venerdì 2 novembre 2018
La casa di famiglia a Cernobbio, sul lago di Como, è stata per il regista come una musa: qui non girò mai, ma dagli arredi alle atmosfere sono innumerevoli le citazioni nei suoi film
La sala delle feste di Villa Erba

La sala delle feste di Villa Erba

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Qui non girò mai. Ma qui sono nate probabilmente le più interessanti suggestioni scenografiche e le atmosfere dei suoi celebri film. Villa Erba, a Cernobbio, sul lago di Como, è stata per Luchino Visconti, una intima e inesauribile fonte di ispirazione. Il suo “paese delle meraviglie”. Il luogo del “cuore”. «Giorni felici in riva al Lario – scriveva il regista milanese –. Facevamo progetti con i miei fratelli e scoppiava puntuale il temporale. Contrariati restavamo in silenzio attaccati ai vetri già rigati di pioggia. Qualche volta si dormiva sull’erba, nel letargo pomeridiano in un fremito di grilli e di cicale. A sera porgevamo ai genitori il viso stanco di sonno. Poi veniva l’autunno e noi ragazzi eravamo tristi per la riapertura delle scuole». Voluta da Luigi Erba, fratello ed erede di Carlo Erba, uno dei maggiori industriali farmaceutici dell’epoca, a rappresentanza dello status e del prestigio della famiglia, la villa venne ereditata dalla figlia Carla, che sposò proprio a Cernobbio il duca Giuseppe Visconti di Modrone: ogni finestra è un quadro che offre uno scorcio sempre diverso sul lago e le sue bellezze; ogni stanza è un piccolo capolavoro del manierismo di inizio ’900. È in questo posto incantevole che Luchino Visconti, insieme alla sua famiglia, trascorreva le lunghe estati delle corse in bicicletta, dei bagni, delle passeggiate intorno al lago, delle gioiose schermaglie di “guerra” con i suoi fratelli: «Villa Erba – annotava ancora Visconti – è una casa che noi amiamo molto, una vera villa lombarda, tanto cara. Ci riuniremo tutti là, fratelli e sorelle e sarà come al tempo in cui eravamo bambini e vivevamo all’ombra di nostra madre».

Il crepuscolare paesaggio lacustre e gli scenari d’acqua appartengono all’intimo ricordo del regista e non a caso diventano dei leitmotiv delle sue pellicole: basta ricordare lo sfondo dei grandi alberghi di Bellagio in Rocco e i suoi fratelli, il lago di Weissee nella Caduta degli dei, come tutta la metafora acquatica che fa da sfondo al dramma supremo di Ludwig che proprio qui – gravemente malato – Visconti ultimò di montare, trasformando uno dei piccoli edifici del parco in una sala di lavorazione, con un continuo e serrato via vai di tecnici e sceneggiatori. Affine alla foschia del lago è sicuramente il clima delle riprese aperte sulla laguna in Morte a Venezia. Non c’è il lago e l’acqua nel suo Gattopardo, anzi c’è una ostentata calura, certamente non usuale per lui, ma c’è tutta la magnificenza di Villa Erba: la celebre e sontuosa scena del ballo, è evidentemente una citazione della sala delle feste della villa, come gli arredi e molti elementi decorativi. Il principe Fabrizio di Salina (Burt Lancaster), Angelica Sedara (Claudia Cardinale) e Tancredi Falconeri (Alain Delon) sono nelle sale di Palazzo Gangi a Palermo, ma è come se fossero qui, in riva al lago di Como. Nella sua Villa Erba. Con quello stile melodrammatico alla Verdi che Visconti adorava: «Stendhal – dichiarò alla rivista francese “La table ronde”, nel maggio del 1960 – avrebbe voluto che si incidesse sulla sua tomba questa epigrafe: “Adorava Cimarosa, Mozart e Shakespeare”. Allo spesso modo vorrei che si iscrivesse sulla mia: “Adorava Shakespeare, Cechov e Verdi”. Verdi e il melodramma italiano sono stati il mio primo amore. Quasi sempre la mia opera emana qualche tanfo di melodramma, sia nei film che nelle regie teatrali. Mi è stato rimproverato, ma per me è piuttosto un complimento».

Entrare oggi a Villa Erba – di proprietà di una società a partecipazione pubblico-privato, con un innovativo polo fieristico realizzato nel parco e progettato, come una straordinaria serra in ferro e vetro, da Mario Bellini – è come ripercorrere un pezzo di storia del cinema. «La villa e le stanze di Visconti sono visitabili su prenotazione o in occasione dei numerosi eventi nazionali e internazionali che ospitiamo o in giornate speciali – dice Pietro Bonasegale, general manager di Villa Erba nel presentare questo spaccato inedito della struttura –. Qui si respira l’atmosfera dei suoi film. Una stanza l’abbiamo arredata con le sedie tipiche da regista, dove si svolgono incontri e iniziative culturali, circondati dai cartelloni dei suoi film. Fa parte di un piccolo tour con una esposizione permanente di testi, foto della villa nel tempo e dei frame dei suoi capolavori. Villa Erba – conclude Bonasegale – fu per Luchino la vera “Casa Madre”, il mito infantile di un luogo di felicità». La magnificenza di Villa Erba spiega anche il rigore delle ricostruzioni e la raffinatezza degli arredi che il regista considerava premesse indispensabili alle sue ambientazioni cinematografiche.

Nel film Il Gattopardo, Tancredi dichiara ad Angelica che entra in società: «Vedi, cara, noi (e quindi tu, adesso) teniamo alle case e al nostro mobilio più di qualsiasi altra cosa; nulla ci offende di più di una noncuranza rispetto a questo… ». Nell’opera di Giuseppe Tomasi di Lampedusa si compie la fine di una casta dominante che ha il culto per la raffinatezza e dell’eleganza. Anche Villa Erba, come residenza nobiliare, conobbe il declino, simbolo stesso del tramonto di una società. Il tramonto di un’epoca. Non della sua magia. Che continua a vivere e a incantare. Fra memoria e futuro. Anche grazie ai film di Visconti.

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