Festival, la musica che unisce ci fa vivere meglio

Don Walter Insero, coordinatore dei cappellani Rai e teologo, è all’Ariston e commenta per “Avvenire” i brani dei Big: «I giovani chiedono autenticità»
February 26, 2026
Festival, la musica che unisce ci fa vivere meglio
Sanremo, 76° Festival della canzone italiana. Seconda Serata. Nella foto: Achille Lauro e Laura Pausini / Fotogramma
A Sanremo don Walter Insero ogni mattina alle 10.30 celebra la Messa nella concattedrale di San Siro, a due passi dall’epicentro musicale del Teatro Ariston. Poi attraversa le strade che portano alla sala stampa, ai camerini, alle postazioni radio e tv. «Ogni mattina prego anche per i giornalisti che lavorano al Festival», dice con un sorriso che non è di circostanza.
Don Walter è coordinatore dei cappellani Rai di Roma, docente di teologia alla Pontificia Università Gregoriana e collaboratore nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù in Prati. E forse è proprio questo doppio sguardo – accademico e pastorale – a renderlo un osservatore attento di ciò che accade sul palco e fuori scena.
Di Festival ne ha seguiti molti. E della 76ª edizione offre una lettura che sorprende per profondità e insieme per concretezza. «Io trovo che c’è un denominatore comune che è l’amore declinato, però questa volta in un modo forse diverso rispetto alla canzone tradizionale sanremese degli innamorati e del bel canto». Non è solo l’amore romantico, dunque. «Questo amore che si declina è l’amore di una figlia verso la madre, di un uomo verso la moglie e la moglie al marito, alcuni testi sono scritti insieme tra padri e figli».
Succede con Sal Da Vinci e il figlio Francesco, con Raf e il figlio Samuele. «I padri e i figli… mi piace vedere una nuova generazione che certamente ha ereditato, ha preso il testimone dei grandi che abbiamo anche ricordato, che questo Festival ricorda, degli artisti che ci hanno lasciato, ma allo stesso tempo mi piace vedere come i giovani, attraverso un linguaggio musicale contemporaneo, alla fine sono alla ricerca di assoluto, sono alla ricerca di quei valori che a noi possono sembrare tradizionali, ma che sono eterni».
Parole che suonano come una chiave di lettura trasversale. Molte canzoni parlano di un amore “per sempre”, al di là del matrimonio, un amore che dura come quello per una mamma che fisicamente non c’è più. Don Walter cita Serena Brancale: «Il suo brano lo trovo straziante nella sua bellezza, quel grido, quasi una preghiera verso il cielo, quindi verso l’assoluto». E aggiunge: «Vedere come nei testi, anche quelli un po’ rap, un po’ più… vedere come il linguaggio musicale ci porta ad elevarci».
Perché, spiega, «è sempre la musica un’espressione artistica che ci porta oltre la materia, oltre il quotidiano, oltre la superficie, oltre il banale». La ripetizione non è enfasi, ma convinzione. «La musica ha questa grande potenza di farci vivere meglio, la musica coinvolge».
Martedì era all’Ariston, alla prima serata. «Mi ha colpito vedere come questa grande macchina Rai, tutta la produzione, come possa riuscire a creare per ogni canzone un set che permetta, come delle scene di una pièce teatrale, ma riesce però a far emergere il messaggio che quell’autore, che quel cantautore, che quel cantante sta interpretando». Non solo scenografia, ma racconto. «Quel messaggio arriva attraverso la musica, ovviamente, che ti coinvolge, la musica prende corpo, anima, spirito, tutta la persona è coinvolta, ti attraversa, no? E ti permette di elevarti».
Qui il teologo affiora con naturalezza: «In questo la musica è profondamente spirituale, senza essere necessariamente musica sacra. Poi la musica sacra ha la sua forma più alta, ma c’è una profonda spiritualità nella musica e anche nei testi, magari dei gruppi o degli autori che possono sembrare anche più lontani, invece c’è sempre un seme, un messaggio di eternità e di ricerca di amore vero».
C’è un brano che l’ha colpita in particolare? Don Walter si schermisce, poi risponde. «Mi ha colpito molto il racconto che Arisa fa della sua vita. Conosco e stimo molto Arisa, anche se, come dire, non vorrei venire meno all’imparzialità, però devo dire, vedendo come lei in questa storia racconta la sua storia, trovo che lo faccia con una grande generosità, autenticità e con la sua voce che è un dono straordinario che Dio le ha fatto e di cui lei è consapevole e grata». Sottolinea il percorso: «Mi colpisce però come questo percorso di accettazione e di serenità che trasmette è un messaggio molto bello, molto efficace».
Poi ci sono i giovani più riflessivi, come Nayt, che invita a togliere le maschere, o Sayf, che parla di operai e mali dell’Italia. «Credo che soprattutto dai giovani viene fuori una richiesta di autenticità, sono stufi di essere costretti negli schemi, nei canoni della bellezza imposta, dell’apparire». E cita Ditonellapiaga: «Alla fine lei esprime questo fastidio per i canoni di bellezza che in qualche modo sono anche imposti e che a volte fanno soffrire i giovani che non si ritrovano».
Non manca uno sguardo al tema dell’intelligenza artificiale, evocato da Dargen D’Amico. «Secondo me anche una provocazione sull’intelligenza artificiale, cioè tutto questo ci aiuta a vedere come alla fine il messaggio è sempre relativo alla centralità dell’uomo, cioè la persona è al centro». E qui don Walter sorprende citando Cassiodoro, politico vissuto tra il V e il VI secolo, senatore e poi monaco: «Diceva: “Se continueremo a commettere ingiustizie Dio ci lascerà senza la musica”».
Spiega: «Il male che noi possiamo compiere è frutto delle nostre scelte, dell’avidità di potere, di bramosia, di apparire, tutto quello che vediamo nel mondo purtroppo. Ed è vero: Dio ha donato la musica all’uomo, al suo genio creativo, per vivere meglio. Quindi la musica è un dono per vivere meglio, per vivere l’armonia, perché la musica è armonia». E conclude con una convinzione personale: «Se è vero che la musica è l’espressione artistica che più può avvicinarci a Dio, io credo molto che la musica è la forma d’arte che più può avvicinare gli uomini».
Allora anche il Festival ha una funzione in questo senso? «Ma ha una grande funzione direi anche sociale, perché grazie alla Rai ci sentiamo parte di una community più grande, di un Paese, di una comunità che sì è vero commenta, ascolta, dice questa canzone mi piace, non mi piace, però insieme si commenta, spesso nelle famiglie». Un rito laico che attraversa le generazioni. «Esatto, e credo che il Festival in questo ci fa sentire un Paese più unito al di là di tante diversità e anche polarizzazioni che ci possono essere. Ma la musica vola al di sopra e deve farci volare in alto».

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