venerdì 30 novembre 2018
Il sacro di Alessandro Scarlatti e il profano Giulio Cesare, eroe dell'opera barocca, nei nuovi dischi del giovane cantante che con il suo falsetto è sempre più ambito dai maggiori teatri europei
Il controtenore Raffaele Pe

Il controtenore Raffaele Pe

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Umano e divino. Messi in scena «in una forma teatrale, melodrammatica che sa raccontare bene l’emozione dell’anima». La ricetta del Barocco. Riassunta da Raffalele Pe. In parole, certo. Ma soprattutto in musica. Perché il controtenore di Lodi – una carriera che in poco tempo lo ha visto collaborare con i maggiori esponenti della scena barocca, da Jordi Savall a William Christie, da John Eliot Gardiner a Diego Fasolis – porta in disco «sacro e profano della musica del Settecento».

Il sacro di Alessandro Scarlatti. E il profano di Giulio Cesare. Raccontando, però, il personaggio storico messo in musica dai compositori barocchi «non come un eroe, ma come un uomo che ha le nostre stesse fragilità». E, dunque, nel suo aspetto più sacro di creatura.

Lo canta così Raffaele Pe, esponente della nuova generazione di controtenori che riporta alle origini la vocalità barocca: in questi giorni canta il Rinaldo di Händel nel Circuito lirico lombardo, ad aprile debutterà al Theater an der Wien con Orlando, ancora Händel.

Lo fa in disco con Giulio Cesare. A baroque hero, pubblicato da Glossa. Ma anche con il cd che dal 3 dicembre sarà allegato al mensile Amadeus dedicato ai Concerti sacri di Scarlatti. «L’unica opera che il compositore ha pubblicato in vita curandone l’edizione a stampa. Scritta tra il 1707 e il 1708, racconto di un’anima di fronte all’incontro con Dio».

Una riscoperta, Raffaele Pe?

«In qualche modo sì. Scarlatti è un grande compositore di cui l’Italia dovrebbe ricordarsi più spesso. In questi Concerti sacri racconta con una forma quasi melodrammatica l’emozione di un’anima che si pente, che riceve l’eucaristia, che attende in purgatorio di poter essere accolta in paradiso. Ho inciso pagine da De tenebroso lacu, Totus amore languens, Infirmata, vulnerata e un magnifico Salve Regina. La rivelazione divina per Scarlatti è sempre il motore di una straordinaria invenzione musicale. Che racconta l’uomo. E dunque qualcosa di noi».

Cosa che avviene anche nel disco dedicato a Giulio Cesare.

«Il Settecento musicale ci ha consegnato questo personaggio storico non solo nel suo essere tutto d’un pezzo, un uomo pubblico di successo, e vittorioso in battaglia, come siamo da sempre abituati a pensarlo, ma anche nella sua intimità di amante, nel suo essere anche politicamente insicuro. Sicuramente il registro di soprano aiuta a sottolineare questo aspetto. Eroe di una quotidianità che ce lo avvicina e lo rende una figura estremamente moderna. Per questo mi sono venute in mente drammaturgie del Novecento, i film, le serie tv di oggi che ci raccontano storie di antieroi. Come antieroe appare Cesare nelle riletture musicali settecentesche».

Quali si ascoltano nel disco?

«Abbiamo scelto alcune arie che raccontano, sì, il personaggio storico, ma che rivelano anche la grande perizia musicale di autori italiani come Carlo Francesco Pollarolo e Geminiano Giacomelli, Niccolò Piccinni e Francesco Bianchi. Tutte le arie, tranne quelle del Giulio Cesare di Händel, che non poteva mancare, non sono mai state incise e le presentiamo in prima esecuzione in tempi moderni. Il Settecento, soprattutto in musica, non è un periodo unitario, caratterizzato da un unico stile: partiamo dal 1713 di Pollarolo, i cui manoscritti non sono più nemmeno in Italia, ma a Washington, per finire con il 1788 di Bianchi che non racconta le imprese di Cesare, ma la sua fine, il tirannicidio per mano di Bruto tanto che la sua opera si intitola, infatti, La morte di Cesare»

Ad accompagnarla in entrambi i dischi La lira di Orfeo, ensemble che ha una residenza artistica presso la fondazione Maria Cosway di Lodi.

«Siamo nati nel 2014 e il nostro cuore pulsante è proprio presso la sala della musica della fondazione dedicata a Maria Cosway, educatrice e artista, mecenate vissuta tra Settecento e Ottocento che ha lasciato alla città un ricco archivio musicale. Abbiamo prove aperte, conferenze, qui registriamo i nostri dischi e curiamo una stagione musicale per la città».

Da dove viene la sua passione per la musica?

«Da ragazzo cantavo nel coro della cattedrale di Lodi dove ho conosciuto Palestrina, Monteverdi, Händel. Gli studi musicali sono andati di pari passo a una ricerca personalissima che mi ha portato a esplorare vocalità del controtenore. Esplorazione partita quasi per scherzo, ma poi rivelatasi azzeccata».

Oggi c’è una riscoperta di questo registro tanto che tutti i teatri quando programmano un’opera barocca scritturano controtenori. Una moda?

«È un momento entusiasmante dato dagli studi musicologici. Ma lo lego anche ad esigenze registiche con la necessità di un realismo visivo con il quale i registi si devono confrontare: un eroe come Giulio Cesare va presentato in scena in modo credibile, cantato da una voce di soprano come scritto, ma con il fisico maschile, quello che offre, appunto, il controtenore».

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