giovedì 28 maggio 2015
La data del 28 maggio 1974, giorno della strage di Piazza della Loggia, segna per lei un incremento dell’attività di ricerca: a seguito di quell’evento inizia la sua collaborazione con i quotidiani.«Fu appena dopo la strage che Bruno Boni, sindaco di Brescia e carissimo amico, mi convinse a collaborare a un nuovo giornale, Bresciaoggi. Vi scrissi per alcuni anni, soprattutto su questioni di attualità, proprio a partire dalle vicende del terrorismo. Quegli articoli furono poi raccolti in Téchne. Le radici della violenza (Rusconi 1979)».La sua interpretazione di quell’atto terroristico lo inquadra nel conflitto nazionale e internazionale tra comunismo e democrazia capitalistica che segnò i decenni della Guerra fredda.«Il giorno dopo Piazza della Loggia, Alberto Moravia aveva scritto sul Corriere della Sera che "i terroristi, privi di idee (anche fasciste), erano soltanto dei razionalizzatori, per lo più inconsci e quasi sempre imbecilli, delle proprie tare private". Era comune, in quei giorni, parlare di "squallide minoranze". In tal modo, si faceva involontariamente un grosso favore a quanti seminavano morte, perché si alterava e mascherava la loro fisionomia e quindi si contribuiva a renderli inafferrabili. Solo a poco alla volta ci si è resi conto – e oggi è una tesi accettata, e vedo che è fatta propria dai recenti studi sulla strage – che il terrorismo era guidato da interessi politici ed economici di grande consistenza. Penso di essere stato tra i primi o addirittura il primo a parlare del carattere stabilizzante del terrorismo. Dopo aver rilevato che la tensione tra Usa e Urss era il fattore stabilizzante planetario, in uno dei primi articoli su Bresciaoggi aggiungevo: "Il terrorismo di destra è espressione del fattore stabilizzante: destabilizza l’ordinamento democratico in Italia per mantenere il fondamentale tipo di stabilità promosso dalle superpotenze"; il terrorismo nero destabilizzava la democrazia per fermare l’avanzata del partito comunista, che in quegli anni sembrava inarrestabile, e che poteva alterare l’equilibrio internazionale. Questa è stata la radice politico-culturale in cui è maturato l’attentato di Piazza della Loggia».La sua interpretazione del terrorismo fin da subito toccava il nodo della collocazione internazionale dell’Italia e del ruolo e del peso del partito comunista nella democrazia italiana.«Il problema fondamentale non era quello di scoprire le basi del terrorismo, ma di comprendere la situazione reale che rendeva possibile il fenomeno del terrorismo. In Italia l’elemento realmente destabilizzante non era il terrorismo, ma l’avanzata nei primi anni Settanta del Pci. Estremamente complessa, perché se il Pci guadagnava terreno sul piano del consenso elettorale, dall’altro lato andava evolvendo verso una radicale eliminazione della propria ideologia marxista. Si trattava di due processi che moltiplicavano l’ambiguità oggettiva in cui il Pci allora si trovava. In effetti, la destabilizzazione operata dall’avanzata del Pci era di natura tale da dover essere ostacolata sia dal capitalismo occidentale, sia dal socialismo sovietico. Per motivi opposti, gli interessi degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, anche in Italia, finivano col coincidere. Per il mondo capitalistico l’avanzata elettorale del Pci era troppo veloce rispetto al processo di eliminazione dell’ideologia marxista-leninista e di allentamento dei legami con l’Unione Sovietica; per quest’ultima la deideologizzazione e la socialdemocratizzazione del Pci era troppo veloce rispetto alle posizioni effettivamente guadagnate dal Pci nella guida del Paese. Per entrambi, all’imprevedibilità dell’evoluzione del Pci era da preferire il mantenimento della situazione esistente. Con quanto si è detto non s’intende sostenere che il terrorismo in Italia sia stato concordemente organizzato dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica, ma che la convergenza oggettiva dei loro interessi ha fatto da sfondo al fenomeno del terrorismo in modo ben più decisivo che non il movimento di protesta con il quale in Italia gli emarginati reagirono alla crisi economica e al tradimento del Pci».Lei – quasi parallelamente a quanto andava scrivendo Bobbio sul potere illegale come contraddizione interna alla democrazia – ha insistito sulla dimensione segreta della lotta per fermare il pericolo comunista in Italia.«Una delle prime conferenze di Norberto Bobbio sul potere invisibile fu pronunciata a Venezia su mio invito all’università. Un’amicizia e una discussione con lui, sui fondamenti della democrazia, durata per più di trent’anni. In Italia la difesa contro il pericolo interno comunista non poteva ridursi alle forme della lotta politica contro il Pci consentite dalla legislazione democratica. Infatti per essere efficace, tale difesa doveva essere segreta: non poteva rendere pubblico quali sarebbero stati i mezzi e le mosse. Il terrorismo, producendo terrore, faceva aumentare il desiderio di sicurezza, e inibiva il desiderio di cambiamento incarnato nei primi anni Settanta dal Pci. Quando c’è il terrore ci si barrica in casa, nella vecchia casa. Chi ha paura anche e soprattutto delle novità, non vede quindi di buon occhio i cambiamenti sociali».Per comprendere il terrorismo italiano lei ha usato la categoria di «terrorismo dosato».«Da Piazza Fontana a Piazza della Loggia, il terrorismo in Italia non ha sviluppato una distruttività tale da scardinare il sistema sociale, ma ha mantenuto quest’ultimo sotto una pressione costante che ha espresso in forma graduale, dosata, le capacità distruttive di chi esercitava questa pressione. In breve: il terrorismo distoglieva dai progetti di rinnovamento della nostra società – elaborati soprattutto dalle sinistre –, ma essendo dosato ha rallentato l’emancipazione delle masse popolari guidate dal Pci. Il dosaggio del terrorismo è stato infatti uno strumento efficace all’interno di un moderno progetto di destra, la cui logica essenziale e oggettiva non era necessario che coincidesse con le intenzioni consapevoli di certi gruppi e di certi individui. Poiché in Italia per l’assetto capitalistico era molto più conveniente spingere il Pci sulla strada della reale e sincera adesione alla democrazia parlamentare, piuttosto che adottare una soluzione screditata come quella di instaurare un regime di militari che si trovasse tra l’altro alle prese con il problema dell’eliminazione di uno dei maggiori partiti di sinistra del mondo occidentale. A riprova di una tesi di Max Weber, che agli interessi del capitalismo evoluto è più consentanea una vera democrazia che non un regime autoritario di destra. Ma a conferma anche della tesi che una “vera” democrazia non può essere ormai che una democrazia “indotta”, vale a dire fabbricata all’interno della gestione reale del potere. Questa è stata la dialettica del terrorismo in Italia, che ha portato, paradossalmente, all’identificarsi del Pci con le istituzioni democratiche, fino a trasformarlo in un partito democratico a tutti gli effetti».Resta il problema del carattere impunito della strage di Piazza della Loggia e della mancata individuazione dei mandanti.«È vero, ma chi ha avuto la voglia di capire fin dal 1974 ha subito individuato la verità politica dell’inferno scatenato la mattina del 28 maggio».
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