giovedì 11 ottobre 2018
Una testimonianza del cardinale Martini sull’amicizia col Papa tratta dal suo ultimo incontro pubblico, nel 2008 a Milano, per presentare il libro su Montini spirituale
Paolo VI riceve in udienza l’allora rettore del Pontificio istituto biblico di Roma padre Carlo Maria Martini

Paolo VI riceve in udienza l’allora rettore del Pontificio istituto biblico di Roma padre Carlo Maria Martini

Anticipiamo dal numero di ottobre della rivista "Aggiornamenti sociali" questo breve intervento inedito di Carlo Maria Martini, pubblicato col titolo 'Paolo VI uomo dell’ascolto'. Venne pronunciato dal cardinale il 2 ottobre 2008, nell’ultimo incontro pubblico a cui prese parte, in occasione della presentazione presso il Centro culturale San Fedele a Milano del suo libro Paolo VI 'uomo spirituale', curato da Marco Vergottini.

Vorrei richiamare cinque cose piu una, che rendono la figura di Montini presente in questo momento. Anzitutto era molto timido, timido e quindi schivo. Ricordo un ’occasione in cui in un ’udienza di duecento professori da tutto il mondo, il segretario monsignor Pasquale Macchi ci fece una sorta di 'catechesi ', raccomandando dopo i discorsi di non avvicinarsi al Papa, «perché altrimenti si sente senza fiato; bisogna lasciargli spazio e che lui ricominci a parlare con ciascuno ». Questo era il suo stile. Paolo VI non era tanto l ’uomo per le masse, ma l ’uomo del dialogo personale. In questo aveva una capacita di ascolto straordinaria. Io ancora mi stupisco, vedendomi vicino a lui, mentre gli parlo: lui quasi trattiene il respiro per cogliere bene ciò che gli si dice, per interessarsi a ciò che viene esposto. In questo fu molto diverso dal suo successore. Lui ha voluto essere veramente l’uomo dell ’ascolto del singolo, l ’uomo che cercava di cogliere le sfumature dell’identità personale, diversissima per ciascuno. Quindi questa sua timidezza non era se non un altro aspetto della sua capacità di ascolto.

Ancora in questa linea vorrei ricordare il suo riserbo e il suo rispetto per il lavoro dei competenti. Una volta andai da lui, ero rettore dell ’Istituto biblico, per comunicargli una possibile scoperta che avrebbe forse rivoluzionato un po’ anche la storia del Nuovo Testamento. Io ero pieno di entusiasmo delle prospettive che si sarebbero aperte. Mi colpì il fatto che Montini rimase un po ’ scettico, un po ’ freddo. Poi disse: «Alla fine i competenti vedranno ». Non si lasciava prendere dall’entusiasmo apologetico; era molto oggettivo e rispettoso delle competenze. Come quarta cosa vorrei ricordare il motivo per cui ho scritto nel libro che Montini fu per me un po’ come un padre. Non ho mai detto questo, forse non riesco a dirlo bene, forse non è neanche bene dirlo, però mi ha colpito e vorrei esprimerlo. Come gesuita facendo gli ultimi voti, rinunciavo all ’eredità paterna, a tutto quanto poteva essere di mia spettanza, e potevo quasi calcolare un po’ a occhio e croce la somma a cui rinunciavo.

Ebbene, mi colpì molto il fatto che Montini una volta quando c’era una grave necessità dell’Istituto biblico per ricostruzioni importanti, mi diede più o meno la stessa somma. Quindi lo considerai come un padre, e mi dissi: «Veramente è stato capace di rendersi conto delle mie necessità e mi viene vicino». Come ultima cosa vorrei ricordare un altro punto della sua delicatezza. Quando ero rettore dell’Istituto biblico andai da lui e mi fece una proposta riguardo a un’iniziativa molto prestigiosa che voleva affidare all’Istituto biblico. Io gli feci notare prudentemente che forse, com’era avvenuto in altri casi, se si affidava un compito importante solo a un singolo istituto, la cosa sarebbe stata snobbata nel resto della Chiesa. Capì immediatamente e di fatto creò poi una struttura ecclesiale che si occupò di questa iniziativa, così che venne accettata dalla Chiesa intera. Quindi anche in questo emergevano la sua prudenza, delicatezza, riserbo, rispetto.

Vorrei dire ancora un’ultima cosa sul suo Pensiero alla morte, che noi ascolteremo tra poco dalla voce di Ugo Pagliai, e che costituirà una splendida chiusura per questo momento così intenso d’incontro. Ho detto, nella mia riflessione conclusiva al volume, che ritengo che il Pensiero alla morte sia stato scritto vari anni prima della sua morte, quando lui la sentiva, come tutti noi la sentiamo, incombente, ma non imminente. Invece, io mi trovo a riflettere nel contesto di una morte ormai imminente. Sono più o meno nell’ultima, o nella penultima sala d’aspetto. Mi accorgo allora che se dovessi scrivere, non scriverei così. Troppo bello questo testo, meraviglioso, lirico… ma chi si trova dentro deve piuttosto sentirsi scarnificato nelle parole e nei sentimenti, e si trova di fronte a difficoltà che non ha ancora risolto… non facili da superare. Si tratta di descrivere una realtà tutta negativa con parole razionali che sempre hanno bisogno di qualcosa di positivo. Mi trovo perciò di fronte a questa esperienza che è esperienza definitiva, conclusiva e non riesco ancora a esprimerla. In questo mi ha aiutato lo stesso Paolo VI negli ultimi mesi della sua vita, quando gli ho dato gli ultimi esercizi spirituali (1978), e poi quando l’ho visto tragicamente cedere di fronte alla malattia, di fronte al morbo che lo opprimeva. Chiedo per sua intercessione di poter avere anche questo sguardo di verità.

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