martedì 12 agosto 2014
Ruggiero Inchingolo, etnomusicologo pugliese, polistrumentista, insegnante, e direttore artistico. Laureatosi al DAMS di Bologna nel 1989 con Roberto Leydi, il decano dell’etnomusicologia moderna, con una tesi su Luigi Stifani, lo storico violinista terapeuta dei rituali del morso della taranta, Ruggiero è stato il primo violinista che ha divulgato la pizzica tarantata. Dal 1995 al 2000 è guida del gruppo Officina Zoè, nel pluripremiato film Sangue vivo di Edoardo Winspeare partecipa come attore e musicista. Suoi gli arrangiamenti del CD Terra, grande successo discografico del 1998, attualmente il disco di pizzica più venduto. Maestro Inchingolo, difficile sintetizzare il suo percorso trentennale e le formazioni musicali che ha diretto, intanto com’è nato l’incontro con la Municipale Balcanica? «Nel 2007 sono stato ideatore, regista, musicista e compositore del concerto spettacoli Stupor Mundi: il viaggio verso la conoscenza, realizzato a Castel del Monte, con l’etnomusicologo del Gargano Salvatore Villani. La band si esibiva tra l’altro con un mio brano composto nel 2000 per il Festival Santarcangelo, in Romagna. Nel 2006 dedicai poi un brano alla nascita di mio figlio, diventato Il ballo del Re Marcone che la Municipale Balcanica ha ripreso nel disco Manifesto Banda Brigante. La questione meridionale è stata affrontata anche nella musica. È possibile tracciare un comune denominatore nella cultura musicale del sud Italia? «Quello che oggi accomuna il sud Italia non è solo la moda imperante della Taranta (non esiste una musica chiamata tale). La tarantola o taranta in dialetto salentino è un ragno che realmente esiste, ben descritto nel documentario Lacrodectus (2009) – che morde di nascosto – di Jeremie Basset e Irene Gurrado, realizzato tra Francia e Italia, di cui ho composto la colonna sonora. Per gli intellettuali è un simbolo. Il ragno mordeva e avvelenava, e solo la danza di un rituale antichissimo chiamato 'tarantismo' aveva il potere di lenire i dolori del sofferente. Dagli anni ’90 assistiamo ad un revival della 'pizzica pizzica' che ha rivoluzionato il modo di concepire la musica tradizionale. Ballare le danze popolari significa manifestare la propria controtendenza, il proprio stile di vita, essere alternativi a stereotipi dettati dal mondo dei mass media sempre più omologante. Nelle zone isolate geograficamente contadini e pastori vivono ancora le tradizioni, la musica popolare è viva. Nei centri urbani invece questo tipo di musica è privilegiata dagli studenti universitari, dai giovani impegnati socialmente e politicamente e da tutto ciò che aggrega e riscalda: centri sociali, circoli culturali, feste di quartiere, feste legate ai santi. La musica popolare vive nei Festival nati intorno a queste tradizioni: la Notte della Taranta, il più grande festival d’Italia, nella Grecìa Salentina, il Carpino Folk Festival nel Gargano, il Festival della ruralità e Suoni nel Parco dell’Alta Murgia, il Ghironda Summer Festival tra Ceglie Messapica e la Valle d’Itria, Zingarìe e Capodanze itineranti in tutta la Puglia, il Kaulonia Tarantella Festival in Calabria». Quanto rimane dell’antica Grecia nei linguaggi, nei dialetti, nell’uso degli strumenti? «In Calabria nella locride esiste uno strumento, la lira calabrese, che è un cordofono di derivazione greca ossia con caratteristiche simili agli strumenti presenti nelle comunità trace e macedoni della Grecia. Pensiamo al tarantismo che affonda le origini nella danza terapeutica delle spade ballate in Grecia anticamente. Nei paesi della 'Grecìa salentina' alcuni anziani parlano ancora il dialetto bizantino antico. L’antica Grecia ha influito anche sotto l’aspetto antropologico e linguistico, se pensiamo al Salento e alla Calabria del sud, rispetto agli abitanti del nord della Puglia o della Calabria. Sono fiero del 'pizzico' che il mio maestro Luigi Stifani, di cui ricorre il centenario dalla nascita, mi ha trasmesso, ossia il modo di suonare arcaico durante le terapie dei tarantati». Le è rimasta tuttavia una grande amarezza, dopo aver girato in lungo e largo da Nord a Sud, l’interruzione del Festival Suoni dal Mediterraneo, concepito ad Andria, nella sua città, e diretto per 13 anni. «Sì, perché è una mia 'creatura, è stato un contenitore multietnico, un volano di turismo. Festival pioniere nel nord barese, per le sue produzioni originali, aveva creato un pubblico di appassionati con concerti, seminari, lezioni di pizzica e danze popolari, proiezioni, concerti-lezione. Auspico un ritorno del Festival, ma occorre un piano economico lungimirante delle amministrazioni, soprattutto per eventi che veicolano un turismo intelligente. Non si può all’ultimo momento decidere quanto stanziare per una manifestazione, o tagliare e basta. Solo in questo modo si crea un indotto economico e si favorisce l’interscambio culturale». Partecipazioni per questa estate? «Il 12 agosto a Carpignano nell’ambito della Notte della Taranta (5-23 agosto Grecìa Salentina. Il concertone finale del 23 a Melpignano dell’Orchestra popolare diretta dal Maestro Giovanni Sollima, ospite Alessandra Amoroso, sarà trasmesso in diretta su Rai5), suonerò con la mia formazione 'Suoni dal Mediterraneo'. Ospite speciale Nour Eddine, musicista e cantante di fama internazionale, marocchino di origine berbera. L’intento è quello di creare un dialogo musicale tra due culture diverse, quella legata alle musiche dei rituali del tarantismo salentino e quella dei rituali gnawa (o gnaoua) del Sud del Marocco, praticata dai Gnawa, gruppo etnico discendente dagli schiavi neri».
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