mercoledì 26 ottobre 2016
Intervista al "Maestro" della marcia: Pietro Pastorini
Pastorini: Marcia a senso unico

Se il suo viso è sconosciuto al grande pubblico la sua voce roca si impone, inconfondibile, nelle telecronache delle gare di marcia, come fosse una roccia davanti all’onda di parole del telecronista Rai Franco Bragagna. «I miei primi passi sportivi li ho mossi negli anni Sessanta a Milano nel quartiere di Quarto Oggiaro dove vivevo», racconta Pietro Pastorini, 79 anni (da Lomello in provincia di Pavia), allenatore da quarantatrè. Sarà pur vero che le belle storie nascono ovunque ma quella del “maestro” - non ama troppo la parola allenatore - della marcia italiana, che ha guidato a medaglia atleti come Michele Didoni, Giovanni Perricelli, Erika Alfridi, Laura Polli, sembra più una favola spuntata come un fiore dall’asfalto di una periferia. «Sono di estrazione socialista nel vero senso della parola: cioè dell’operare nel sociale. Delinquenza e tossicodipendenza erano i rischi dei ragazzi che per fare sport dovevano prendere tre mezzi e andare al campo XXV aprile. Con il mio amico Tiziano Masotto abbiamo segnato con il gesso le distanze nella via a fondo chiuso de Pisis. L’atletica l’abbiamo fatta così».

Pastorini, qual è la sua definizione di “marcia”

«È una scelta di vita. È impegno e fatica estrema che a volte ti porta a dire «ma chi me lo fa fare!». Ho più volte sentito Pamich (olimpionico a Tokyo 1964) dire «praticamente in tutte le gare penso di ritirarmi». Il più bravo è colui che sopporta meglio il dolore. Nella marcia non esiste la fortuna, il cronometro racconta la verità. Noi dell’atletica siamo coerenti, generosi e disponili. Conosco in pratica tutti i marciatori del mondo e siamo amici. E la peculiarità del nostro sport è che più si è amici più si cerca di battersi, con lealtà, l’un l’altro».

Cosa significa allenare?

«Quando Giovanni Perricelli stava diventando un campione ebbi paura di non essere più adeguato per lui. L’allenatore deve essere una persona seria e coerente. Deve studiare e stare aggiornato ma conoscere i propri limiti. Qualche mese fa mentre seguivo Stefano Chiesa (promettente azzurro juniores) in allenamento mi è sorto un dubbio dal punto di vista tecnico. Abbiamo preso la macchina e siamo andati a Saluzzo da Sandro Damilano. Abbiamo fatto un’uscita con i cinesi e abbiamo appreso. Al centro c’è l’atleta e intorno a lui ci vuole un mosaico: medico sportivo, fisiologo, psicologo, società e centro di allenamento».


Qual è lo stato di salute della nostra atletica?

«In questo momento ha toccato il fondo a causa del malgoverno sportivo. Abbiamo avuto un campionissimo come Primo Nebiolo: da presidente della Fidal e poi della Iaaf è riuscito a portare l’atletica ai vertici. Oggi la federazione non arriva nel territorio e non semina. E se non semini non raccogli. Potenzialmente gli atleti di valore ci sono ma vanno scovati. La pianificazione vera la fa solo il calcio. Ho conosciuto ottimi preparatori come Claudio Gaudino che hanno iniziato nell’atletica e poi sono passati al calcio. Negli anni Novanta andò alla Juventus di Lippi e lo pagavano 60 milioni all’anno. Io all’epoca allenavo un campione del mondo (Michele Didoni) e il mio rimborso spese era di 800 mila lire al mese. Nella marcia poi eravamo i maestri con gli spagnoli e i russi. Nonostante tutto resta la disciplina che ha conquistato più medaglie d’oro olimpiche: otto. Dal 1990 al 2000 abbiamo vinto 150 medaglie internazionali. Didoni, Sidoti, Perrone, Perricelli, Dordoni, Damilano, Brugnetti… Ragazzi e ragazze che senza fare uso di niente hanno vinto Olimpiadi, Mondiali ed Europei».


E il ruolo della scuola?

«Finché il Ministero della pubblica istruzione non darà dignità all’educazione fisica la scuola sarà un guscio chiuso. Adesso con i licei sportivi e la facoltà di scienze motorie la situazione è un po’ migliorata».


Violando le liste Wada gli hacker russi hanno reso pubblici i nomi dei medagliati soggetti ad esenzioni mediche. E molti sono asmatici.

