggiore teatro della città natale dell’autore: il Petruzzelli di Bari. Una lacuna che viene adesso colmata. La Cecchina apre domani alle 20.30 la stagione lirica e fa alzare il sipario su un percorso di tre anni dedicato a Piccinni che accompagnerà l’Italia verso il terzo centenario della nascita del compositore nel 2028. «Un progetto che intende restituire il giusto riconoscimento a un genio troppo a lungo trascurato. Perché, senza Piccinni e senza i grandi maestri pugliesi di scuola napoletana, la storia dell’opera sarebbe stata diversa», sottolinea il sovrintendente del Petruzzelli, Nazzareno Carusi.
Tre inaugurazioni, tutte in suo onore, nel capoluogo pugliese che al maestro morto nel 1800 a Passy, oggi parte di Parigi, ha dedicato un palcoscenico, una strada e il conservatorio. Tre nuove produzioni per ripercorrere l’estro di un musicista in grado di passare dal comico (di cui La Cecchina è considerato l’emblema) al tragico, come racconteranno i titoli già in calendario nel 2027 e nel 2028: Zenobia, prima sua opera seria che aveva segnato il debutto – applauditissimo – al San Carlo di Napoli nel 1754 su testo di Metastasio; e Atys concepita dopo il trasferimento a Parigi e rappresentata davanti a Maria Antonietta nel 1780 con un “successo incontestabile”. Scelte coraggiose per il Petruzzelli. «Scelte giuste – ribatte il sovrintendente – vista la speciale e importante ricorrenza. Purtroppo tendiamo a dimenticare ciò che non si dovrebbe, correndo il rischio di ritrovarci non più all’altezza del nostro passato».
Piccinni, nome entrato nei manuali di storia della musica perché fra i “sommi” del Settecento. Le cronache del tempo ne fanno il dominatore del genere buffo fin da giovanissimo; il trionfatore di Napoli, la città in cui aveva studiato e di cui abbraccia la scuola fino a esserne uno dei massimi interpreti; il rivale di Gluck a Parigi (o almeno così aveva voluto la pubblicistica d’Oltralpe in quella che era stata ribattezzata la “querelle célèbre” e che aveva visto i due contrapporsi nel musicare Ephigénie en Tauride); uno dei più celebrati compositori della “tragèdie lyrique”; il giacobino arrestato una volta tornato nel capoluogo partenopeo; l’eroe nazionale e il martire della Rivoluzione francese appena rientrato a Parigi; il musicista dall’indole schiva e bonaria a servizio di Napoleone. E soprattutto un creativo prolifico: più di cento i titoli d’opera. «Ma non sapremo mai il numero esatto perché una parte è andata perduta e altri sono attribuiti a lui benché non sia possibile accertarne l’esatta paternità», chiarisce Russo.
Il docente al conservatorio “Respighi” di Latina ha curato l’edizione critica della Cecchina, l’unica dell’intera produzione di Piccinni. «Non abbiamo l’autografo e, al tempo stesso, possiamo contare su ben trenta manoscritti completi dell’opera. Poi c’era il problema del libretto di Goldoni. Lui e Piccinni non si sono mai conosciuti di persona; e il testo è arrivato al compositore tramite una compagnia di cantanti». La partitura che Russo ha riassemblato e ripulito sarà sui leggii del Petruzzelli. Prima esecuzione in un teatro. «Una musica bellissima che ha il pregio dell’immediatezza, spensierata e godibile. All’apparenza semplice, ma difficile da interpretare», osserva Stefano Montanari, direttore stabile del teatro barese, che sarà sul podio nelle quattro rappresentazioni fino al 28 gennaio. Spartito scarno, con pochissimi segni sul pentagramma. «Al massimo qualche indicazione di forte o piano. Il resto è tutto da estrapolare, lasciato al rapporto fra il direttore, l’orchestra e il palcoscenico». Agli ascoltatori Montanari chiede di lasciare da parte «quel pregiudizio che fa guardare al Settecento con sufficienza: la sufficienza è nemica della curiosità e quindi dell’approfondimento. E si tratta di una musica da approfondire». Musica che, però, aveva già contagiato Mozart. «Mi piace ritrovare La buona figliola soprattutto nei recitativi di Don Giovanni o delle Nozze di Figaro», afferma il direttore d’orchestra. E Russo aggiunge: «Mozart conosceva bene l’opera italiana e i titoli di Piccinni andavano in scena vorticosamente anche nei teatri viennesi. Non è un caso che alcune arie della Cecchina abbiano caratteristiche che risentiamo in quelle delle Nozze di Figaro: penso alla cavatina di Sandrina nel primo atto che ricorda molto l’aria di Barbarina nel quarto atto delle Nozze».
Aveva 32 anni Piccinni quando concepì la pietra miliare del suo repertorio. «In una lettera del 1887 – tiene a far sapere il sovrintendente Carusi – Verdi suggerì a Boito i capisaldi da studiare per un’ideale scuola di canto in Italia. E sul Settecento si riferì a Piccinni come l’autore, con La Cecchina, della prima vera opera buffa. Più portata storica di così…». E opera che cattura. «Commedia dell’arte e storia di poveri e ricchi, amori e gelosie che fa venire in mente i cinepanettoni di oggi ma con tutt’altra raffinatezza», scherza il regista Daniele Luchetti. E non poteva essere altrimenti per chi lega la sua notorietà al cinema, come testimoniano i film Il portaborse, La scuola, Mio fratello è figlio unico, La nostra vita. A lui il Petruzzelli ha affidato la realizzazione dei tre titoli piccinniani. Debutto lirico con La Cecchina. «Un’opportunità che desideravo da tempo – confina Luchetti –. L’allestimento renderà leggibile in maniera cristallina l’opera che mette in luce condizionamenti sociali, ipocrisie, sentimenti ondivaghi». Ed è un titolo dove l’elemento del “divertissement” (a cominciare dal ridicolo soldato tedesco Tagliaferro che contribuirà a svelare l’arcano del sangue blu di Cecchina) si unisce a quello patetico (di cui la protagonista è l’icona con il suo atteggiamento strappalacrime). «La gemma di Piccinni – conclude Russo – è il capostipite del filone che con un termine francese è chiamato “larmoyante”, lacrimoso. E c’è chi la ritiene anche il primo esempio di opera semiseria benché, a mio avviso, il giudizio vada attenuato. Certo, il compositore ci lascia quel contrappunto melodico che è la sua cifra stilistica e che dice la capacità di esaltare le diversità attorno a una melodia che fa breccia subito nell’orecchio ma che al tempo stesso scava nella psicologia dei personaggi».

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