lunedì 8 settembre 2014
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Quando, entro il variegato contesto culturale dell’oggi e con uno sguardo che abbraccia il corso dei secoli, si fissa l’attenzione su ciò che vi è di più proprio nella fede cristiana, due simboli – con tutta probabilità – affollano da subito lo scenario che allora si affaccia alla mente: quello in primis della croce, che a tutti appare addirittura indisgiungibile dall’identità cristiana, e quello in seconda battuta della gloria, che in modo non precisato e addirittura spesso persino ambivalente viene in definitiva a riassorbire il significato ruvido, scabroso, in definitiva scandaloso, del primo [...]. Non è un caso che, sin dal principio del racconto evangelico, l’inno alla «gloria in excelsis Deo» risuoni all’unisono, nel vangelo di Luca, dalla bocca della schiera celeste di angeli che fa da corona alla povertà del «bimbo avvolto in fasce e adagiato in una mangiatoia», subito rimandando al «pax in terra hominibus bonae voluntatis» che gli fa da contrappunto (cfr. Lc 2,12-14). Che ciò sia irrinunciabile e foriero di straordinari effetti, nella fede cristiana e tout court, in grazia di essa, nella coscienza umana, già lo esprimeva, tra la fine del II e l’inizio del III secolo dopo Cristo, con formidabile e insuperata icasticità, Ireneo di Lione: «La gloria di Dio è l’uomo che vive, la vita dell’uomo è la visione di Dio» [...].Tutto ciò, senz’altro, non è un unicum assoluto e sprezzantemente isolato del vangelo di Gesù (il vangelo ch’egli annuncia e il vangelo ch’egli stesso è), anche se in lui, il Crocifisso che è risorto ed ascende, dall’abisso della derelizione sulla croce, al fastigio del trono di gloria ad dexteram Dei Patris, il messaggio risuona in tutta la sua formidabile e dirompente paradossalità. Si tratta, piuttosto, del filo rosso che, ad aguzzare lo sguardo, percorre da cima a fondo il grande racconto biblico sin dal Primo Testamento e che affiora anche, di tempo in tempo, nelle perle luminose di sapienza che impreziosiscono tutte le culture e tradizioni religiose [...].Non è una novità, a partire dalla teologia del ’900, la rinnovata attenzione per questo tema a livello biblico, ritrovato e riletto nella sua pregnanza a prescindere da predeterminate e perciò riduttive e impoverenti interpretazioni: basti pensare alla teologia di Karl Barth e, più ancora, a quella di Hans Urs von Balthasar, che non a caso individua appunto nella Gloria – la Herrlichkeit Gottes – la chiave ermeneutica decisiva di tutto il messaggio biblico e del messaggio cristologico in specie. E tuttavia [...] bisogna scavare più a fondo per scoprire le robuste radici veterotestamentarie del simbolo della Gloria che permettono di coglierne la peculiare suggestione. Lo attesta, tra gli altri, il recente dottorato in Teologia biblica dell’Antico Testamento all’Università di Friburgo, in Svizzera, discusso con successo da una studentessa di origine italiana, Giovanna Maria Porrino, il cui prezioso risultato è in corso di pubblicazione presso le Edizioni du Cerf di Parigi.La ricerca dottorale in questione porta questo titolo: Le poids et la Gloire (“Il peso e la Gloria”), e come sottotitolo: «Gloire de Dieu, Gloire de l’Homme: la racine kbd spécialement dans les livres de Proverbes, Genèse, Exode e Psaumes (“Gloria di Dio, Gloria dell’Uomo: la radice kbd specialmente nel libro dei Proverbi, della Genesi, dell’Esodo e dei Salmi”). È risaputo che la radice ebraica kbd, da cui deriva il sostantivo “gloria” [...], rimanda a tutto ciò che, nell’esperienza umana, sa di peso, di gravame, di scacco [...]. Il fatto che proprio il termine che esprime “peso” venga utilizzato per esprimere la “gloria” (in primis e originariamente quella di Dio stesso, com’Egli si rivela ad Israele) riveste un preciso significato e obiettivo: perché, per gli autori e i redattori della Bibbia, questo termine lega appunto strettamente la manifestazione della gloria di Dio al rapporto, anzi all’assunzione, del peso della schiavitù e della povertà, per aprire la strada della liberazione e della salvezza, altrimenti a lui preclusa, a chi ne è prigioniero e vittima [...]. La nozione di gloria affonda le sue radici in un’esperienza antropologica, sociale e religiosa antica e universale. Essa, dal punto di vista storico-culturale, abbraccia una costellazione di significati che connotano in profondità diversi aspetti della vita sociopolitica e della tradizione religiosa. Che tale nozione, nella lingua ebraica, venga espressa mediante la stessa radice che dice “peso”, ha origine nel fatto che la persona (o il dio) che è ricco di gloria lo è, appunto, in quanto è “di peso”, in quanto ha un potere reale ed esercita un’autorità efficace, il che, a sua volta, gli deriva da una qualità interiore specifica che mostra un’indubbia incidenza pratica: forza, capacità, dominio, superiorità, esercitata attraverso gli strumenti atti a manifestarla, garantirla, salvaguardarla, come la ricchezza, la potenza, l’avvedutezza... Ora, l’esperienza religiosa, e nel contempo senz’altro anche socio-politica, che Israele realizza a partire dall’alleanza col Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe (libro della Genesi), il Dio che chiama e rivela il suo Nome a Mosè (libro dell’Esodo), è segnata – e come tale progressivamente approfondita – da un paradosso: quello di un Dio che scende dalle altezze in cui abita, si prende cura di un popolo che è schiavo in Egitto e lo libera. Ed è proprio in questo movimento di discesa, di compagnia e di liberazione del povero che Egli manifesta e comunica la sua Gloria.
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