«Palesemente non sono asmatici. Il famoso Ventolin è un coprente perché c’è il cortisone. Michele Didoni è asmatico e allergico. Lo curavano all’ospedale Sacco dove c’era un papiro con l’elenco delle sue allergie e a volte ci arrivava dal pronto soccorso. Quando andavamo al controllo antidoping si mostrava la sua scheda. Adesso sono tutti asmatici… Io non posso dire che fanno uso di sostanze proibite ma certamente chi riesce ad avere l’esenzione può usare i cortisonici che sono coprenti. Bisognerebbe dimostrare con prove. E’ dura stare zitti e accettare questa situazione. Noi dobbiamo esprimere tutto quello che madre natura e allenamento ci mettono a disposizione. Dico sempre che avere l’ambizione di arrivare alle Olimpiadi è lecito: bisogna lavorare, lavorare e lavorare. Presumere di essere in grado di andare alle Olimpiadi è un peccato».


Cosa pensa del caso Alex Schwazer?

«Il vero problema del doping è la testa. Con i placebo la scienza ha provato che si può ridurre il dolore: basta una pastiglia di bicarbonato di sodio. Il doping è l’effetto contrario: prendi una pastiglia e pensi di spaccare il mondo. Quando pensi di andare a Londra 2012 a vincere l’oro nella 20 e nella 50 km cerchi le scorciatoie. Non credo alla sostituzione o manomissione della provetta: tutti i passaggi sono certificati e per provare l’una o l’altra basta richiedere l’esame del Dna. Io e Sandro Damilano in seguito a questo caso siamo stati definiti dei “portaborracce”. Sandro ha vinto due medaglie d’oro con la Cina a Rio 2016 e io ho totalizzato 14 medaglie internazionali. E a Michele Didoni [ex allenatore di Schwazer hanno “tagliato le gambe”».


Perché ha deciso di raccontarsi nel libro “Il Fabbricatore di Campioni”?

«Grazie a Gabriele Prinelli, scrittore mio concittadino. Iniziando a raccontarmi a lui, che ha curato l’edizione, ho riscoperto tanti aspetti del mio passato che mi hanno gratificato. Non è la fine della mia storia sportiva ma un bilancio al presente rivolto al futuro».

Dopo la nazionale della Svizzera nel suo orizzonte c’è l’Africa.

«Tramite il dottor Marco Viganò, che vive in Etiopia da vent’anni e ha avuto l’incarico di cercarmi, sono entrato in contatto con la federazione di atletica. È un grande onore essere chiamato da un Paese che vince nel mezzofondo e nella maratona ma non nella marcia. Ho visto che agli ultimi Mondiali Juniores una ragazza etiope è arrivata terza ma marciava molto male. Il passaporto è in regola e la valigia la faccio in un minuto ma a causa dei passaggi burocratici l’accordo è ancora in via di definizione. Inoltre io posso andare ad Addis Abeba per una settimana ogni due o tre mesi ma gli atleti, per essere seguiti con costanza, devono venire in Italia. Voglio vederli e “sentirli”. La tecnica si insegna con il rapporto diretto».

Lei e Sandro Damilano siete stati messi da parte dalla federazione italiana perché considerati “vecchi”?

«È un discorso politicizzato. Siamo ancora capaci. Visto che ho una certa età la federazione mi usi come insegnante per i giovani tecnici. Dateci sei, sette tecnici ai quali trasmettere le nostre esperienze vissute».

Cosa direbbe a un ragazzo che vuole marciare?

«Fallo con gioia e entusiasmo. Stai bene con la salute. Se diventi bravo girerai il mondo, aprirai la tua mente e capirai tante cose che vivendo nel tuo Paese o giocando la solita partita a calcio non capirai mai».

Pastorini avrebbe detto sì o no a Roma 2024?

«Avrei detto sì perché poteva portare l’Italia sportiva ai vertici del mondo. Se il sindaco Raggi ha parlato di Olimpiade del mattone vuol dire che non si sentiva capace di controllare. Oltre agli impianti sarebbero rimasti i benefici. I Giochi sono la massima espressione dello sport».

Se potesse tornare indietro nella sua vita cosa cambierebbe?

«Rifarei le stesse cose che ho fatto. Però, se potessi avere una bacchetta magica vorrei tornare indietro solo per studiare di più visto che sono un autodidatta. All’epoca, terminate le scuole dell’obbligo, si andava a lavorare».

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