domenica 26 giugno 2022
Con “Xenoverso”, concept album e tour che parte il 29 giugno da Bologna, il cantautore romano racconta il suo mondo delle idee con un codex linguistico che è la sua cifra originale
Il cantautore romano, classe 1989, Rancore

Il cantautore romano, classe 1989, Rancore - Giovanna Onofri

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Il mondo di Tarek Iurcich, il romanissimo Rancore, figlio del Muro di Berlino – è nato nel 1989 – è totalmente diverso dal resto del pianeta rapper. E non è un caso che, quattro anni dopo Musica per bambini esca con un nuovo disco, un concept album, il cui titolo indica un universo “altro”, appunto, Xenoverso. Un diario di viaggio dentro se stesso, superando le inferriate della «prigione pandemica in cui ci hanno rinchiusi per due anni», affrontando le proprie incertezze, che «poi sono i dubbi e le paure collettive, di un tempo sospeso, talvolta arreso». Ma lui non si arrende e va dritto di “skit”. Ciò che rende diverso Rancore dal resto dell’universo, spesso paludato, del rap, è l’uso sostanziale che fa delle parole. Da quando si è presentato sulla scena, compresa quella nazionalpopolare di Sanremo 2019 (feat e coautore di Daniele Silvestri nella memorabile interpretazione di Argento vivo (Premio della critica Mia Martini, Sala Stampa Lucio Dalla e per il miglior testo Premio Sergio Bardotti) e poi bis altrettanto apprezzato, nel 2020, con EdenPremio Sergio Bardotti) ha dimostrato una capacità di scrittura notevole e originale, di uno che ha già fatto sua la lezione di Eduardo Galeano, che fiero ammoniva, «uso solo le parole essenziali». La sua è una personale Guerra dei versi, una sfida, vinta, in «507 parole» come ne Le Rime. Seguendo la scia di Rancore si sconfina in orizzonti distanti dal semplice freestyle. EXenoverso è la conferma della ricchezza lessicale del suo linguaggio che si coniuga con la sensibilità di un cantautorato “nudo e crudo” del terzo millennio. Ascoltando attentamente le 17 tracce si ha la sensazione di assistere contemporaneamente a un remake del fantascientifico Blade runner e a una commedia all’italiana, tipo Il sorpasso, girato sessant’anni fa nella sua assolatissima Roma. E mercoledì sera, queste atmosfere distopiche il suo pubblico le ritroverà a Bologna, al “BOnsai Garden” prima tappa di Xenoverso tour.
Una tournèe in cui presenta un disco estetico, quasi un saggio di linguistica applicata alla canzone popolare.
Devo molta della recente ispirazione al Codex Seraphinianus di Luigi Serafini. Un libro unico nel suo genere, interamente scritto in codice, che presenta una natura (animali, piante a me affini) e una realtà destrutturata che mi ha talmente colpito da spingermi ad andare a conoscerlo nel suo studio museo. Accedere in quell’atelier, è stato come entrare all’interno del suo Codex e dietro alla grandezza dell’opera ho trovato anche quella dell’artista, e soprattutto dell’uomo.
È un pezzo di videoarte la clip di Ombra che apre l’album. Ma di chi è la voce narrante?
Di Claudio Conti, attore di mimo e non solo, bravissimo, una figura da sempre famigliare, abita dalle mie parti, al Tufello. Con la sua voce e il bel lavoro di visual abbiamo ottenuto proprio quell’effetto distopico e utopico che andavo cercando. Il fine? Non è mai uno soltanto, la molteplicità delle risposte impongono a ciascuno di noi di indagare il mistero delle cose e di questa vita, in cui spesso ci muoviamo come ombre. Io cerco di smarcarmi dall’ombra, lo faccio con le parole che scelgo e che uso nei testi. La musica nel modo ermetico nel quale la costruisco, è come se fosse un po’ inafferrabile, ma per chi ascolta attentamente, è anche qualcosa che si riesce a toccare.
Ermetismo di X Agosto, il brano con cui omaggia la poesia di Giovanni Pascoli, e sottolinea: «La mia vita è come quella delle rondini».
Ho fatto “volare” come le rondini un padre che va in missione nello spazio per intercettare quelle scorie pericolose che mettono a rischio la terra dove ha lasciato un figlio di otto anni che sta imparando a memoria quella poesia, dedicata al padre Ruggero, assassinato quando il poeta era un adolescente. X Agosto con i tanti temi che ho messo dentro al brano, è il mio personalissimo ponte tra il passato e il futuro.
