sabato 5 gennaio 2013
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​Gli orrori abbondano sui campi americani: quelli innevati del nord, quelli insanguinati del sud. È il tempo della schiavitù, dell’abisso morale. Mancano due anni allo scoppio della Guerra Civile, i neri sono ancora incatenati, i bianchi commerciano in carne umana. Django (Jamie Foxx, splendidamente nella parte) viene acquistato nella notte da un flemmatico e astuto Dott. Schultz (Christopher Waltz, insuperabile), cacciatore di taglie. Tra i due nasce un patto: l’ex-schiavo lo aiuta nel lucroso compito, l’altro a cercare la moglie Broomhilda (Kerry Washington), venduta anni prima. È l’inizio di Django unchained – «Django "scatenato"» – scritto e diretto di Quentin Tarantino, in uscita il 17 gennaio (negli Usa dove è uscito a Natale ha già incassato 77 milioni di dollari).Violento, come tutti i suoi film: perché racconta un’epoca feroce, anche se attraverso l’uso di una violenza così esagerata, esibita e parossistica da sembrare irreale, ma non meno pericolosa per il pubblico più giovane. Il dottore tedesco e il nero, nel film, varcano insieme la soglia dell’inimmaginabile: corpi all’asta e abusati, frustate e torture, combattimenti all’ultimo sangue tra lottatori mandingo trattati come cani e cani che sbranano schiavi. Il loro viaggio li porterà a Candyland, la piantagione di Calvin Candie (Leonardo Di Caprio), dove lui regna come un imperatore folle e Django troverà l’amata, dove si compiranno una vendetta e una strage. Tarantino, prima delle armi e della dinamite che cancellerà per sempre le tracce dell’abiezione, affida a dialoghi brillanti, di cui il film è ricchissimo, le contrapposizioni tra i suoi personaggi.Progetto inseguito per anni dal regista americano, che poteva destare sospetti, volendo raccontare una storia di schiavi alla maniera di uno spaghetti-western di Corbucci e Leone. «Io ho riscritto la storia con il mio sguardo – precisa nel corso dell’incontro avvenuto a Roma, presente il cast, prima di ricevere il Premio alla carriera consegnatogli dal Festival del film – il tema mi è caduto addosso come se lo avessi attirato con una calamita». Il titolo del film è un omaggio al cinema italiano da sempre amato e a un genere di successo. «Ho soltanto preso il cappello dalla testa di Franco Nero e l’ho messo sulla testa di Jamie Foxx. Ma ho voluto prima di tutto raccontare la storia di come il razzismo abbia prodotto un genocidio». Nero ha per questo un cameo, in ricordo della sua interpretazione del pistolero: «Pochissimi registi sono autori totali come Quentin, mi vengono in mente solo Allen, Stone e Mazursky». Per questo, come precisa Samuel L. Jackson, il cui ruolo è quello di un servo nero "collaborazionista", «lavorare con Tarantino è tutta una questione di ritmo». Sono nate polemiche. La più pesante, quella di Spike Lee che ha confessato di non voler vedere il film perché affrontare la schiavitù come un western significherebbe mancare di rispetto verso gli antenati. Tesi subito liquidata da Foxx: «Non vedo perché perdere tempo su questo». Precisa però Kerry Washington: «La risposta emotiva è inevitabile, ci saranno discussioni, ma queste servono per curare i sentimenti negativi che riguardano il nostro passato». E sempre lei, sul razzismo in America, se è un problema attuale, taglia corto: «Ma guardate cosa succede in Italia, in uno stadio dove gioca il Milan».Parla poi, Tarantino, del razzismo che va oltre lo schermo: «C’è sempre paura, da noi, di affidare il protagonista a un attore di colore, molti credono di non poter vedere con i suoi occhi». Sarà per questo che la coscienza del ripudio dell’orrore è offerta al tedesco Dott. Schultz. «Lui crede di capire il mondo in cui sta entrando, ma lo fa in modo intellettuale, senza emozioni, come invece avviene per Django» aggiunge Waltz. Per questo non deve essere stato facile recitare su quei set. «Abbiamo girato anche in una vera piantagione di cotone in Louisiana – ricorda seria la Washington – con un peso emotivo fortissimo, perché quello è un terreno sacro, come se si girasse un film sull’Olocausto dentro Auschwitz. Ma eravamo tutti pronti a incarnare l’orrore di quel mondo». «Provando una vera repulsione – conclude Jackson – perché sappiamo bene che la realtà era molto peggio di quella raccontata da Tarantino». Che svela il suo prossimo progetto: «Ho già scritto oltre la meta della sceneggiatura. Torno, dopo <+corsivo>Inglourious Bastards<+tondo>, alla Seconda Guerra Mondiale, sulle spiagge della Normandia, per raccontare ciò che è successo non nel "giorno più lungo", ma il giorno dopo, quando i soldati di colore furono costretti a raccogliere i cadaveri dei loro connazionali e a seppellirli. Mentre costringevano i tedeschi a farlo coi loro morti, gli davano in mano fucili scarichi. Significa che ancora negli anni ’40 i bianchi non si fidavano».
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