Ma i due anni di emergenza Covid sembrano aver spezzato quel ponte e generato tante vittime più o meno consapevoli, con diversi effetti collaterali.
I più danneggiati dalla pandemia sono stati sicuramente gli adolescenti, ancora adesso stanno soffrendo molto. Non poteva succedere niente di peggio, per due lunghi anni ci siamo “influenzati” tutti a vicenda. Non c’è stata prontezza da parte dei più grandi di proteggere i più piccoli e questo per una mancanza di comunicazione univoca, chiara ed efficace. La reazione scomposta che ne è derivata ha confermato che siamo sconnessi, pur se perennemente iperconnessi a tante, troppe inutili connessioni.
«Mi hanno sostituito, io non sono io. Ho cercato un bottone per il riavvio», canta in Io non sono io...
È una canzone in cui entra in scena il “Cattivo” che poi è sempre l’altra parte di ognuno di noi. In questo caso sono me stesso che prova a dialogare con la sua parte più fragile. Per andare alla ricerca della felicità, bisogna essere consapevoli del dualismo con cui dobbiamo convivere e che per quanto mi riguarda sono riuscito ad esplorare a fondo nel percorso fatto con Xenoverso.
Un processo introspettivo in cui si avverte quanto l’artista Rancore sia cresciuto e maturato, anche se sale ancora sul palco con quel capellino scuro in testa che fa tanto millennial.
Quello è il mio “cucullus” francescano, lo tengo finché non fa caldo e non è detto che il caldo arrivi con l’estate e i 40 gradi. Il calore umano è uno stato d’animo assai raro e il “cucullus” protegge il mondo delle mie idee. Io credo nella ricerca continua, nel panta rei di Eraclito: se finisci di cercare, terminano anche le domande e solo quelle ti danno piena coscienza del mondo in cui vivi, della fede che hai, della filosofia che segui e che devi studiare per arrivare in profondità. Non accontentiamoci più della superficie che ci vogliono propinare con ogni mezzo.
Xenoverso va letto e ascoltato come un inno di ribellione contro la superficialità imperante, specie nel mondo giovanile sempre più vittima dei social e del virtuale.
Penso da sempre che la semplificazione è la scorciatoia della superficialità, alla quale rispondo con questo disco che mira alla complessità. Xenoverso è la mia divina commedia o la mia umana tragedia. C’è voluto tempo per realizzarlo e ho dovuto convincere anche le persone a me vicine che il pensiero ha bisogno di tempo e di spazio e non potevo permettermi di sintetizzare il tanto che avevo da dire. La mia speranza ora, è che il messaggio arrivi, e a tutti.
C’è un brano in cui più di altri esorcizza il male di vivere e la morte: Ignoranze funebri, titolo che sarebbe tanto piaciuto a Giorgio Gaber.
Di Gaber conosco bene i monologhi e il suo teatro canzone, geniale. Esorcizzare la morte come non consapevolezza delle cose genera l’ignoranza: una delle peggiori pandemie irreversibili che l’umanità non riesce ad estirpare. Assieme a quella della strumentalizzazione dei media, capaci di lucrare anche sulla morte, specie adesso che viviamo gli orrori dell’ultima guerra in diretta, il conflitto russo- ucraino.
Bisogna prendere la vita con filosofia, e dopo Zucchero con Nietzsche che dicela sua Federicoè ancora dedicata al filosofo tedesco.
Anche in questo caso mi permetto di ironizzare criticamente su come spesso il pensiero di filosofi eccelsi, e Nietzsche per me rappresenta il vertice, viene preso superficialmente, decontestualizzato. Così, dopo il nazismo, il nichilismo nietzschiano ancora una volta viene razziato dai potenti attuali che lo rielaborano per i loro scopi demagogici. Il popolo dimentica che in ogni filosofia ci sono vari gradi di intepretazione, ed è nostra responsabilità personale, oltre che un diritto sacrosanto, ragionare con la propria testa, senza farci branco. Piuttosto, provare ad essere come la mia Freccia che «passa dal buio alla luce, dal buio alla luce...».

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